Antonello Balestrieri, Recensione a «La bustina di Minerva» di Umberto Eco Non sono mai mancati i tentativi di gettare il discredito sulle concezioni tradizionali, soprattutto da quando René Guénon intraprese ad esporne al mondo occidentale l’interpretazione profonda, e le tecniche più o meno elaborate messe in opera per raggiungere questo scopo sono state dagli oppositori della Tradizione opportunamente diversificate nel tempo, come ancora di recente hanno potuto constatare i lettori della «Rivista di Studi Tradizionali». Nel settimanale «L’Espresso», n. 12, del 22 marzo 1992, di queste tecniche ne viene presentata un’altra, relativamente nuova, almeno per l’Italia, che si potrebbe definire «laido-parodistica», e, per lo meno in apparenza, l’occasione per inaugurarla è fornita al suo poco invidiabile inventore, lo scrittore-cattedratico Umberto Eco, dalla attuale congiuntura politica italiana; questa circostanza indica già da sola una totale incapacità, nel suo autore, di comprendere la vera natura delle idee che cerca di mettere in berlina, giacché, come è stato più volte illustrato proprio qui, esse non hanno assolutamente nulla a che vedere con la politica, e meno che meno con la «Destra», qualunque cosa ne possano dire i rappresentanti di quest’ultima. L’Eco ha redatto il suo breve scritto in un modo che, fin dal titolo, sembra ispirarsi a un tipo deteriore di «goliardia» che credevamo da temposcomparso; egli immagina di recensire un lavoro inedito di R. Guénon (nome che invariabilmente scrive senza l’accento acuto), e la sua fantasia, la quale si rivela nell’occasione qualcosa di più che immonda, ha concepito per quest’ultimo una situazione che gli permette di esibire frettolosamente, in chiave grottesca, qualche frammento dei ragionamenti già da lui elaborati per una «Introduzione» al libro «L’Idea deforme» apparso tre anni fa, e in cui si esaminavano criticamente, da parte di alcune docenti e studentesse dell’Università di Bologna, le «interpretazioni esoteriche di Dante» da un punto di vista «semiologico» (?). Non vale certo la pena di seguirlo in questa esposizione, che vorrebbe essere burlesca ed è soltanto ripugnante, mentre è invece interessante riprodurre qualche brano della sua prosa, perché anche coloro a cui questo articoletto fosse sfuggito si possano rendere conto di quale sia l’animus di questo «critico» del «pensiero ermetico» e della tradizione in generale: «Vorrei oggi parlare di un inedito di René Guénon, che spero non sfuggirà a tutti quegli editori interessati a riproporre i grandi testi del pensiero occulto, e della sindrome del sospetto cosmico. Il testo si intitola “Aspetti iniziatici della supposta” (la stesura originale è in francese e il titolo suona “L'Initiation suppositoire”) […]». «C’è nella supposta l’idea di un tragitto forzato che dal mondo esterno, e cioè dal mondo dell’apparenza, la conduce al mondo interno, il mondo dell’interiorità. La suppostaappare così come il simbolo stesso di quel processo di interiorizzazione in cui consiste ogni vera iniziazione […]. Tuttavia […] la supposta appare anche mediatrice tra il mondo astrale (cielo-Koilos-cavo-semisfera superiore della volta celeste) e il mondo infero, la Caverna Nascosta (cavo-Koilos, dove l’autore gioca anche sulla paronomasia [!] rivelatrice che apparenta “c(ie)l” a “c(u)l”)». «Non a caso, osserva Guénon, la supposta ha la forma di obelisco e non a caso “obelisco” richiama “ombelico”: la supposta unisce l’ombelico del cielo all’ombelico del corpo attraverso un viaggio infero attraverso un reticolo di cavità dove si congiunge al Brodo Elementare, ma nel corso del suo viaggio agisce come lavacro (supposta-zupposta-zuppa-brodo-Oeuvre au Noir)». «Non a caso in tutte le lingue la congettura, l’interrogazione, la domanda, il tentativo di una risposta inattingibile, assume sempre forme come “Suppongo, I suppose...” (in tedesco il richiamo allo "anus" è esplicito nell'espressione “Ich nehme an…”)». Era opportuno, dicevamo, riportare qualche esempio di questa prosa, di cui la volgarità e l’insensatezza rasentano l’incredibile, prima di tutto perché i lettori, se gli fosse stato detto soltanto che simili laidezze erano state profferite, e da chi, e non le avessero viste scritte con i loro occhi, avrebbero anche potuto pensare a un'esagerazione da parte nostra; e poi perché questi esempi permetteranno forse ad alcuni di prendere atto di qualcosa che probabilmente non sarebbero riusciti a capire, o a credere se gli fosse stato detto, a proposito della produzione propriamente «letteraria» di questo autore, che è da più parti (e purtroppo anche in ambienti massonici) ritenuta trattare argomenti tradizionali. In un certo senso sarebbe quindi persino auspicabile che tutti i detrattori più o meno «coperti» delle concezioni tradizionali avessero momenti di debolezza come quello che ha spinto l’Eco a scrivere queste righe e, sicuro di aver stravinto con la sua precedente produzione (giacché: «C’è più gusto a sfidare Pico della Mirandola che Guénon»; da «L’Idea deforme», p. 35), ad abbassare la guardia, facendo intravedere per un attimo, come qui, la vera natura di quel che c’è dietro (e dentro) di loro. Nessuno faticherebbe allora più a capire quali siano le loro reali intenzioni, come ora non è più difficile capire che è in mezzo ad effluvi di cloaca come quelli che emanano dai passi da noi citati che è stato costruito un romanzo «storico» come II nome della Rosa, il cui ruolo – si inalberi pure l’Eco se diciamo «nascosto» – era di dissuadere i lettori dal considerare il medioevo occidentale come quel periodo di relativo rigoglio tradizionale e intellettuale che di fatto fu per la «cristianità», per farli ritornare all’interpretazione, ormai vacillante, di «epoca oscura»; ed è ancora in mezzo a questi miasmi che è stato concepito il più recente Pendolo di Foucault (la cui «filosofia» è tutta compresa ne «L'Idea deforme», titolo che non è altro che l’anagramma di «Fedeli d’Amore»), dove, con vena più fievole che nel precedente, ma anche più scopertamente, si cerca di mettere in ridicolo qualsiasi idea di «esoterismo», facendo per di più d’ogni erba un fascio di quello vero e di tutti gli occultismi e pseudo-esoterismi che hanno ammorbato e ammorbano l’umanità, il che indica soltanto l'ignoranza incurabile del suo autore per l'argomento. Concluderemo osservando che se per far ridere (ma in qual modo ignobile…) i suoi lettori sull’argomento trattato, Umberto Eco ha dovuto far ricorso a un’invenzione (e quindi a un falso), a noi occorrerà uno sforzo molto minore per far ridere i nostri a sue spese: ci basterà soltanto elencare qualcuno dei titoli di capitoli de «L'Idea deforme», scritto sotto il suo alto patronato e la sua «ispirazione». Si veda: «Ossessione parafrastica e pulsione affabulatoria», «Propedeutica dell’enunciatario», «L’isotopia patemica», «Referenti interni e omologazioni», «Coniuncta membra intertestuali», «L’intertesto come “super contestoaspecifico”», «Il tonfo degli esempi», «La reificazione dell’assiologia», «La “penombra connotativi” dei tratti passionali», «Consapevolezza epistemologica e commisurazione fra paradigmi» ecc. Piaccia o non piaccia a Umberto Eco, anche questi sono «segni»… Recensione originariamente pubblicata da Antonello Balestrieri in «Rivista di Studi Tradizionali», n. 74, gennaio-giugno 1992; successivamente contenuta nel volume di Pietro Nutrizio e altri, «René Guénon e l'Occidente», Luni Editrice, Milano-Trento 1999. ScienzaSacra - Artículo*: Pietro - Más info en psico@mijasnatural.com / 607725547 MENADEL Psicología Clínica y Transpersonal Tradicional (Pneumatología) en Mijas y Fuengirola, MIJAS NATURAL *No suscribimos necesariamente las opiniones o artículos aquí enlazados
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