Enzo Cosma, NA e NŪNLa lettera NA sanscrita - Prima parte Il capitolo di René Guénon intitolato I misteri della lettera nūn[1] è tra quelli che nel tempo ha suscitato più interesse e sollecitato più commenti, soprattutto tra i ranghi dei suoi epigoni[2], determinando, sulla base di errori che cercheremo di far emergere, una serie di fantasie che hanno molto condizionato l’ambiente che vuole in René Guénon un punto di riferimento fondamentale per la propria ricerca spirituale e tradizionale. La lettera NA sanscrita Recentemente è apparso sul Blog della casa editrice Ekatos[3] un articolo firmato dal prof. Gian Giuseppe Filippi intitolato semplicemente “न Na” con l’intento di opporsi a alcune di queste conclusioni, al quale abbiamo fatto seguire una nostra breve nota, ancora incompleta: cercheremo in questo scritto di colmare la lacuna. L’articolo del prof. Filippi è dedicato alla rettifica di un passaggio importante dell’articolo di Guénon citato; si tratta della forma della lettera devanāgarī NA utilizzata per illustrare il simbolo di cui parleremo nel seguito[4]. Prima di tutto riproduciamo in esteso la parte dell’articolo di Guénon interessata per chi non conoscesse i termini dell’argomento: “Ritorniamo ora alla forma della lettera nūn, che fornisce l’occasione per una osservazione importante dal punto di vista dei rapporti che esistono fra gli alfabeti delle diverse lingue tradizionali: nell’alfabeto sanscrito, la lettera corrispondente na, ricondotta ai suoi elementi geometrici fondamentali, si compone anch’essa di una semicirconferenza e di un punto; ma qui, essendo la convessità volta verso l’alto, è la metà superiore della circonferenza, e non più la sua metà inferiore come nel nūn arabo. È dunque la stessa figura rovesciata, o, per essere più esatti, sono due figure rigorosamente complementari l’una dell’altra; infatti, se le si riunisce, i due punti centrali naturalmente si confondono e si ha il cerchio con il punto al centro, figura del ciclo completo, che è nello stesso tempo il simbolo del Sole nell’ordine astrologico e quello dell’oro nell’ordine alchimistico.[5] Come la semicirconferenza inferiore è la figura dell’arca, la semicirconferenza superiore è quella dell’arcobaleno, a essa analogo nella più stretta accezione della parola, cioè mediante l’applicazione del «senso inverso»; sono anche le due metà dell’«Uovo del Mondo», una «terrestre», nelle «acque inferiori», l’altra «celeste», nelle «acque superiori»; e la figura circolare, che era completa all’inizio del ciclo, prima della separazione delle due metà, deve ricostituirsi alla fine del ciclo stesso[6]. Si potrebbe quindi dire che l’unione delle due figure in questione rappresenta il compimento del ciclo mediante la congiunzione del suo inizio e della sua fine, tanto più che, nel caso che siano riferite più particolarmente al simbolismo «solare», la figura del na sanscrito corrisponde al Sole nascente e quella del nūn arabo al Sole calante”. La figura descritta è la seguente, composta da due semicirconferenze speculari e sovrapposte con il punto al centro. Fig. 1 L’articolo di Guénon continua: “D’altra parte, la figura circolare completa è abitualmente pure il simbolo del numero 10, dove 1 è il centro e 9 la circonferenza; ma qui, essendo ottenuta dall’unione di due nūn, essa vale 2×50=100=102, il che indica come il congiungimento debba operarsi nel «mondo intermedio»; esso è infatti impossibile nel mondo inferiore, ambito della divisione e della «separatività», e, per contro, è sempre esistente nel mondo superiore, ove è realizzato principialmente in modo permanente e immutabile nell’«eterno presente». A queste già lunghe osservazioni, aggiungeremo solo una parola per sottolinearne il rapporto con una questione alla quale si è alluso di recente[7]: quel che abbiamo detto nelle ultime osservazioni permette di intravedere che il compimento del ciclo, quale noi l’abbiamo considerato, deve avere una certa correlazione, nell’ordine storico, con l’incontro delle due forme tradizionali che corrispondono al suo inizio e alla sua fine, e che hanno rispettivamente come lingue sacre il sanscrito e l’arabo: la tradizione indù, in quanto rappresenta l’eredità più diretta della Tradizione primordiale, e la tradizione islamica, in quanto «sigillo della Profezia» e, di conseguenza, forma ultima dell’ortodossia tradizionale per il ciclo attuale” [8]. Sulla base di questo il prof. Filippi contestava nel suo intervento che la lettera NA corrispondesse alla descrizione della lettera devanāgarī fatta da Guénon; riproduciamo il testo: Per informazione dei lettori la lettera na del devanāgarī (sanscrito) si scrive come segue: Fig. 2 Oppure, se si tratta della ṇa cerebrale sanscrita, così: Fig. 3 Chiunque abbia una vista anche men che mediocre potrà osservare che tali lettere (in realtà si tratta di forme grafiche sillabiche, akṣāra) non possono in alcun modo essere ramenée[s] à ses éléments géométriques fondamentaux, nella forma seguente: Fig. 4 Una tale forma nemmeno esiste nelle varie grafie indiane derivate dal sanscrito. La verità è che, invece, quest’ultima è la lettera n dell’alfabeto vattan (variamente scritto Vattan, con la t doppia o singola), invenzione occultistica di Saint-Yves d’Alveydre, come appare nel suo Archéomètre. Secondo costui, il vattan sarebbe stato l’alfabeto degli atlantidi, passato poi all’Egitto e da lì all’India. In realtà, quel poco che si sa dell’Atlantide ci proviene da Platone e, indirettamente, da fonti egizie sui Popoli del Mare. Saint-Yves d’Alveydre da dove avrebbe tratto le informazioni sull’alfabeto degli atlantidi? Da tavolini a tre gambe? Su questa impostura le varie sette post-guénoniane hanno edificato le loro fantasie sulla “funzione” dell’islam alla fine dei tempi e, naturalmente, sulla loro indispensabile partecipazione a questa “funzione”. Michel Vālsan si era ben accorto che l’argomentazione era priva di fondamento; ma doveva comunque sostenere la veridicità dei misteri della lettera nūn per non rinunciare alla “funzione” da svolgere a fine ciclo (in questi ambienti le “funzioni” sono una vera ossessione!). A tal fine ha scritto l’articolo Le triangle de l’androgine et le monosyllabe “Om”, in cui ha volutamente convalidato quanto segue: la veridicità dell’inesistente “alfabeto vattan”, la fantasiosa derivazione del devanāgarī dal vattan, l’immaginaria forma della na sanscrita ramenée à ses éléments géométriques fondamentaux e l’incontro tra la Tradition primordiale et la tradition islamique. Impossibile nel mondo inferiore (ma, contraddittoriamente, si afferma che l’incontro dovrebbe avere “une certaine corrélation dans l’ordre historique”) è dichiarata possibile dans le «monde intermédiaire». È lecito chiedersi cosa sia poi questo «monde intermédiaire». Se è bhuvas o antarikṣa, cioè la modalità sottile di questo mondo umano (e per di più in questo stato di veglia, aggiungiamo vedānticamente), cioè tutto ciò che corrisponde alla mente (antaḥkaraṇa), non ci possono essere distinzioni grossolane di alcun tipo: di nessuna tradizione, non soltanto dell’induismo e dell’islam. Se si allude al pralaya, questo non è nessun mondo intermedio, trattandosi allora di prājña. Se si allude allo stato di sogno, lì esistono le tradizioni dei puruṣa del mondo del sogno, che non sono quelle dell’umanità della veglia. Chi non fosse in possesso delle necessarie cognizioni per comprendere questa ultima affermazione, consulti il nostro sito Veda Vyāsa Maṇḍala[9]. Inoltre, nell’articolo citato, ci si imbatte anche in uno schema “simbolico” da cui si trae che le mātrā del monosillabo Oṃ corrispondono alle consonanti alif, waw e mim dell’arabo (per la verità la prima è una doppia alif-hamsa, essendo la prima lettera del nome di Adamo), ignorando che la au è un unico dittongo formato da due vocali brevi. Ma ogni forzatura va bene pur di fabbricare ulteriori “prove” a sostegno dell’incredibile rencontre tra induismo e islam. Questa profezia sulla fine dei tempi non è attestata sul versante islamico né da Corano né da ’Aḥādīth, né da testi o tradizioni sufiche. Lo stesso dicasi sul versante hindū. Ma tutte le diverse sette post-guénoniane d’Europa, pur in accanita concorrenza tra loro, con fede unanime sostengono tale mistificazione. Forse, per i pochi che ne sono in grado, è arrivato il tempo di aprirsi a discriminazione e conoscenza. A questo abbiamo fatto seguire la nostra nota, che qui riproduciamo in versione estesa, dove approfondiamo le caratteristiche della NA del devanāgarī e di seguito della NŪN araba. *** Na sanscrita e bengali René Guénon nell’articolo I misteri della lettera nūn illustra il simbolo della circonferenza: “la semicirconferenza inferiore è la figura dell’arca, la semicirconferenza superiore è quella dell’arcobaleno” Dal testo si evince che la semicirconferenza inferiore è associata alla lettera araba NŪN e la seconda superiore alla lettera NA devanāgarī e riguardo alla formazione del cerchio formato da queste due lettere Guénon aggiunge: “la lettera corrispondente na, ricondotta ai suoi elementi geometrici fondamentali, si compone anch’essa di una semicirconferenza e di un punto; ma qui, essendo la convessità volta verso l’alto, è la metà superiore della circonferenza, e non più la sua metà inferiore come nel nūn arabo”; Come evidenziato nella nota del prof. Filippi, la lettera NA devanāgarī non ha nessun elemento circolare o curvo; la figura circolare descritta da Guénon si compone in realtà dalla lettera NŪN araba in basso e della lettera N Vattan in alto[10]. Qualche appunto sulla forma della lettera NA[11]. Fig. 5 Il devanāgarī non permette, come altri alfabeti, variazioni grafiche della lettera se non per iniziativa di qualche spirito creativo; la scrittura della NA - e di tutto l’alfabeto - è istituzionale e condizionata dalle regole di giunzione delle lettere tra loro per cui la loro forma non può mai essere arbitraria; il tratto orizzontale superiore (mātra) potrebbe, ma non lo è mai, essere considerato superfluo[12], quello verticale invece è necessario perché rappresenta la vocale (la A breve) su cui si appoggia il segno consonantico: il devanāgarī è un sistema sillabico e la consonante deve essere sempre appoggiata su una vocale, come in questo caso per la NA[13]. La N senza tratto verticale, come semplice nasalizzazione, esiste solo in composizione con altre consonanti ma allora non è più una NA ma una N-[14]. Fig. 6 Esempio: nella parola आनन्द ānanda, che significa felicità, beatitudine, si vede chiaramente la prima NA completa di vocalizzazione in A, con tratto verticale, a seguito il tratto orizzontale N, senza tratto verticale perché unito alla successiva lettera DA. Nel devanāgarī la nasalizzazione (simile a quelle del francese) è rappresentata anche da un punto (bindu) soprascritto (anusvāra) che può essere posto anche al centro di una mezzaluna (ardhacandra[15]), assumendo la stessa forma di una piccola NŪN araba. Questo è ben visibile nel noto monosillabo oṃ (ओम्)[16]. Fig. 7 Anche in questo caso, ardhacandra con anusvāra, non potrebbe sostituire la semicirconferenza superiore opposta alla NŪN, trattandosi di una forma analoga alla NŪN quindi rovesciata rispetto alla N Vattan. Fig. 8 Come abbiamo visto il tratto caratteristico della lettera NA devanāgarī è una linea orizzontale che inizia con un cerchio a sinistra poi sintetizzato in uncino, ma non un punto (la ragione infra), che si unisce all’asta verticale a destra che rappresenta la vocalizzazione in A: il tratto orizzontale che incrocia la verticale si trova già nell’antico Brāhmī[17] che è considerato l’alfabeto originario del devanāgarī[18]. Fig. 9 – Lettera NA Brāhmī È sufficiente consultare i numerosi manoscritti antichi scritti in devanāgarī per verificare che la lettera non ha mai cambiato la sua forma di tratto orizzontale. Qui sotto lo schema didattico per il disegno della lettera NA devanāgarī (in basso a destra): Fig. 10 Cerchiamo perciò una ragione per cui il disegno della N Vattan possa aver sostituito la NA devanāgarī in questo simbolo. Alcuni contraddittori hanno proposto il disegno di una lettera NA con il tratto curvo anziché orizzontale: questa lettera non appartiene al devanāgarī ma al bengali (Bangla lipi) che è un alfabeto derivato dal devanāgarī in età medievale[19] e non da uno sconosciuto alfabeto atlantideo (v. fig. 11); da qui la pretesa di far derivare da questa forma la semicirconferenza del simbolo in questione, aperta in basso con un punto al suo centro. Nel devanāgarī non potrebbe essere ammesso questo tratto ricurvo della NA perché per le ragioni di composizione con le altre lettere consonanti si confonderebbe con la TA che ha il tratto semicircolare[20], mentre nel bengali questo è coerente perché la TA/TO assume una forma molto differente[21]. Fig. 11 Anche eliminando il tratto orizzontale superiore (mātra) che lega le lettere nella parola lo schema della lettera rimane inalterato, come mostrato qui in basso: non esiste nessun elemento che possa ricordare una semicirconferenza simile alla N Vattan. Fig. 12 – Elementi fondamentali della lettera NA devanāgarī La lettera NA, anche quando scambiata con quella dell’alfabeto bengali, presenta la stessa difficoltà perché le regole di legatura e vocalizzazione rimangono le stesse; la lettera bengali non appare mai come una semicirconferenza, semmai come un quarto di cerchio e il tratto tangente verticale; anche in questo caso non si potrebbe sopprimere il tratto verticale per le stesse ragioni illustrate per il devanāgarī (essendo la vocalizzazione obbligata) per cui la lettera si presenterebbe come un quarto di cerchio e la sua tangente verticale[22]. Fig. 13 Quindi, malgrado le differenze, l’unica possibilità per capire da dove nasca la relazione NA e semicirconferenza superiore della figura circolare oggetto del presente studio può risolversi ipotizzando una derivazione della N Vattan dalla NA bengali e non devanāgarī[23]. Anche in questo caso dobbiamo capire come possa essere successo. A pagina 125 de L’Archéomètre di Saint-Yves nell’edizione del 1913 a cura degli «Amis de Saint-Yves d’Alveydre», è pubblicata una tabella (qui sotto) che riproduce l’alfabero devanāgarī conosciuto dall’autore. Tre anni prima, note a L’Archéomètre il cui significato/traduzione proposta dall’autore è “misura del Principio” (sic), furono pubblicate incomplete e a puntate sulla rivista La Gnose a partire dal numero 9 di luglio/agosto 1910; ricordiamo, perché è l’oggetto di questa chiarificazione, che René Guénon fu direttore della rivista e firmava i suoi contributi con lo pseudonimo «T Palingenius»[24]. Fig. 14 Si può osservare che la maggior parte delle lettere rispettano il disegno originale mentre la lettera presunta NA devanāgarī è disegnata con la grafia bengali; la cosa che sorprende è che sono presenti lettere create nell’ottocento quando si vollero introdurre nell’alfabeto sanscrito suoni del persiano, dell’arabo e dell’inglese (sic) per opera dello staff del Fort William College[25] e soprattutto da parte di missionari britannici; uno degli «adattatori» è stato, per esempio, Madan Mohan Tarkalankar, tipico esempio di bengalese anglicizzato[26]: qui sotto una sua tavola scolastica dell’alfabeto bengali dove si vede facilmente la forma della lettera NA nella colonna di destra[27]. Fig. 15 Ricordiamo che la fonte brahmanica del sapere del «marchese» Saint-Yves (che comprò il titolo dalla Repubblica di San Marino!) fu quello che lui chiamava il «principe» e «Brahma Guru Pandit» (titolo hindū inesistente) Haji Sharipf o Hardji Scharipf. Si trattava di un musulmano afgano (o forse bosniaco o albanese). La seconda fonte indiana del «marchese» fu tale Rishi Bagwandas-Raji-Shrin “de la grande école Agarthienne”[28] che risulterà essere il nome «iniziatico» (potremmo dire occultistico) di Haji Sharipf; la scrittura Bagwandas è inesistente dato che quella corretta è Bhagvān Dās, il nome suona come un nome iniziatico tipico della via Bhakti, ma Ra con il suffisso jī (signore) non ha alcun senso. Potrebbe essere un’allusione al dio egizio, visto l’ambiente neospiritualista di cui si tratta. Rājī, se inteso come una parola unica, non è un nome: significa «linea», «riga». Infine Shriṃ è un bīja mantra che non può essere abbinato a un nome di persona e che, anzi, dovrebbe rimanere segreto per il tantrico che lo usa. Questo nome di Haji Sharipf sembrerebbe quindi essere nient’altro che una contraffazione occultistica. Le tabelle su cui si rifacevano Haji Sharipf e Saint-Yves, provengono da quella fonte. Anche nel dipinto di Tarkalankar che rappresenta tutto l’alfabeto bengali la NA appare sempre diversa dalla semicirconferenza con il punto sotto. Possiamo dedurne da tutto ciò che l’intenzione di far passare la NA Vattan per la NA devanāgarī confusa col bengali è voluta e non è un frutto di un errore. L’autore ha completato il volume de L’Archéomètre con decine di disegni di altissima fattura e precisione rappresentanti schemi, oggetti, architetture neo-gotiche, ecc., difficile pensare a una svista per la sola lettera NA data l’accuratezza di tutto il resto. Nei numerosi schemi de L’Archéomètre quando sono presenti i due alfabeti, la N Vattan è sempre associata alla NA devanāgarī con disegno bengali; per Saint-Yves il Vattan era l’alfabeto adamitico e primordiale dal quale derivavano tutti i successivi alfabeti, compreso il devanāgarī seppur ne L’Archéomètre il Vattan è limitato a 22 lettere come l’ebraico[29]; questa incongruenza dovrebbe far pensare che NA (न), ṆA (ण) e ÑA (ञ) del devanāgarī nascono dall’unica N Vattan[30]. Il brevetto d’invenzione de L’Archéomètre Non è questa la sede per approfondire le «qualità tradizionali» de L’Archéomètre di Saint-Yves d’Alveydre, riproduciamo solo l’intestazione alle Note del La Gnose che dovrebbe essere sufficiente per capire di cosa si tratta: Non ci sono delle scienze occulte, non vi sono (altro) che scienze occulte. Riteniamo inoltre utile riportare anche quest’ultima informazione meno conosciuta al pubblico: il sistema chiamato Archéomètre fu dall’autore Saint-Yves d’Alveydre registrato come brevetto (sic) presso l’Office National de la Proprieté Industriale; brevetto registrato il 26 giugno 1903 con n° 333.393[31]. Tutto ciò rende eloquente cosa sia in realtà L’Archéomètre, la “misura del Principio” (sic)[32], “meraviglioso strumento”[33], “il monumento più mirabile nel dominio dell’Esoterismo che sia mai stato elevato alla gloria de Verbo Universale”[34]: abbiamo difficoltà a pensare che tale simbolo della «Tradizione primordiale» richieda un brevetto di proprietà da parte di un umano[35]. Fig. 16 Lettera di Guénon Una contestazione alla tesi proposta dal prof. Filippi e dal sottoscritto fornisce involontariamente un’ulteriore risposta; in questa replica è pubblicata la pagina di una lettera manoscritta di René Guénon indirizzata a Alain Daniélou che riproduciamo nella pagina e nel dettaglio[36]. Fig. 17 Nella lettera è scritta la formula sanātana dharma in devanāgarī. Da questa si concluderebbe che le due lettere NA contenute nella parola sanātana sono scritte anche da Guénon con un archetto; spiace però rilevare la presenza di tre inesattezze: la prima riguarda la forma, come già ampiamente detto, probabilmente Guénon conosceva la forma della NA bengali così come in Saint-Yves; la seconda è la scrittura della parola, infatti il termine sanātana è composta da cinque lettere (सनातन) e non quattro (सनतन) come scrive Guénon perché manca la A lunga dopo la prima NA, così come si evince anche da un qualsiasi vocabolario, esempio il Monier Monier-Williams. Fig. 18 La terza inesatezza è che sanātana, per essere parola compiuta deve, come visto più in alto, avere il tratto orizzontale superiore continuo e non spezzato come nel caso riportato dalla lettera. Scritto in questo modo presenta solo lettere isolate e sillabate: SA-NA-A-TA-NA (स न आ त न o SA-NA-TA-NA स न त न nella forma errata) e non SANĀTANA (सनातन) come deve essere correttamente[37]. Il prof. Filippi, che ha l’autorità di chi ha insegnato per decenni la lingua, risponde a questa replica nel seguente modo: “Tale «prova» prodotta sta, invece, a dimostrazione che Guénon, nonostante i suoi studi accademici, compiva errori che nemmeno uno studente di primo anno di sanscrito mai farebbe”[38]. Numero Passiamo ad altro argomento problematico. Guénon ci informa che le due semicirconferenze, inferiore e superiore, hanno valore 50 per cui 2x50=100. Se assodato che quella inferiore è rappresentatata dalla NŪN araba che ha effettivamente valore 50 nel computo numerico, non è ancora chiaro quale sia quella superiore. Per l’inventore de L’Archéomètre Saint-Yves la N Vattan ha valore 50[39], il che renderebbe coerente il calcolo 2x50=100, oppure nel caso sostituisse, per la sua forma, la NA devanāgarī, da questo se ne dedurrebbe che anche la NA devanāgarī abbia valore numerico 50[40]: non è così, la NA devanāgarī non ha valore 50[41]. Fig. 19 [42] Nel sistema Akṣharapalli, che usa le singole lettere e l’accoppiamento sillabico, la lettera NA devanāgarī ha valore 2. Un riferimento antico ci dice che il sistema Āryabhaṭa usava le lettere del devanāgarī come numerico ma anche in questo caso il valore della lettera NA è 20, anche quando la lettera è accompagnata dalla lunga ha valore 2.000. I conti perciò non tornano. Anche nel sistema di Kaṭapayādi[43], che risale al VII secolo e utilizzato in Matematica, Astronomia e soprattutto nella classificazione della musica Carnatica[44], la lettera NA, rappresenta lo «0 (Zero)» [45]. Fig. 20 Questo giustifica due aspetti differenti. 1° la NA, isolata o suffisso, corrisponde alla negazione grammaticale: «no», «non», «assenza di…» idea che rimanda allo «0 (zero)»[46]; 2° Nel sistema nāgarī del XI secolo lo «0 (zero)» è già scritto sotto forma di cerchio; cerchio che ritroviamo anche nella lettera come parte iniziale del tratto orizzontale (v. supra). *** Tuttavia Guénon descrivendo la formazione della circonferenza del simbolo esaminato sottintende che non si tratta né di N Vattan né di NA devanāgarī perché scrive che la circonferenza è: “ottenuta dall’unione di due nūn” (étant obtenue par l’union de deux nūn), Ma che fine ha fatto la NA? La NA devanāgarī non è più presa in considerazione per la formazione della circonferenza? L’utilizzo della doppia NŪN in effetti risolve certamente la forma della circonferenza, risolve il calcolo 2x50=100, ma fa decadere completamente il ragionamento intorno al congiungimento delle due «forme tradizionali»[47]: “la tradizione indù, in quanto rappresenta l’eredità più diretta della Tradizione primordiale, e la tradizione islamica, in quanto «sigillo della Profezia»” In questo nuovo schema la forma islamica, grazie alle due NŪN delle due circonferenze, inferiore e superiore, sarebbe l’unica rappresentata; ma se la NŪN, come dice Guénon è simbolo dell’Arca, la circonferenza rappresenterà due Arche, una sovrapposta all'altra di cui una capovolta, simbolo al quale non riusciamo a dare un significato coerente con quanto proposto nell’articolo[48]. Crediamo possibile che Guénon abbia dedotto la forma delle due NŪN sovrapposte una all’altra da Ibn ‘Arabī che dedica parte di un suo scritto all’argomento[49]. Possiamo così giungere ad una prima conclusione: la semicirconferenza superiore non può essere una NA devanāgarī sia per forma, sia per valore numerico; può trattarsi di una NŪN araba capovolta – come scritto esplicitamente da Guénon - facendo però decadere l’argomento del congiungimento delle due «forme tradizionali» differenti, Islām e Induismo; infine anche nel caso si trattasse di una N Vattan nella parte superiore, come suggerito dalla forma, avremmo gli stessi limiti interpretativi: l’argomento delle «due forme» verrebbe meno perché resterebbe da una parte la tradizione islamica, in quanto «sigillo della Profezia»” ma la semicirconferenza superiore, essendo associata alla N Vattan, rappresenterebbe la tradizione atlantidea, origine specifica delle tradizioni semitiche tra le quali l’Islām rappresenta effettivamente la forma ultima[50], quindi in questo caso non l’Induismo in quanto diretta derivazione del Sanâtana Dharma. Fine parte I, segue parte II e III [1] L’articolo Les mystères de la lettre nūn fu pubblicato sulla rivista «Études Traditionnelles» n° août-sept. 1938, poi inserito nella raccolta postuma Symboles de la Science Sacrée, in Italia per i tipi di Adelphi col titolo Simboli della Scienza sacra. [2] Ricordiamo che René Guénon espresse esplicitamente la volontà di non volere discepoli; eppure soprattutto dopo la sua morte si è scatenata una sorta di gara per chi dovesse essere più fedele e il miglior interprete della sua opera, dimostrando così di non comprendere neppure il punto di partenza. [3] www.ekatosedizioni.it/न-na/ [4] Devanāgarī letteralmente significa «[scrittura della] città divina» (nāgarī «città»). [5] Si potrà ricordare qui il simbolismo del «Sole spirituale» e dell’«Embrione d’oro» (Hiraṇyagarbha) nella tradizione indù; inoltre, secondo certe corrispondenze, il nūn è la lettera planetaria del Sole (Nota di Guénon) [6] Cfr. Le Roi du Monde, cap. XI. (Nota di Guénon) [7] F. Schuon, Le Sacrifice, in «Études Traditionnelles», aprile 1938, p. 137, nota 2. (Nota di Guénon). [8] Ci scusiamo per eventuali ripetizioni di brani estratti da questa citazione ma aiuteranno a rendere più chiaro il seguito. [9] https://ift.tt/2rjF5is. [10] Si trovano differenti scritture del nome dell’alfabeto, oltre Vattan anche Vatan, Watan, Wattan o Vatannan come in Ossendowski. Secondo i dati forniti da L’Archéomètre: “Questo alfabeto, che era la scrittura primitiva degli Atlantidei e della razza rossa, la cui tradizione è stata trasmessa in Egitto e in India dopo la catastrofe in cui Atlantide è scomparsa, è la traduzione esatta dell’alfabeto astrale. Comprende tre lettere costitutive (corrispondenti alle tre persone della Trinità, o alle prime tre Sephiroth, che sono i primi tre numeri da cui sono usciti tutti gli altri), sette planetarie e dodici zodiacali, vale a dire in totale ventidue caratteri corrispondenti le ventidue lettere della seconda lingua parlate da Phil. Inc.” Il Philosophe Inconnu sarebbe Louis-Claude de Saint-Martin. La Gnose, juillet-août 1910 (1re année, n° 9). Si dovrebbe affrontare con il dovuto distacco l’argomento relativo all’alfabeto Vattan di Saint-Yves d’Alveydre, alfabeto di matrice occultistica e atlantidea (e quanto vi è implicato anche in altri aspetti); la soluzione della questione trattata sarebbe assai più facile fin dall’inizio. [11] La lettera appartiene al gruppo tavarga, classe delle consonanti dentali. [12] Pur essendo il tratto di congiunzione delle lettere nelle singole parole, anche la lettera isolata si presenta sempre con il tratto orizzontale superiore. [13] Il devanāgarī è un alfabeto abugida o alfasillabario termine che indica un sistema di scrittura i cui gruppi consonante-vocale sono scritti come unità cioè ogni unità richiede necessariamente una consonante e una vocale. Nell’alfabeto sanscrito solo una decina di lettere non presentano il tratto verticale pur includendo foneticamente la A breve. [14] Quando la pronuncia a fine parola è tronca senza vocalizzazione il tratto verticale persiste ma vi si aggiunge un ulteriore segno in basso sull’asta verticale chiamato virama. Oppure la NA nasalizzata con il virama (न्) può essere sostituito da un anusvāra con o senza ardhacandra, a secondo dei casi. [15] Ardhacandra, ardha «semi» e candra «luna». [16] Precisiamo che il monosillabo Oṃ, quando è scritto per esteso non è possibile leggerlo AUM come taluni hanno proposto, tale distinzione delle lettere è possibile solo quando queste sono divise mentre ओ è sempre «o» mai «au» che si scrive औ altra cosa da ओ; invece se si vuole leggere separato deve essere scritto con i seguenti mātra अ e उ e म, «a», «u» e म् «m». È come se la parola francese eaux anziché pronunciarla unendo tutte le lettere in un’unico fonema /o/ (IPA) pronunciassimo e-a-u-x. Nella nota del prof. Filippi si fa anche cenno all’inverosimile associazione del monosillabo Oṃ alle consonanti arabe alif, waw e mim, ma questo argomento richiede un approfondimento a parte. [17] L’origine di questa lingua affonda le sue radici nel mito in quanto è detto che fu creata direttamente da Brahmā. [18] La forma circolare, mai semicircolare, e il tratto orizzontale è invece presente in alcune versioni nell’antico stile gupta. La forma semicircolare non si ritrova neppure negli alfabeti derivati quali il nagari, nandinagari, siddham, sharada, grantha, pallava, tamil, vattelluttu, kawi, etc. [19] La lingua bengali deriva dal sanscrito e la scrittura dal devanāgarī con influenze Pāli; il bengali nasce in seguito le invasioni islamiche del XII secolo che costrinsero fasce di popolazione a rifugiarsi nel nord del Bihar non lontano dal Nepal. Assurdo pensare che sia il devanāgarī a derivare dal bengali, ciò va contro qualsiasi evidenza storica e filologica essendo il sanscrito di origine Vedica (ca. XX secolo a.C.): un’ulteriore prova è che la grammatica sanscrita risale tradizionalmente a Pāṇini che scrive l’Aṣṭādhyāyī «Gli otto capitoli» qualche secolo prima della nostra era mentre la lingua bengali deve attendere il XVIII secolo per trovare una forma compiuta. [20] V. figura precedente, la lettera TA è in basso a sinistra. [21] Osserviamo che proprio la lettera TA/TO bengali presenta una forma assai più simile alla NŪN araba; a titolo di curiosità citiamo che nel bengali esiste un segno identico alla NŪN araba che si chiama ishshar (৺) che indica il nome di una divinità o, come segno diacritico posto prima del nome di una persona, che questa è deceduta. [22] Anche il bengali è un alfabeto abugida come il devanāgarī. [23] La confusione può essere stata alimentata anche da un’altra ragione: l’alfabeto bengali agli esordi fu utilizzato anche per scrivere in lingua sanscrita oltre che, naturalmente, in lingua bengali (bangla bôrnômala). [24] Quindi non solo Palingenius come più tardi riportato in tante riedizioni di quegli articoli; la «T» preposta era l’iniziale di Tau che indicava la dignità di «vescovo» della Chiesa Gnostica alla quale allora apparteneva come «évêque d'Alexandrie»; questo titolo «T» lo condivideva con altri collaboratori della rivista. Nel caso specifico della presentazione de L’Archéomètre la segnatura era solo «T» senza che si possa affermare con sicurezza se iniziale di un nome o di questa semplice Tau isolata. L’edizione italiana di questi testi, pubblicata dall’Editrice Atanòr nel 1986, è preceduta dalla prefazione del prof. Alberto Ventura che presenta i testi come “una vera e propria summa di conoscenze cosmologiche tradizionali […] Se dunque dal punto di vista formale L’Archeometra si presenta come un commento all’opera di Saint-Yves e ai suoi grafici, in realtà la portata di questo studio di Guénon va molto al di là degli spunti contenuti nell’originale, anzi dà a questi stessi spunti una ragion d’essere e dei fondamenti ben più significativi ed universali”. Riguardo al periodo Guénon ebbe a chiarire che “n’a jamais influé en rien sur ma pensée” seppur nel 1911 fosse ancora «Secrétaire Général de l’Église Gnostique de France» e sempre direttore de La Gnose. [25] Fort William College fu un’accademia di studi orientali fondata a Calcutta nell’anno 1800 da Lord Wellesley, allora governatore generale dell'India britannica. Fort William College aveva lo scopo di formare funzionari britannici nelle lingue e nella cultura indiana e tra gli scopi ci fu quello di favorire lo sviluppo della lingua urdu bengalese tanto da essere considerato il punto di partenza del movimento del Rinascimento bengalese. Tra gli studiosi di spicco William Carey che pubblicò una grammatica e un dizionario bengalese. L’anno precedente il suo arrivo in India pubblicò An Enquiry of the obligations of Christians to use means for the conversion of heathens, arrivato in India nel 1793 il suo obiettivo era tradurre, pubblicare e distribuire la Bibbia in lingue indiane e propagare il cristianesimo tra le popolazioni indù. Conobbe Ram Mohan Roy con cui formò un sodalizio, quest’ultimo è considerato tra i padri dell’India moderna fu riformatore religioso adattando anche il Vedānta alla sua visione moderna, fu tra i fondatori del Brahma-Samāj “«Chiesa indù riformata», la cui idea gli era stata suggerita da missionari anglicani e dove fu istituito un «culto» esattamente ricalcato sullo schema dei servizi protestanti” (René Guénon, Introduzione generale allo studio delle dottrine indù, cap. “5. Il «Vēdānta» occidentalizzato”. Anche Le influenze moderniste in India ora in La Tradizione e le Tradizioni). [26] Madan Mohan Tarkalankar fu un poeta bengalese, professore presso Fort William College e ideatore dei primi testi didattici in bengali sui quali si sarebbe formata la nuova generazione culturale del Bengala. [27] Creato da Madan Mohan Tarkalankar si tratta evidentemenete di uno strumento didattico rivolto a bambini. [28] Il titolo appartiene alla gerarchia agarthiana così elencata in ordine crescente: dvijas, yogi, bhagwandases e i ventidue Rishi. [29] Leggendo l’Archéomètre si può cogliere una stretta relazione tra l’alfabeto Vattan e l’alfabeto ebraico molto meno con altri alfabeti. [30] Curiosamente ṆA (ण) e ÑA (ञ) presentano la forma semicircolare ben più riconoscibile rispetto alla NA (न) rettilinea, pur essendo capovolta e senza punto nei due casi rispetto alla N Vattan per cui inapplicabile al simbolo in questione. Guénon cita l’alfabeto Vattan ne Il Re del Mondo: “Servendoci di un altro simbolismo, parimenti esatto, diremo che il Mahānga rappresenta la base del triangolo iniziatico e il Brahātmā il suo vertice; fra i due, il Mahātmā incarna in certo senso un principio mediatore (la vitalità cosmica, l’Anima Mundi degli Ermetici), la cui azione si svolge nello «spazio intermedio»; e tutto ciò è raffigurato molto chiaramente dai corrispondenti caratteri dell’alfabeto sacro che Saint-Yves chiama vattan e Ossendowski vatannan, o, il che è lo stesso, dalle forme geometriche (linea retta, spirale, punto) alle quali si riferiscono essenzialmente i tre mātrā o elementi costitutivi del monosillabo Om”, René Guénon, Il Re del Mondo. Cap. “IV - Le tre funzioni supreme”. Su questo argomento anche T, L’Archeometra, cap. II. Atanòr, Roma 1986. [31] A pagina 280 de L’Archéomètre di Saint-Yves nell’edizione del 1913 a cura degli «Amis de Saint-Yves d’Alveydre». [32] Dal greco αρχης-μετρον. [33] Nelle note al testo pubblicate su La Gnose. [34] La Gnose, juillet-août 1910 (1re année, n° 9), pag. 179. [35] “Così, si può attribuire a l’Archéomètre un’antichità da 25000 a 30000 anni, ciò che ci riporta all’epoca della civilizzazione degli Atlanti”, La Gnose, novembre 1910 (1re année, n° 11). [36] Lettera del 27 dicembre 1947 contenuta nel testo La corrispondenza fra Alain Daniélou e René Guénon. 1947-1950. Leo Olschki Editore, Firenze 2002. [37] Questo vale anche per la parola dharma e per l’altro termine paramparā presente nell’estratto della lettera qualche riga più in basso che si scrive anch’essa attaccata dal tratto orizzontale superiore continuo. Se può sembrare un dettaglio per chi è ignaro del sanscrito non lo è invece per l’hindū; in italiano è facilmente comprensibile che G, u, é, n, o, n, non è Guénon. [38] Risposta del prof. Filippi pubblicata il giorno 8 giugno 2020 sul profilo Facebook della sig.ra Maria Chiara de Fenzi. [39] “I valori numerici delle lettere costitutive, secondo l’Archéomètre […] delle lettere planetarie […] N = 50”, L’Archéomètre, dans La Gnose septembre-octobre 1910 (1re année, n° 10). Ne L’Archéomètre le lettere costitutive del Vattan sono la linea retta, la spirale, e il punto corrispondenti alle lettere ebraiche alef, mem e tau; ritroviamo questa triade ne Il Re del Mondo René Guénon (cap. IV – Le tre funzioni supreme) che citiamo più avanti. [40] Ne L’Archéomètre Saint-Yves insiste nell’affermare che l’alfabeto devanāgarī derivi dal Vattan: “Secondo la mia investigazione degli alfabeti antichi di Ca-Ba-La, di XXII lettere, il più nascosto, il più segreto che è certamente servito da prototipo, non solamente a tutti gli altri del medesimo genere, ma ai segni vedici e alle lettere sanscrite è un alfabeto ariano. Questo è ciò che son felice di comunicare e che possiedo io stesso da parte di Brahmes [sic] eminenti…”, Saint-Yves d’Alveydre, Notes sur la Tradition Cabalistique in Saint-Yves d’Alveydre, L’Archéomètre, Dorbon-Ainé, pag. 125. Ciò nonostante quando si mostra la tabella con l’alfabeto Vattan si affiancano le corrispondenze con il solo alfabeto ebraico (precisamente quello “qu’indique le Sépher Ietzirah pour l’alphabet hébraïque), i pianeti e i segni zodiacali. [41] Notiamo sullo schema grafico dell’Archéomètre che nella distribuzione nei dodici settori la lettera N corrisponde anche alla T alla quale Saint-Yves assegna il valore numerico di 9: la forma è identica alla N ma senza punto. [42] Tabella pubblicata ne La Gnose, N° 9, Juillet-Août 1910, pag. 186. La NA (enne) Vattan è posta in relazione al valore 50, la lettera corrispondente ebraica NUN e il simbolo astrologico del Sole; tra le tante corrispondenze proposte da L’Archéomètre in ambito musicale la NA Vattan è associata alla nota MI. Ne L’Archéomètre leggiamo queste caratteristiche della NA: “significa il Sole, la Maestra, il Signore indice della Proto-Sintesi. Qui, l’archeometria primordiale è evidente, così come la posizione centrale o solare della lettera Na. Abbiamo ripristinato questa posizione della lettera Na e il Sole, posizione che il Sistema lunare gli aveva fatto perdere dal momento della divisione delle lingue. Mettere il Sole al centro dell’Hexade equivale a levare i Sette Sigilli che velano quello del Dio vivente. (San Giovanni)”. Osserviamo anche TA/TO bengali presenta una forma assai più simile alla NŪN araba. [43] Nome composto dalle 4 lettere che valgono «1». Śaṅkaravarman (1774–1839) nel testo Sadratnamāla spiega il funzionamento del sistema nel seguente verso: Traslitterazione: nanyāvacaśca śūnyāni saṃkhyāḥ kaṭapayādayaḥ miśre tūpāntyahal saṃkhyā na ca cintyo halasvaraḥ Traduzione: “na (न), ñ (ञ) e a (अ), cioè le vocali rappresentano zero. I nove numeri interi sono rappresentati dal gruppo di consonanti che iniziano con ka, ṭa, pa, ya. In una consonante unita, conta solo l'ultima delle consonanti. Una vocale senza consonante deve essere ignorata”. [44] In questo caso il numero di riferimento al raga cantato è composto dalle prime due sillabe. [45] In arabo lo «0 (zero)» è indicato con il punto ma nel sistema indiano con un cerchio. [46] A Sanskrit-English Dictionary: Etymologically and Philologically, pag. 523. [47] Charles-André Gilis in termini che giudichiamo disinvolti dice a riguardo che “la na sanscrita è rappresentata da Ibn Arabī dalla nûn céleste”; esiste una prova o un qualche riferimento testuale di tale affermazione? Pensiamo di no e che sia una elucubrazione ben finalizzata dell’autore; cfr. Charles-André Gilis, La Petite fille de neuf ans, Le Turban Noir, Paris 2006. L’autore non considera che nel simbolismo che commenta, la na starebbe a indicare una differente forma tradizionale, non pensiamo che Ibn Arabī con la sua interpretazione volesse indicare niente di tutto ciò; Ibn Arabī con le due NŪN oppone un aspetto terrestre a uno celeste che se associati alle due forme assegnerebbero l’islam al terrestre e l’induismo al celeste, anche questo non pensiamo fosse nelle intenzioni di Ibn Arabī. [48] L’unico riferimento a questa particolare configurazione è la costruzione del tetto delle chiese con la forma della carena capovolta di una nave che puà trovare un riscontro scritturale con la barca dalla quale Gesù insegnava (Vangelo di Luca V, 3) o la stessa Arca di Noè (cfr. es. Sant’Agostino, Contro Fausto, XII, 15). [49] V. infra. Ibn ‘Arabī, Kitāb al-mīm wa-l-wāw wa-n-nūn, tradotto e annotato da Charles-André Gilis, Le Livre du Mīm du Wāw et du Nūn, éd. Albouraq, 2002. [50] Sull’argomento consultare la sezione Dall’Ordine al Caos del sito www.vedavyasamandala; in particolare gli articoli di Gaṇapati, L’Età dell’Oro: gli Iperborei; Durgādevī, Atlantide: l’inizio della Civiltà occidentale (I); Durgādevī, Atlantide: altre fonti (II); Devadatta Kīrtideva Aśvamitra, Le religioni semitiche. Questo inizio, in un periodo già inoltrato del Manvantara può collocarsi a partire dal Tretā-Yuga al Dvāpara-Yuga, rispettivamente il secondo e il terzo Yuga del Manvantara cui segue in ultimo il Kali-Yuga, l’età oscura che viviamo attualmente nelle sue fasi finali. ScienzaSacra Artículo*: Pietro Más info en psico@mijasnatural.com / 607725547 MENADEL (Frasco Martín) Psicología Clínica y Transpersonal Tradicional (Pneumatología) en Mijas Pueblo (MIJAS NATURAL) *No suscribimos necesariamente las opiniones o artículos aquí compartidos
Enzo Cosma, NA e NŪN La lettera NA sanscrita - Prima parte Il capitolo di René Guénon intitolato I misteri della lettera nūn [1] è t...
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