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“La psicología tradicional y sagrada da por establecido que la vida es un medio hacia un fin más allá de sí misma, no que haya de ser vivida a toda costa. La psicología tradicional no se basa en la observación; es una ciencia de la experiencia subjetiva. Su verdad no es del tipo susceptible de demostración estadística; es una verdad que solo puede ser verificada por el contemplativo experto. En otras palabras, su verdad solo puede ser verificada por aquellos que adoptan el procedimiento prescrito por sus proponedores, y que se llama una ‘Vía’.” (Ananda K Coomaraswamy)

La Psicoterapia es un proceso de superación que, a través de la observación, análisis, control y transformación del pensamiento y modificación de hábitos de conducta te ayudará a vencer:

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sábado, 18 de julio de 2020

Enzo Cosma, NA e NŪN - II

Enzo Cosma NA e NŪN II/III La lettera NÛN araba Sole, Arca e Arcobaleno Un’osservazione a margine per chi ha letto l’articolo, Guénon aggiunge: “Si potrebbe quindi dire che l’unione delle due figure in questione rappresenta il compimento del ciclo mediante la congiunzione del suo inizio e della sua fine” Ricordiamo che si parla della prima tradizione hindū che apre il ciclo[1] e l’ultima forma tradizionale, l’Islām che chiude il presente ciclo; Guénon continua: “tanto più che, nel caso che siano riferite più particolarmente al simbolismo «solare», la figura del na sanscrito corrisponde al Sole nascente e quella del nūn arabo al Sole calante”. Messa a parte la questione della lettera e prendendo in considerazione solo la forma della circonferenza, facciamo notare che il sole quanto si leva e quando tramonta all’orizzonte ha la medesima forma: ossia l’orizzonte lo divide a metà, lasciando visibile in entrambi i casi il suo semicerchio superiore, Guénon invece afferma nell’articolo che il sole al tramonto è rappresentato dalla metà bassa del cerchio. Al contrario, la parte inferiore (che corrisponde alla lettera NŪN vera e propria) è l’aspetto oscurato del sole all’osservatore che potrebbe avere ragioni simboliche ben differenti e contrarie all’intenzione propria del simbolo descritto nell’articolo[2]. Pensiamo perciò che l’applicazione valida del simbolo resti, per il momento, quello dell’Arca e dell’Arcobaleno associato alle due semicirconferenze, inferiore e superiore che formano la circonferenza completa, tutto ciò quando non entrino in gioco le lettere. *** La lettera Nūn araba Dopo aver trattato della NA devanāgarī e dell’impossibilità di essere utilizzata per illustrare il simbolo proposto da Guénon passiamo alla lettera NŪN araba; fino ad ora abbiamo ipotizzato che la lettera NŪN araba servisse come semicirconferenza inferiore del simbolo in questione e per la sua forma rappresentasse anche l’Arca, così come altre immagini analoghe che studieremo più da vicino: passiamo perciò all’esame della lettera (harf) NŪN e al suo utilizzo nello stesso simbolo. La lingua araba è legata intimamente alla rivelazione del Corano così come attestato in numerosi versetti sintetizzati nell’estratto “in lingua araba chiara” (bi-lisān ‘arabī mubīn)[3]. Questo non deve far pensare alla rivelazione della lingua stessa; l’arabo coranico era in massima parte già parlato e scritto nella penisola araba e specialmente nella ragione del Ḥijāz[4]; la fissazione dell’arabo in lingua coranica è un dato assodato così come è certo che l’arabo sia derivato da lingue e alfabeti preesistenti, seppur di difficile e incerta evoluzione[5]. È comunque questo l’alfabeto arabo conosciuto al tempo della rivelazione coranica ed è questo che fu utilizzato per compilare le prime copie scritte del Corano: come noto la rivelazione coranica si è diffusa inizialmente in forma orale[6] e solo successivamente sono state prodotte le prime copie scritte (muṣḥaf)[7]. Questo particolare non è privo d’importanza perché indica esattamente che Dio, nella rivelazione del Corano non ha comunicato le lettere come elementi scritti ma solo sonori. Per la tradizione ebraica è differente, in Esodo è detto espressamente “Quando il Signore ebbe finito di parlare con Mosè sul monte Sinai, gli diede le due tavole della Testimonianza, tavole di pietra, scritte dal dito di Dio”[8] Anche nel Sepher Jetzirah testo della Cabbala, descrivendo la creazione delle lettere: “Dio tracciò in essa, incise e plasmò i ventidue segni fondamentali: tre Madri, sette Doppie, dodici Semplici”[9]. Tra gli studiosi però non c’è unanimità nello stabilire quale fosse la prima forma di scrittura araba utilizzata, tra queste prevalgono lo stile mashq, kufī e hijāzī[10]; queste non sono scritture originali ma derivano da precedenti alfabeti scritti senza che si possa con certezza attribuire l’origine ad uno o all’altro anche se unanime è da ritenersi tra le fonti certe quella nabatea così come molti studiosi sostengono che, specialmente il kufī, sia derivato dall’Esṭrangēlā, l’antico carattere siriaco[11]: Fig. 21 Disegno della lettera NŪN nella scrittura siriaca ’Esṭrangēlā Qui sotto possiamo osservare la somiglianza dell’alfabeto Nabateo (1a colonna a destra) con quello arabo arcaico: ben riconoscibile nelle prime quattro righe la forma delle lettere ALIF, BA, TA, ṮA; queste ultime tre si presentano come piccole squadre orizzontali mentre la NŪN (quinta riga) è verticale edisegna un piccolo «gancio» orizzontale più o meno accentuato. Fig. 22 Lo stile kufī divenne lo stile ufficiale della scrittura araba per secoli prima di essere sostituito dal più sviluppato nasẖ[12]. Venendo alla lettera oggetto del nostro studio, notiamo subito che l’arabo arcaico scritto presenta forme differenti da quelle sviluppate nelle successive calligrafie. Nello stile e nella forma di questi alfabeti originari la lettera moderna NŪN non ha mai avuto la forma conosciuta attualmente riconducibile alla una semicirconferenza con punto. Fig. 23 Disegno moderno della lettera NŪN Originalmente la forma della nūn era rettilinea e non curva; isolata o legata si presentava come «squadra» verticale a bracci diseguali mentre inserita nel corpo consonantico era esattamente come le lettere gemelle (bā ب, tā ت, ṯā ث) scritte con una forma a squadra posta orizzontalmente[13]. Questa forma rimane anche oggi quando la NŪN è inserita nel corpo consonantico o iniziale mentre solo la lettera isolata e finale presenta il disegno semicircolare come conosciuto. Fig. 24 Disegno della lettera nūn quando è isolata, finale, mediana e iniziale. Sotto mostriamo due manoscritti: il primo a sinistra è un’iscrizione coranica rinvenuta a Karbalā (Iraq datata ca. 683): qui la lettera NŪN è evidentemente una squadra verticale a bracci diseguali; a destra una pagina di un papiro del Corano (sūra XXIV, 37) scritto a Medina in stile calligrafia mā’il e datato VIII secolo, qui lo stile è inclinato ma la struttura della NŪN rimane invariata. Solo in alcuni casi come nello stile hijāzī la NŪN assume già una forma curva che non supera mai l’arco di quarto di cerchio[14]. Fig. 25 I due manoscritti successivi sono in stile kufī, la NŪN si presenta con la medesima struttura verticale; in questi come nei precedenti le lettere di tutto il corpo consonantico sono sprovvisti di punti diacritici. Fig. 26 Nella lettera attribuita al profeta Muhammad e indirizzata al governatore del Baḥrayn, Munzir ibn Al Tamimi Sawa, osserviamo la NŪN tracciata da un segno verticale e la presenza di un punto a sinistra dell’asta. Nella basmalah iniziale nel nome «ar-Rahman» si nota perfettamente il tratto verticale della NŪN, nel nome «ar-Rahim» la MIM è scritta tronca; il secondo caso è min disegnato come nodo; il terzo e il quarto caso «an» presentano la lettera ALIF verticale e a fianco ancora il tratto verticale della NŪN con il punto sul fianco sinistro; questo punto, in tutti i casi visti, non rappresenta il punto diacritico che conosciamo nella lettera moderna perché non è presente in tutte NŪN presenti nella missiva; più avanti vedremo il perché. Fig. 27 Come appare chiaramente negli esempi riportati la NŪN araba arcaica ha una struttura verticale e presenta tratti comuni con la NŪN ebraica (fig. 28)[15], fatto normale essendo il Nabateo l’origine comune ai due alfabeti. 1234 567 Fig. 28 1) Aramaico. 2) NŪN siriaco (’Esṭrangēlā) isolata e finale legata 3) Nabateo. 4) La NŪN ebraica, nel corpo della parola (a destra) e finale (a sinistra). 5) La NŪN araba «legata» e «isolata» nei manoscritti kufī presentati più in alto. 6) La nūn ebraica arcaica identica al fenicio presentando notevoli similitudini con la «N» latina e greca; 7) La n etrusca arcaica. Detto questo riguardo alla forma passiamo ad un altro particolare: abbiamo visto che nella scrittura più antica, le copie del Corano erano totalmente prive di punti diacritici (nuqaṭ o i‘ǧām) che servono per distinguere alcune lettere tra loro; questi sono stati inseriti nel corso del I secolo dell’Egira assieme al taškīl (šakl o ḥarakāt) [16], l’apparato dei segni diacritici per indicare la vocalizzazione corretta del semplice corpo consonantico (rasm)[17] che conosciamo attualmente[18]. Tradizionalmente è noto che fu il quarto califfo ‘Ali ibn ‘Abī Talib[19] a comissionare a Abū-l-Aswad al-Duwalī l’operazione di revisione grafica i‘jām e tashkīl[20], siamo perciò qualche decennio postriore alla rivelazione coranica. È importante notare un particolare che esclude l’idea che il punto fosse integrato alla lettera e che quindi rasm e nuqaṭ possano intendersi come un elemento e corpo unico: al nascere di questo sistema, i punti rotondi erano tracciati in rosso (niqāṭ)[21] per differenziarsi graficamente dal corpo consonantico (rasm) scritto in nero, ma questi punti indicavano la vocalizzazione (ḥarakāt) non il diacritico che distingue le consonanti, quindi non corrispondevano alla moderna puntazione dei diacritici (nuqaṭ) che serve per distinguere le lettere tra loro (i‘ǧām) [22]; al contrario, in periodi già tardi, questa richiesta di differenziazione tra consonanti prendeva la forma di piccoli tratti neri sopra e sotto la lettera[23]. Quindi i segni diacritici erano utilizzati con un sistema esattamente contrario all’attuale: i punti per la vocalizzazione e i tratti per la distinzione delle lettere (v. infra). Fig. 29[24] Ad esempio nella forma antica il sukun era segnato da «due punti» mentre ora con un piccolo cerchietto; così i tratti di vocalizzazione attuali furono preceduti da «un punto» sulla lettera per la fatḥa (voc. «a»); «un punto» sotto la lettera per la kasra (voc. «i») e «un punto» a fianco della lettera la damma (voc. «u»). Il sistema era ancora imperfetto, tuttavia era il minimo necessario per salvaguardare la lingua in attesa che il metodo completo e universalizzato venisse introdotto con lo stile nasẖ. Fig. 30[25]. Durante il I secolo dell’Egira la lettera NŪN (*), legata e isolata, è ancora un tratto verticale a «squadra». Sono inesistenti sia i punti di vocalizzazione sia i diacritici (in alto). Fig. 31 In questo manoscritto del Corano del I secolo dell’Egira[26] la NŪN finale dei termini ar-Rahman, al-Qur’ān e mimman è ancora una «squadra arrotondata» ma ancora senza punto (in alto). Fig. 32 Verso la fine del I secolo dell’Egira comincia a presentarsi la forma curva della NŪN, ma ancora senza il punto diacritico, per diventare infine quella conosciuta nello stile nasẖ[27] (in alto). Fig. 33[28] Ancora durante il III/IV secolo dell’Egira vengono copiati manoscritti senza alcun punto diacritico; la lettera NŪN assume una forma intermedia rispetto i precedenti. Fig. 34[29] In questo manoscritto del III secolo dell’Egira osserviamo una particolarità: la basmalah iniziale è visibile ma tronca, nella prima riga il nome Ar-Rahman mostra solo le ultime lettere (al-r)hmn, quindi ALIF, LĀM e la prima RĀ sono scritte sul foglio precedente[30]; la lettera NŪN ha la medesima forma già vista mentre osserviamo quanto dicevamo, le vocalizzazioni (nuqaṭ) sono indicate dal punto rosso e i segni diacritici (ḥarakāt), che indicano la differenza tra le lettere consonanti, sono indicati da piccoli tratti inclinati e neri[31]. Questa inversione non deve stupire perché l’uso di questi elementi grafici è esclusivamente utilitaristico e pratico, i punti diacritici (nuqaṭ) e i segni vocalici (ḥarakāt) non appartengono alla forma essenziale della lettera seppur il tempo e l’uso li hanno incorporati definitivamente[32]; è perciò naturale che la forma definitiva del sistema sia stata scelta quando si fosse constatato miglior uso e maggior chiarezza. Fig. 35 Anche nelle righe qui in alto il punto rosso posto sopra la NŪN non rappresenta il punto diacritico che distingue la lettera dalla BĀ, TĀ e ṮĀ, ma rappresenta in alcuni casi il sukūn[33], quando posto a sinistra, in altri casi la vocalizzazione come indicato nella nota più in alto[34]. Fig. 36 Anche in questo frammento della sūra XXXVIII Sād (versetti 87-88) e inizio della sūra XXXIX Az-Zumar (1-2) la prima NŪN (inizio prima riga) è isolata e segue l’ALIF del foglio precedente[35], non presenta alcun punto così come l’ultima NŪN sākin (finale con sukūn) della sūra essendo i punti alla sua destra il tanwīn[36]; l’ultima parola del versetto 87 (prima parola della seconda riga) la NŪN finale presenta il punto in alto come fatḥa (vocalizzazione a); anche nella basmala che segue, la NŪN finale di ar-raḥmani presenta la kasrah (vocalizzazione i) alla sua destra, etc. Fig. 37 In questo manoscritto del III secolo dell’Egira vediamo la forma della NŪN già incontrata più in alto; anche in questo il punto rosso è utilizzato come vocalizzazione e non come diacritico per distinguere le lettere tra loro simili mentre i tratti rettilinei sono usati come diacritici per distinguere le lettere. La NŪN finale di ar-raḥmani della basmalah presenta la kasra alla sua destra, etc. Fig. 38 Nel famoso manoscritto del Corano blu, scritto a cavallo tra il III/IV secolo dell’Egira[37] le NŪN appaiono contratte ma non cambia la forma verticale ogni segno diacritico, che sia punto o tratto è assente. Fig. 39[38] Durante il III secolo dell’Egira in alcune copie del Corano la lettera NŪN comincia a prendere la sua forma conosciuta di semicirconferenza, ma è ancora verticale e non orizzontale. Oltre al punto rosso della vocalizzazione (ḥarakāt) compare anche il punto diacritico in alto e in nero (nuqaṭ) ma la posizione, anche volendo, non è centrale alla NŪN come nella versione moderna. Fine II, segue III [1] Se non effettivamente si tratta della forma che direttamente discende dal Satya Yuga, l’età dell’oro nella teoria dei cicli hindū. [2] Secondo Miftâh al-Bâqî la parte superiore della NŪN rappresenta la «nûn luminosa» opposta alla «nûn tenebrosa» rappresentata dalla parte inferiore; questa interpretazione cosmologica è contestata da Charles-André Gilis che propone la sua tesi secondo la quale “il nûn inferiore rappresenta la luce divina nel dominio formale, così come la nûn superiore la rappresenta nell’ordine principiale” (Charles-André Gilis, I – Une interpretation cosmologique des Fusûs). Si può osservare in questo pensiero l’incapacità di vedere in un simbolo più applicazioni e punti di vista differenti, atteggiamento che mostra l’indole esclusivista che si riverebera in un’interpretazione rigida e categorica della tradizione. In qualunque caso seppur possa valere l’interpretazione di Gilis, nulla ha a che vedere con la questione proposta da Guénon dove le forme tradizionali corrispondenti ai due semicerchi, Islâm e Induismo (o parti dello stesso sole) dovrebbero essere entrambe ben manifeste perciò non si vede alcun rapporto con l’interpretazione di Gilis. [3] Corano, XXVI, 195; vedere anche XVI 103; XX 113; XXXIX 28; XLIII 3; LXVI 12. Anche l’insegnamento del profeta Muhammad utilizza la lingua araba: “…affinché tu fossi un ammonitore in lingua araba esplicita” (XXVI, 195). [4] Si tratta della regione costiera occidentale della penisola araba che si affaccia sul Mar Rosso e che comprende le città di Mecca e Medina. [5] Tra le lingue e scritture originarie troviamo senz’altro il nabateo e il siriaco entrambe derivate dall’aramaico, tutte appartenenti ad un più vasto gruppo semitico o anticamente fenicio. Questo ha richiesto che la lingua araba arcaica non fosse scritta con alfabeto originale arabo ma in nabateo o siriaco. Tradizionalmente i primi caratteri arabi furono inventati da Muramir Ibn Marwa che visse anni prima del profeta Muhammad ad Al-Anbār (l’antica Perisapora o Firuz Chāpār odierno Iraq), Bašar di Kindian li apprese e li avrebbe portati a Mecca. Secondo un hadīṯ risalente a Ibn ‘Abbās (in Al-Suyūṭī, Al-Muzhir), l’origine risalirebbe a “Al-Khullajān ibn al-Qāsim, che mise per iscritto la rivelazione fatta al profeta Hūd” (cfr. Ibn Khaldûn, Le livre des exemples Tome I, Muqaddima V, XXXIX l'écriture et la calligraphie). Le lettere inventate da Ibn Marwa sarebbero state molto simili allo stile kufī che venne standardizzato da Ibn Muqla, Al-Qahir, e Ar-Radhī, vissuti il III secolo dell’Egira infine perfezionato da ‘Alī Ibn Bawāb. Secondo Baladhuri, Livre des Conquêtes 659-661 furono Ibn Marwa, ibn Ibn Sidra e Amir ibn Jadara (di Tayy vicino a Al-Anbār) che istituirono la scrittura araba (anticamente perese il nome ǧazm) prendendo l’alfabeto siriaco, da questi l’appresero le genti di Al-Anbār e da questi la popolazione di Al-Hira. Il cristiano Bishr (v. supra è lo stesso Bašar) Ibn ‘Abd al-Malik abitò per un certo periodo a Al-Hira, apprese la scrittura e andò a Mecca per affari sposando Sahba figlia di Harb della famiglia Umayya; vedendolo scrivere Sufyan Ibn Umayya e Abu Qays ibn Manâf gli chiesero di insegnare loro l’alfabeto e la scrittura, infine ‘Umar Ibn Khattab la apprese da Harb Ibn Umayya; cfr. anche Antoine Isaac Silvestre de Sacy, Mémoire sur l'origine et les anciens monumens de la littérature parmi les Arabes, Imprimerie Impériale, Paris 1805. G. Troupeau, «Réflexions sur l’origine syriaque de l’écriture arabe», in A.S. Kaye, Semitic studies in honor W. Lesbau, Wiesbaden 1991. [6] Ricordiamo che al-Qurʾān significa propriamente «recitazione»; l’esordio della rivelazione coranica inizia col primo versetto della sūra Al-‘Alaq e la seguente ingiunzione, «iqra’!» tradotto con l’imperativo «recita!», a volte tradotto con «leggi!» che deve essere interpretato simbolicamente visto che l’archetipo del Corano è scritto in cielo, sulla Tavola custodita (al-lawh al-mahfūz). dato che non c’era ancora nulla da leggere se non metaforicamente. [7] Propriamente ǧam’ al-qur’ān «assemblamento del Corano» da frammenti divisi spesso «fogli o foglie» (ṣuḥuf da ṣaḥīfa da cui anche muṣḥaf); secondo Al-Suyūṯī (Al-itqān fī ‘ouloūm al-qor’ān) il Corano sarebbe stato già interamente scritto al tempo del Profeta così come attestano differenti aḥadiṯ seppur non assemblato successivamente in tre tempi differenti, cfr. Asmaa Godin, Les Sciences du Coran, Al-Qalam Editions, Paris 1999. Il muṣḥaf, la copia scritta del Corano, rappresenta perciò solamente il supporto mnemonico. Questo avvenne grazie all’impulso iniziale del primo califfo Abū Bakr al-Ṣiddīq (573-634; califfato 632-634) e terminò col terzo califfo ‘Uthmān ibn ‘Affān (574-656; califfato 644-656) grazie alla raccolta di Ḥafṣa, vedova del Profeta. [8] Esodo (XXXI, 18). [9] Osserviamo che si tratta esattamente della descrizione dell’alfabeto Vattan proposta da Saint-Yves d’Alveydre ne L’Archéomètre (v. supra). Questo fa sospettare che il cosiddetto Vattan, alfabeto adamitico, sia dedotto né più né meno che dall’ebraico. [10] Lo stile mashq prende il nome da mashaqa «allungare»; le prime iscrizioni in questo stile risalgono ai primi anni dell’Egira e si ritrovano sul monte Sal‘ nei pressi di Medina. Lo stile hijāzī prende il nome dalla regione di origine che comprende le città di Medina e Mecca, è uno stile chiamato anche mā’il «inclinato»; lo stile kufī prende il nome dalla città di Kūfa in Iraq, ha subito una notevole evoluzione nei secoli per fissarsi in un canone tra il II e il III secolo dell’Egira. Secondo Ibn al-Nadīm (morto nel 999 d.C.) nell’introduzione del suo Al-Fihrast scrive “La prima delle scritture arabe fu la quella di Mecca, la successiva di Madīnah, poi Bassora, poi Kūfa”, in queste ultime due città prese sviluppo lo stile kufī dovuto anche al trasferimento della capitale a Kūfa intorno al 35 anno dell’Egira; “Lo stile Mashq originale ha continuato a coesistere con lo stile Kufico Mashq e si è persino sviluppato in modo indipendente per qualche tempo prima di svanire e fondersi con esso. I due stili formarono quella che alla fine fu chiamata la calligrafia kufī con le sue varianti”, cfr. Estratto da AAVV, A Handbook of early arabic Kufic Script: Reading, Writing, Calligraphy, Typography, Monograms, Blautopf Publishing, New York, 2017. [11] Il nome ’Esṭrangēlā viene dl greco strongyle στρόγγυλη «rotondo». Cfr. Estratto da AAVV, A Handbook of early arabic Kufic Script: Reading, Writing, Calligraphy, Typography, Monograms, Blautopf Publishing, New York, 2017. [12] Tradizionalmente ideato dal calligrafo Ibn Muqlah Shirāzī. Il nome nasẖ dalla radice NSḪ «copiare» in quanto sostituto del precedente kufī. [13] Stessa sorte per le medesime e altre lettere in alfabeti non arabi, il greco arcaico stesso scriveva la nu con un tratto verticale e un uncino superiore che allungandosi ha trasformato la lettera nella forma a «v» che conosciamo. [14] Forma che corrisponderebbe alla lettera ZAYN che Ibn ‘Arabī dice essere la metà della NŪN. [15] Il significato della NŪN ebraica era legato al «serpente» rintracciabile soprattutto nella sua forma arcaica (v. es. alfabeto sinaitico), poi diventato «serpente marino» infine «pesce» come nell’arabo moderno. [16] Harakat significa «movimento» e riguarda i segni delle vocali brevi. [17] Il rasm indica perciò il semplice scheletro consonantico senza alcun segno diacritico. [18] Tutti questi segni erano pressoché sconosciuti in tempi pre-islamici. La stessa hamza è un inserimento tardo e propriamente grammaticale. Stessa cosa per il tanwīn, in italiano «nunazione» ovvero l’inserimento della nūn per indicare l’indeterminazione del nome: es al-bābu («la porta» determinato) e "la porta"; bābun («porta» indeterminato). “Il caso del Corano è il seguente: da una comunicazione orale, espressa, o recepita, già in origine, in più di un modo (le sette lettere), è derivata una fissazione scritta in modo non univoco, per la mancanza di segni per le vocali brevi e l’uso di un solo segno grafico per rappresentare più di un suono da una parte, e la mancanza di segni di interpunzione dall’altra. Tutto ciò era sopperito dalla tradizione orale […] La tradizione del Corano, che è la sua recitazione, si basa quindi esclusivamente sulla trasmissione orale, da maestro a maestro […] Il Califfo ‘Uṯmān inviò infatti, assieme a ciascun esemplare scritto del Corano, una guida esperta e giudicata valida, che lo insegnasse esattamente e la cui recitazione fosse conforme alla scrittura del testo”, Carmela Crescenti, La ricerca della perfezione nella recitazione coranica, “Introduzione”, Leo S. Olschki Editore, Firenze 2005. Un caso eclatante di errore di pronuncia dovuta all’assenza di segni vocalici è presente nel versetto (IX, 3) “Dio disapprova i politeisti, il suo messaggero anche” che senza vocalizzazione poteva essere letto “Dio disapprova i politeisti e il suo messaggero” letto rasūlihi anziché rasūluhu. [19] ‘Ali ibn ‘Abī Talib (601-661; califfato 656-661). [20] Un successivo e definitivo adattamento grafico venne commissionato a due studenti di al-Duwalī dal governatore omayyade Al-Hajjaj ibn Yusuf al-Thaqafi; questi crearono una nuova codificazione di i‘jām e tashkīl. Un nuovo e definitivo tashkil è stato studiato da Al-Khalil ibn Ahmad al-Farahidi (718-786) e utilizzato universalmente per scrittura araba dagli inizi del XI secolo. [21] Il rosso era il colore prevalente ma ci sono casi in verde, bianco, giallo. [22] Ad esempio: ب BĀ; ت TĀ; ث THĀ; ن NŪN; ي YĀ; etc.. [23] “Le lettere arabe, come le conosciamo oggi, sono costituite da tratti e punti, Questi ultimi sono chiamati i‘jām. L’antica scrittura araba non li conosceva, ed erano costituiti da tratti”, Asmaa Godin, Ibid. [24] Tabella estratta da AAVV, A Handbook of early arabic Kufic Script: Reading, Writing, Calligraphy, Typography, Monograms, Blautopf Publishing, New York, 2017. [25] I sec Egira - sūra XXI, 64-68 [26] Università di Birmingham; inizio della sūra XX Tā-Hā. [27] Per una consultazione completa di manoscritti del primo secolo dell’Egira v. A Manuscript Containing The Qur'ān From 1st Century Hijra, a cura di Islamic Awareness; S. M. V. Mousavi Jazayeri, Perette E. Michelli, Saad D. Abulhab, A Handbook of Early Arabic Kufic Script: Reading, Writing, Calligraphy, Typography, Monograms, Blautopf Publishing, New York, 2017. Anche il sito www. corpuscoranicum.de. [28] III/IV sec. Egira - sūra ar-Rahman LV, 1 [29] III sec. Egira - sūra aṭ-Ṭūr LII, 1-4 (basmalah e ayat 4 incompleti) [30] Le regole di scrittura anticamente erano evidentemente differenti da quelle conosciute attualmente che non permettono la sillabazione. [31] In questo esempio sono ben visibili i tratti rettilinei diacritici che identificano le consonanti, es.: 1a riga la NŪN del nome tronco HmaNi (ar-rahman), un tratto rettilineo oggi «punto sovrapposto», la YĀ (ar-rahīm) con il doppio tratto oggi «due punti sottoposti». 2a riga: il tratto sopra la ṬĀ di aṭ-ṭūr; 4a riga: il tratto sopra la FĀ di fī; 5a riga: il doppio tratto sopra la QĀF di rāqq(y); il tratto sopra la NŪN di manšūr, etc. Anche i punti rossi che indicano la vocalizzazione: la kasrah (i) del nome tronco HmaNi (ar-rahman) e di Ar-Rahīmi; 4a riga: il tanwīn della parola masṭūrin o in 5a riga del termine manšūrin, etc. [32] Parliamo ovviamente dell’arabo coranico e della sunna, nell’arabo corrente la vocalizzazione è assente a parte pochi tratti essenziali alla lettura. [33] Si tratta di un segno diacritico posto sopra una lettera e indica che la consonante su cui è apposto è muta, cioè non vocalizzata, attualmente nella scrittura conosciuta è disegnato come piccolo cerchio. [34] In antico stile Mashq. È chiamato Musḥaf ʿUthman, tra le copie più antiche di Corano conservato presso il Museo Topkapi di Istambul. Si tratta di un frammento della sūra XXVII Al-Naml (fine 69-72) dove leggiamo la seconda parola (ultima del versetto 69) al-mujrimīna che presenta il punto rosso come vocalizzazzione fatḥah posto sopra alla NŪN legata; la seconda parola del versetto successivo 70 nel termine taḥzan il punto rosso è usato come sukūn è posto a sinistra della alla NŪN isolata; nell’ultima parola del versetto 70 yamkurūn è ancora fatḥah posto sopra alla NŪN; nel successivo 71 l’ultima (prima della quarta riga) ṣādiqīn il punto rosso è ancora fatḥah; così nel 72 yakūna e alla fine del versetto è fatḥah; etc. [35] Da notare all’inizio e alla fine del manoscritto che l’interruzione delle parole in questi primi muṣḥaf non ha il rigore delle copie moderne. [36] Nunazione finale di parola –un –an e -in [37] Probabilmente per la Grande Moschea Qairawan di Tunisi. [38] III sec Egira - Fine sūra al-Jathiyah LXV, 37 e inizio sūra al-Ahqaf XLVI, 1-10 ScienzaSacra Artículo*: Pietro Más info en psico@mijasnatural.com / 607725547 MENADEL (Frasco Martín) Psicología Clínica y Transpersonal Tradicional (Pneumatología) en Mijas Pueblo (MIJAS NATURAL) *No suscribimos necesariamente las opiniones o artículos aquí compartidos
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