Psicología

Centro MENADEL PSICOLOGÍA Clínica y Tradicional

Psicoterapia Clínica cognitivo-conductual (una revisión vital, herramientas para el cambio y ayuda en la toma de consciencia de los mecanismos de nuestro ego) y Tradicional (una aproximación a la Espiritualidad desde una concepción de la psicología que contempla al ser humano en su visión ternaria Tradicional: cuerpo, alma y Espíritu).

“La psicología tradicional y sagrada da por establecido que la vida es un medio hacia un fin más allá de sí misma, no que haya de ser vivida a toda costa. La psicología tradicional no se basa en la observación; es una ciencia de la experiencia subjetiva. Su verdad no es del tipo susceptible de demostración estadística; es una verdad que solo puede ser verificada por el contemplativo experto. En otras palabras, su verdad solo puede ser verificada por aquellos que adoptan el procedimiento prescrito por sus proponedores, y que se llama una ‘Vía’.” (Ananda K Coomaraswamy)

La Psicoterapia es un proceso de superación que, a través de la observación, análisis, control y transformación del pensamiento y modificación de hábitos de conducta te ayudará a vencer:

Depresión / Melancolía
Neurosis - Estrés
Ansiedad / Angustia
Miedos / Fobias
Adicciones / Dependencias (Drogas, Juego, Sexo...)
Obsesiones Problemas Familiares y de Pareja e Hijos
Trastornos de Personalidad...

La Psicología no trata únicamente patologías. ¿Qué sentido tiene mi vida?: el Autoconocimiento, el desarrollo interior es una necesidad de interés creciente en una sociedad de prisas, consumo compulsivo, incertidumbre, soledad y vacío. Conocerte a Ti mismo como clave para encontrar la verdadera felicidad.

Estudio de las estructuras subyacentes de Personalidad
Técnicas de Relajación
Visualización Creativa
Concentración
Cambio de Hábitos
Desbloqueo Emocional
Exploración de la Consciencia

Desde la Psicología Cognitivo-Conductual hasta la Psicología Tradicional, adaptándonos a la naturaleza, necesidades y condiciones de nuestros pacientes desde 1992.

viernes, 3 de octubre de 2025

Precarietà


 

È interessante constatare come le parole non solo possano cambiare significato nel corso del tempo ma anche come, in altri casi, pur mantenendo il loro significato ci possano indicare come sia stato invece il mondo a cambiare.

Il termine “precario”, oggi tanto usato in contesti riguardanti le contingenze della vita nella loro immediatezza, ha però un’origine di tipo religioso, ricollegandosi a un rapporto diretto con ciò che supera la realtà contingente. Nei tempi antichi era considerato precarius ciò che era concesso dopo una preghiera, una prex, cioè una richiesta, una supplica. Si pregava, si domandava un favore, si chiedeva qualcosa: a dis immortalibus precari, chiedere agli dèi immortali[1].

Dalla radice *prec, deriva il verbo precor, chiedere, domandare, (analogo al sanscrito prach[2]): la richiesta viene fatta a chi è più potente, a chi ha possibilità di esaudirla, e non sono dovuti né una risposta né un soddisfacimento della richiesta.

Il superiore viene interpellato, gli si chiede un favore, una concessione che può essere esaudita o ignorata ma che implica sempre un rapporto diretto, rapporto che, sia pure nella sua labilità, non ha nulla di impersonale o di casuale, rivolgendosi a una realtà esistente e in grado di poter agire, qualcuno che dall’altra parte è in grado di ascoltare e ponderare. Lo stato di precarietà, basandosi sull’incertezza della comunicazione e del legame, nonché sulla disparità di stato e quindi su una volontà che può mutare con il tempo, è contraddistinto dall’essere instabile e temporaneo, sempre vacillante e transitorio. Il filo che lega il richiedente a chi accetta la richiesta è stato teso, ma rischia in ogni momento di spezzarsi. Da questa fragilità deriverà quasi subito il secondo e oggi più comune significato del termine: ciò che è malsicuro, passeggero, effimero, cioè per l’appunto precario. “Quia nil habeoagam precario”, “visto che non ho più niente, agirò con le preghiere”, dice il personaggio di una commedia di Plauto [3], mentre nell’espressione di Tacito “precariam animam trahere”, c’è proprio l’idea di un’esistenza precaria nel senso comune del termine [4].

Tutto ciò che è precario è in ultima analisi il frutto di una concessione, qualcosa che dipende dalla volontà altrui ed è quindi per sua natura instabile e aleatorio, ciò che in quanto concessione può essere revocato in qualsiasi momento. Concetto che nel suo passaggio al campo dei rapporti umani e quindi al diritto trova la sua definizione più sintetica nell’elaborazione giuridica di Ulpiano: “Precarium est, quod precibus petenti utendum conceditur tamdiu, quamdiu is qui concessit patitur”[5]: è precario quello che è stato concesso a chi ha fatto la richiesta, fintanto che chi ha concesso lo permette.

La precarietà implica dipendenza e anche instabilità; non sorprende quindi che il termine abbia poi ampliato sempre più la sua sfera di significati, comprendendo tutte le incertezze e le incognite della vita, tutti quei molteplici aspetti che non sono controllabili e molte volte non possono essere nemmeno previsti.

Ma anche se la vita, oggi come ieri, rimane precaria, è da notare però come attualmente questo termine si sia legato soprattutto a un ambito più ristretto, quello del mondo del lavoro; condizione questa piuttosto anomala, indicante come un’alterazione significativa sia avvenuta all’interno della società. Difatti una componente fondamentale della vita, ossia la sfera lavorativa, è allo stato attuale entrata in una dimensione di instabilità, di incertezza, di provvisorietà. Quello che dovrebbe fornire un fondamento all’esistenza è così diventato insicuro, oggetto di una concessione che rischia sempre di scomparire, avendo a sua difesa solo garanzie piuttosto labili. Dimensione lavorativa che è fondamento vitale non solo per la sopravvivenza materiale, ma anche dal punto di vista di una dimensione esistenziale, riguardando la definizione dell’uomo in rapporto a se stesso, così come nei confronti della società, cioè di quel ruolo che più si avvicina a quello che dovrebbe essere il suo “giusto posto” nel mondo. Il lavoro definisce la vita perché, se tutto avviene correttamente, l’individuo riesce a rivestire il ruolo più consono alla sua natura, collocandosi proprio nel luogo a lui più consono, a ciò che il destino, che non è casualità, ha deciso per lui (questa in sintesi anche la finalità delle caste, ripartizione funzionale che si basa sul rispetto sia degli individui che dell’ordine sacro).

Nella misura in cui il lavoro è considerato soltanto come attività materiale, numerale, di puro profitto economico e slegata dalla dimensione della realizzazione personale è evidente che non è solo la società a subirne le conseguenze, ma anche i singoli individui, costretti a subire tutte le storture e ingiustizie che costituiscono ormai la norma e che impediscono un corretto sviluppo delle potenzialità e delle attitudini.

Se la ricerca di una corretta collocazione nel mondo costituiva un’impresa già complessa in epoche più normali di quella attuale, ora rischia di diventare quasi impossibile, l’anomalia essendo a nostro avviso connaturata con ciò che è attualmente la modernità e che quindi costituisce qualcosa che non potrà essere sanata con soluzioni che a questa realtà fanno riferimento, né di tipo economico e men che meno di tipo politico (il fatto di non illudersi su questo punto non deve comportare sconforto ma solo una maggiore consapevolezza, un sano disinganno per considerare senza illusioni la realtà).

Il contrario di precarius è debitus, ciò che è dovuto, che spetta senza discussioni o richieste, che nessuno concede proprio perché è dovuto: oggi lo si chiamerebbe “diritto”. Non credendo molto nei cosiddetti diritti attualmente in vigore (https://www.heliodromos.it/contributi-5/), essendo anch’essi delle concessioni mascherate, non invocheremo nessun “diritto al lavoro”, concetto peraltro superficiale, molto discutibile nonché di attuazione quasi sempre fallimentare. Riteniamo invece che una vera giustizia sociale debba essere molto più elevata, non distribuendo posti di lavoro senza criterio, solo per logiche politiche di tornaconto basso e utilitaristico, ma che debba invece attuarsi tramite il tentativo di conferire a ciascuno il ruolo adatto alla sua natura, considerandone equamente le potenzialità e favorendo, per quanto possibile, la possibilità di portarle al compimento. Vera giustizia sociale che è sempre stata l’ideale non solo delle società tradizionali, ma anche di quelle sulla via della secolarizzazione ma che ancora tenevano alla propria sopravvivenza salvaguardando ordine e principi, soprattutto quel principio di aequitas che è giustizia nella misura in cui garantisce a tutti non diritti inventati ma la possibilità di potersi esprimere e realizzare secondo le effettive differenze di natura, dignità e funzione. La giustizia-aequitas, che si esprime praticamente nel suum cuique (dare a ciascuno il suo, ciò che è realmente dovuto), non basandosi su forzature ideologiche o asserzioni artificiali, è stato sempre l’unico principio in grado di conciliare l’astrattezza dell’ideale con le necessità della realtà concreta. Principio molto diverso dall’eguaglianza, che invece è ingiustizia, in quanto sottrae ai meritevoli le possibilità di realizzazione, svantaggiando le persone valide per favorire – secondo criteri puramente ideologici – chi meno avrebbe meriti e capacità. L’aequalitas non essendo aequitas non potrà garantire assolutamente nulla, se non che ciò che era debitus per pochi diventi precarius per tutti. La democratizzazione delle possibilità porta anche a questo, a un abbassamento del livello qualitativo generale così come a una diffusione di uno stato e una mentalità servile, che pretendendo ciò che non spetta, non può fare altro che aspettarsi incertezze e ingiustizie.

Idee, queste, oggi ormai totalmente ignorate se non disprezzate, con risultati di squilibrio e disordine sempre più evidenti, con un’organizzazione sociale minacciata nella sua stessa esistenza, condannata a un perenne stato di precarietà, a un’incertezza che ormai non può più nemmeno fare affidamento sui favori di qualche benevola divinità.

 

 

Renzo Giorgetti

 

[1]   Tito Livio, Ab Urbe Condita, 6, 23.

 

2   A. Ernout, A. Meillet, Dictionnaire étymologique de la langue latine, Parigi, Klincksieck, 2001, p.534; M. Bréal, A. Bailly, Dictionnaire étymologique latin, Parigi, Hachette, 1918, p.280.

 

3   Truculentus, IV, I, 710. C’è una certa ambiguità sul fatto che Diniarchus voglia rivolgere le sue suppliche agli dèi o ad altri personaggi.

 

4   Annales, 1, 42.

 

5   Digesto, 43, 26, 1.

 

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