Psicología

Centro MENADEL PSICOLOGÍA Clínica y Tradicional

Psicoterapia Clínica cognitivo-conductual (una revisión vital, herramientas para el cambio y ayuda en la toma de consciencia de los mecanismos de nuestro ego) y Tradicional (una aproximación a la Espiritualidad desde una concepción de la psicología que contempla al ser humano en su visión ternaria Tradicional: cuerpo, alma y Espíritu).

“La psicología tradicional y sagrada da por establecido que la vida es un medio hacia un fin más allá de sí misma, no que haya de ser vivida a toda costa. La psicología tradicional no se basa en la observación; es una ciencia de la experiencia subjetiva. Su verdad no es del tipo susceptible de demostración estadística; es una verdad que solo puede ser verificada por el contemplativo experto. En otras palabras, su verdad solo puede ser verificada por aquellos que adoptan el procedimiento prescrito por sus proponedores, y que se llama una ‘Vía’.” (Ananda K Coomaraswamy)

La Psicoterapia es un proceso de superación que, a través de la observación, análisis, control y transformación del pensamiento y modificación de hábitos de conducta te ayudará a vencer:

Depresión / Melancolía
Neurosis - Estrés
Ansiedad / Angustia
Miedos / Fobias
Adicciones / Dependencias (Drogas, Juego, Sexo...)
Obsesiones Problemas Familiares y de Pareja e Hijos
Trastornos de Personalidad...

La Psicología no trata únicamente patologías. ¿Qué sentido tiene mi vida?: el Autoconocimiento, el desarrollo interior es una necesidad de interés creciente en una sociedad de prisas, consumo compulsivo, incertidumbre, soledad y vacío. Conocerte a Ti mismo como clave para encontrar la verdadera felicidad.

Estudio de las estructuras subyacentes de Personalidad
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Visualización Creativa
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Desbloqueo Emocional
Exploración de la Consciencia

Desde la Psicología Cognitivo-Conductual hasta la Psicología Tradicional, adaptándonos a la naturaleza, necesidades y condiciones de nuestros pacientes desde 1992.

lunes, 4 de diciembre de 2017

Antonello Balestrieri, Intorno alla «dissoluzione», ovvero: i detrattori di René Guénon parlano anche italiano

Antonello Balestrieri Intorno alla «dissoluzione», ovvero: i detrattori di René Guénon parlano anche italiano Con il curioso titolo di Gli «Adelphi» della dissoluzione le Edizioni ARES di Milano hanno pubblicato alla fine del 1994 un libro tutto dedicato, come dice il suo sottotitolo, a chiarire quelle che vengono chiamate le «strategie culturali del potere iniziatico»; l’autore ne è Maurizio Blondet, giornalista e scrittore a cui già si doveva un lavoro sui Fanatici dell’Apocalisse, apparso nel 1993 presso le Edizioni IL CERCHIO di Rimini.�� Se il titolo dell’attuale lavoro è insolito, ancor più strana per il lettore «medio» deve suonare la spiegazione, la quale è chiaramente intesa a far pensare che il Blondet sia particolarmente preparato nella materia; leggendo il libro ci si accorge che così è di fatto, ma solo nel senso che egli sembra aver raccolto in tutto e per tutto l’eredità degli errori, delle incomprensioni e dell’animosità nei confronti dell’iniziazione e in genere dell’esoterismo che furono tipici della rivista «Renovatio» di Genova, ispirata dal Cardinal Siri e sostenuta dalla collaborazione di G. Baget-Bozzo e di Piero Vassallo[1 È inoltre palese, per la stessa costruzione del libro, che insieme a questo già dubbio lascito Maurizio Blondet ha rilevato anche il peso della prosecuzione ed estensione, in lingua italiana, di quella azione antitradizionale dalle singolari caratteristiche di doppiezza e di voluta confusione - essenzialmente rivolta contro René Guénon e la sua opera - che viene condotta in lingua francese dalle Edizioni ARCHÈ (un tempo anch’esse di Milano, ora apparentemente ritiratesi in Francia), e di cui abbiamo trattato piuttosto diffusamente nei nn. 70, 71 e 73 della «Rivista di Studi Tradizionali».��A questa seconda bisogna il Blondet si è applicato qui in modo più sottile e «problematico» di quanto non facessero negli scritti da noi esaminati allora i vari Secret, Rocca, Thomas e affini, e questa «problematicità» merita che ci si arresti subito ad esaminarla; del resto, abbiamo già avuto modo di constatare in altre occasioni come sia facile che nel corso di questi tentativi, diretti o surrettizi, di screditare l’opera e la figura di R. Guénon, gli autori dei supporti scritti si scartino a tratti, più o meno sensibilmente, dalla linea «ufficiale» che di volta in volta[2] si tratta di far prevalere.�� Quest’ultimo rilievo ci fa tornare alla questione della reale competenza dell’autore a trattare la materia indicata nel sottotitolo, competenza che, come si poteva immaginare dalla concezione stessa di quest’ultimo[3], lungi dall’avere i caratteri dell’effettività e della serietà, si apparenta piuttosto con una originaria collaborazione del Blondet con la rivista «Arcana» (più tardi «Gli Arcani») negli anni 1972-73. Tale rivista, pubblicata dall’editrice ARMENIA di Milano, sfruttando la propensione del «grosso pubblico» per il fenomenismo insolito e per quello che viene chiamato abitualmente l’«occulto», raccoglieva scritti di parapsicologia, «ufologia», spiritismo, sedicenti tecniche yoga adattate per l’Occidente, ecc., e i contributi del Blondet, i cui riferimenti erano fra l’altro a J. Evola, Gurdjeff e altri dubbi autori «tradizionalisti» o pseudo-tradizionali, lasciavano però intravedere al loro fondo una lettura di testi guénoniani che, mai chiaramente indicata ad eccezione di una sola occasione, era comunque assoggettata a una interpretazione personale nettamente aberrante[4].�� Se è certo questo bagaglio «culturale» del suo autore che rende ragione dell’impressione «onirica» che si riceve da una prima lettura degli «Adelphi» della Dissoluzione, denso di ipotesi gratuite, di deduzioni ingiustificate e di conclusioni affrettate e di puro comodo, è molto probabilmente anche esso che ha suggerito ai committenti di questo lavoro l’idea di affidargliene l’esecuzione, giacché è facile che tale sospetta «preparazione» sia da essi stata scambiata per vera competenza, in un campo che ai più sfugge per intero. Qualunque sia l’identità dei committenti in questione (ma non è eccessivamente difficile capire a quali ambienti appartengano), ciò che li ha spinti a far congegnare un simile strumento di guerra contro l’esoterismo e l’iniziazione (perché tale esso è ai nostri occhi) non può essere stata che la presa di coscienza, e la preoccupazione che non può non conseguirne, della disgregazione di cui il mondo moderno sta patendo, i sintomi della quale si stanno manifestando a una tale velocità da far assumere a questo mondo l’aspetto di un completo caos anche agli occhi dei più sprovveduti.��Soltanto che, invece di ripiegarsi su se stessi e chiedersi se le «cause seconde» di un simile disordine non possano essere imputabili anche a loro, gli uomini che compongono questi ambienti, sentendo forse ancora vagamente la responsabilità di essere i depositari, per quanto indiretti, delle «chiavi» di questa situazione, con tratto tipico della mentalità occidentale tale responsabilità non sanno far di meglio che gettarla su qualcun altro. Dimenticano, così facendo, la loro connivenza nell’adozione, da parte dell’Occidente della falsa idea di «progresso» su cui il mondo moderno è stato «costruito», connivenza che essi non hanno tardato a mutare in indiscriminata approvazione quando hanno accettato di trasferirla alla dottrina di cui erano i guardiani, dottrina che non sopporta, per essere di derivazione spirituale, una simile ibridazione[5].�� Ad ogni modo, sia come si voglia di tale questione di responsabilità che non è nostra competenza discutere, possiamo almeno ricordare qui che sono i moderni Occidentali che hanno individuato un «progresso» nelle caratteristiche esteriori corrispondenti alle connotazioni «discendenti» del ciclo terrestre in cui sono coinvolti. È evidente che si tratta di cose che hanno una loro realtà, come tutto nella manifestazione, ma il fatto di non essere in grado di metterle in relazione con un’epoca più generale di quel che non sia la loro propria, ovvero di non poter situarle qualitativamente all’interno di un ciclo più ampio di quello che è loro permesso di percepire attraverso le loro ridotte facoltà di intellezione, ha indotto i moderni ad attribuir loro una «positività» che esse non hanno. Ciò è accaduto anche perché, in corrispondenza con questo indebolimento delle facoltà intellettuali, nella tutta recente visione della «scienza» profana il tempo è stato concepito come sviluppantesi in modo rettilineo, quando esso è invece ciclico nella realtà; ma questa seconda maniera di intendere il tempo, quello che coinvolge le cose e non la vuota astrazione di cui unicamente si occupa la fisica moderna, è resa possibile all’uomo solo se egli adotta una prospettiva che sia il frutto dell’esercizio, al livello delle condizioni della manifestazione, di una facoltà intellettuale superiore che trascende e domina queste condizioni stesse. Tale prospettiva, corrispondendo a un punto di vista totalmente disinteressato, è la sola che possa permettere di concepire, nel corso del ciclo, come stiano realmente le cose in ogni epoca, e trasmetterla all’umanità è il ruolo della dottrina tradizionale; è evidente che quando i depositari della dottrina, in una civiltà, abbiano adottato essi stessi il punto di vista della scienza profana, questo compito viene meno, e gli uomini sono - letteralmente - abbandonati a se stessi, alle loro illusioni, vale a dire, e all’ignoranza che è il prodotto delle loro facoltà inferiori di percezione. I loro agimenti non possono allora che essere consoni con la loro ignoranza e l’insieme delle loro volizioni ed azioni costituirà un disordine che potrà soltanto risultare nella rovina di tale civiltà.��È un tentativo di esame di una simile situazione di decadimento quello che si cerca di fare negli «Adelphi» della Dissoluzione. Esso è condotto dal Blondet con mentalità non diversa da quella che mettevano in luce le sue produzioni giovanili per «Arcana», tipicamente «occultistica», cioè, e l’influsso di una lettura distorta dell’opera di René Guénon vi è sempre presente; ma ora è come se una mano «esterna» abbia, in più, governato la sua penna, inducendolo a denigrare costantemente tutto ciò che proviene da tale filo conduttore, in assenza del quale, per quanto deformato esso sia dalla sua visione propria, il suo lavoro si ridurrebbe a una congerie di variazioni «scandalistiche» del peggior tipo giornalistico, capaci al massimo di attirargli qualche causa per diffamazione se le condizioni del contesto «sociale» in cui il libro appare fossero meno anormali. Ciò che diremo d’ora in poi di questo libro concernerà perciò esclusivamente questo suo «filo conduttore» ora più, ora meno dichiarato, e sarà inteso a mettere in luce le assurdità sull’opera di René Guénon da cui esso è caratterizzato.�� La prima delle osservazioni che ci sembrano imporsi è un’osservazione di fondo concernente il ruolo reale dell’iniziazione e degli iniziati nel corso del ciclo terrestre; abbiamo detto poco fa che per poter situare correttamente in quest’ultimo la porzione di esso che corrisponde all’epoca moderna occorre porsi da un punto di vista di conoscenza disinteressata. È questo il punto di vista iniziatico in senso proprio, il quale prescinde dalla considerazione dell’ottenimento di qualsiasi risultato che sia soltanto individuale o parziale e non tenga conto dei principi universali e delle leggi cosmologiche che ne sono un riflesso; solo esseri che siano in armonia con questi princìpi e conoscano tali leggi possono operare in modo conforme con quello che le iniziazioni occidentali chiamano il «Piano del Grande Architetto dell’Universo», e questo modo è anche l’unico che permetta di non essere travolti dalle forze in gioco.��Ci sembra evidente che un simile modo di agire non può essere l’appannaggio di tutti gli uomini indiscriminatamente, e di fatto in tutte le tradizioni è presente questa idea di una élite intellettuale sulla quale si modellano le civiltà corrispondenti. Attribuire, come fa il Blondet, a questa éliteun’influenza «dissolvente»[6], o addirittura l’intento di accelerare «la fine dei tempi», è pura aberrazione, essendo un obiettivo di questo genere - la dissoluzione, o dispersione - in perfetta antitesi con il processo che porta alla conoscenza, il quale è eminentemente sintetico. La presenza di iniziati nel senso vero della parola è, in seno a una civiltà, la garanzia che tale civiltà è destinata a durare; è quanto afferma René Guénon nel capitolo «Sur la notion de l’élite» di Aperçus sur l’Initiation (pag. 274, nota 3): «Si potrebbe dire che, a motivo del movimento di “discesa” ciclico [di “eletti”, vale a dire di esseri umani facenti parte dell’”élite”] devono necessariamente essercene sempre di meno; ed è possibile comprendere da ciò cosa voglia significare l’affermazione tradizionale secondo cui il ciclo attuale si chiuderà quando “il numero degli eletti sarà completato”».��Si potrebbe obiettare che quest’ultima asserzione di Guénon, di cui è difficile negare l’importanza con riferimento c ciò che si sostiene in questo libro, è troppo «generica», e può riguardare forme tradizionali sconosciute all’autore di quest’ultimo e ai suoi possibili lettori, cosicché, in tali condizioni, essa assume solo l’aspetto di un’affermazione campata in aria, di puro comodo, cioè, come quasi tutte quelle del Blondet, se non addirittura «mistificante». Ma le cose non stanno affatto così: questa concezione, con un espresso richiamo all’«elezione», è contenuta nelle scritture della forma tradizionale che il Blondet ha la pretesa di rappresentare e di... difendere; lasciamo quindi a lui il compito di cercare dove essa si trovi nei testi della sua propria tradizione.��Del resto, assegnare la decadenza dell’Occidente, e (aggiungeremo noi) per suo influsso del mondo, o il suo aggravarsi, a una supposta élite di iniziati che lavorerebbero alla decomposizione finale di quest’ultimo, come si avanza negli «Adelphi» della Dissoluzione, è in aperta contraddizione con le espresse, molteplici dichiarazioni di René Guénon in proposito; si vedano, per rendersene conto, due sue opere come Oriente e Occidente e La Crisi del Mondo Moderno, e si legga, soprattutto, questa sua esplicita conclusione sull’argomento che ritroviamo ancora nel capitolo «Sur la notion de l’élite», già da noi citato: «C’è una parola che abbiamo usato piuttosto di frequente in altre occasioni, e della quale ci resta ancora da precisare qui il senso ponendoci più specialmente dal punto di vista propriamente iniziatico [...]: si tratta della parola “élite”, della quale ci siamo serviti per indicare qualcosa che non esiste più nello stato attuale del mondo occidentale [il corsivo è nostro], e la cui costituzione, o piuttosto la cui ricostituzione, ci appariva essere la condizione prima ed essenziale di un “raddrizzamento” intellettuale e di una restaurazione tradizionale».�� Se si pone mente ai testi antichi della tradizione occidentale a cui ci riferivamo poco fa, si può comprendere perché R. Guénon parli qui di «ricostituzione», e la sua netta denegazione dell’esistenza attuale di qualcosa che vi corrisponda nel mondo occidentale moderno prova che ciò a cui il Blondet attribuisce abusivamente la denominazione di élite non è affatto quel che René Guénon voleva dire con tale parola. Perché il Blondet favorisca una simile confusione, se sia per incapacità propria a intendere quel che Guénon vuol significare o - che è anche possibile -, per compiacenza verso i suoi attuali committenti, è una cosa che riguarda soltanto la sua coscienza; a noi premeva mettere in chiaro nel modo più netto possibile che ciò a cui si attribuiscono in questo libro le denominazioni di élite e di «iniziati» non è nel modo più assoluto quel che la tradizione significa con questi termini, e a cui Guénon fa esclusivo riferimento nel corso della sua opera; e ciò è sufficiente a demolire l’assunto di base di questo «Adelphi» della Dissoluzione da un punto di vista realmente tradizionale.�� Una seconda osservazione per noi importante riguarda il ruolo che ha in questo lavoro quello che abbiamo definito l’influsso di una lettura deformata dell’opera di Guénon, che si accompagna però a un suo contemporaneo ripudio, più o meno volontario e sincero che sia. Siccome si tratta di cosa non facile da capire e che, anche se illuminante su un certo tipo di mentalità, sarebbe troppo complesso seguire in tutti i suoi sviluppi, ci limiteremo qui a notarne la prima manifestazione, che è del resto anche la più significativa nella sua schizofrenica e pur ingenua illogicità.�� A pag. 15, in occasione di una nota su quegli awliyâ esh-shaytân di cui parla R. Guénon nel suo Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, egli prende a prestito dall’introduzione di G. Rocca al libro di ARCHÈ da noi recensito nel n. 70 della «Rivista di Studi Tradizionali» una posizione critica nei confronti di `Abdul-Hâdî Aguéli, che esprime nel modo seguente: «[...] In realtà, l’ortodossia islamica sembra ignorare i “Santi di Satana”. Ipotizzo che Guénon debba questa nozione al suo “iniziatore” Abdul-Hadi, [il corsivo è nostro], al secolo John Gustav Agueli [...]; stramba figura di pittore e poliglotta svedese [in realtà, `Abdul-Hâdî era finlandese], spiritualista swedemborghiano e anche “contatto” dell’agente segreto italiano Enrico Insabato presso i senussiti libici. Agueli si era convertito all’Islam, ma per poi cadere in una vera passione per i Malamatiyya, da lui identificati tout court con i Sufi. I Malamatiyya (“grandissimi iniziati”, per il credulo Agueli) s’impegnano a una pratica di mortificazione, la quale consiste nel compiere atti che, nella vita quotidiana, procurino il biasimo (malamah) del prossimo: ciò ha portato taluni di loro a compiere “atti strani”, nel senso di scandalosi, aberranti o blasfemi, proprio come quelli raccomandati in certe cerchie gnostiche occidentali. Ciò valga - dato che citeremo ampiamente Guénon in questo saggio - come caveat anche della credibilità di Guénon, a dispetto di tutto il suo apparente rigore» [il corsivo è nostro].�� Di questa nota compendiosa e rivelatrice metteremo in evidenza quattro punti che caratterizzano bene lo spirito con cui è stato congegnato tutto il libro sotto questo aspetto: 1. La pretesa di giudicare dei criteri d’ortodossia di una tradizione a cui non crediamo che l’autore appartenga (l’osservazione si presterebbe a sviluppi abbastanza estesi che non possono trovare spazio qui). 2. Il tour de main truffaldino che permette di comparare la figura di `Abdul Hâdî (del resto ricostruita ad arte) con quella di Guénon, al quale «si ipotizza» che il primo abbia trasmesso il dato (di dubbia ortodossia secondo il Blondet) sugli awliyâ esh-shaytân. 3. L’imputazione ad `Abdul Hâdî di connivenza con i servizi segreti italiani, imputazione che servirà a trasferire puù tardi su René Guénon il sospetto ignobile che anch’egli fosse coinvolto in attività antitradizionali dello stesso genere (pag. 95, in nota: a nostra conoscenza questa è la prima volta in cui si arriva a una simile bassezza). 4. Lo straordinario tipo di «logica» che mette l’autore in condizione, per perseguire i suoi scopi, di servirsi «ampiamente» dell’opera di qualcuno che dichiara subito... non credibile, nonostante gli apparenti (?) meriti di rigore e di affidabilità!�� È mai possibile che non sia passato per il capo al Blondet che se Guénon è «inaffidabile», tutto quel che egli dirà al suo seguito, più o meno distorto che sia (ed è un buon novanta per cento della sostanza del suo lavoro), sarà del pari inaffidabile?�� Tutto il libro è d’altronde costellato di incongruenze di questa fatta, e va perciò letto in questa chiave: impotenza a spiegarsi le cose di cui ci si occupa... se non ricorrendo a considerazioni che non si condividono (ma è poi proprio vero? Dietro a questa domanda si nasconde la «problematicità» dell’approccio «personale» di Maurizio Blondet a Guénon...) e da cui i lettori, soprattutto, devono guardarsi. È la condizione a cui non possono sfuggire coloro che vogliono interessarsi di realtà più grandi della loro capacità di capire, e i cui tardivi tentativi di spiegazione sono, per di più intralciati da una loro propria «pseudo-dottrina» secondo la quale certe cose non si possono (e quindi non si debbono) comprendere. Tutta la loro avversione attuale per la gnosi) parola che non significa altro che «conoscenza») ha la sua origine in questo balzano qui pro quo.��Rientra nel controsenso di cui abbiamo appena detto un’altra affermazione esplicita a proposito di René Guénon che vale la pena di tornare a guardare da vicino. A pag. 94 degli «Adelphi» della Dissoluzione si afferma: «Dunque, un laicista [...] può leggere Guénon come ulteriore ad Adorno [?] per superare “la vuota tensione verso il futuro” dell’eresia marxista francofortese [?!]. Tanto più che Guénon non obbliga a piegarsi a un Dio da cui ci si riconosce dipendenti. Né Chiesa né dogmi» [il corsivo è nostro]. Ci sembra inutile perder tempo a confutare nel particolare il ripulsivo primo paragrafo, nel quale si abbassa l’opera guénoniana al livello di una qualunque «filosofia» moderna; sarà sufficiente dire che ogni tentativo di questo genere non può che corrispondere a una falsificazione della dottrina tradizionale, e che un «laicista», qualsiasi cosa faccia o «legga», finché conserva questo suo modo di pensare non può che restare un «ignorante», o un «profano», come esprime letteralmente la qualifica di cui si riveste.�� Più interessante invece è indagare quanto di vero ci sia, se ce n’è, nell’apodittica affermazione che segue, e per farlo non vediamo di meglio che riferire, se pur lungo, un testo dell’opera stessa di René Guénon di cui già si era servito in questa rivista (n. 74) P. Nutrizio per chiarire un analogo voluto malinteso di altro autore. Nel capitolo VII di Iniziazione e Realizzazione spirituale, «Necessità dell’exoterismo tradizionale», René Guénon dice espressamente: «Molti sembrano dubitare della necessità, per chi aspira all’iniziazione, di ricollegarsi prima di tutto a una forma tradizionale di ordine exoterico e di osservarne le prescrizioni; questo è del resto l’indice di un modo di sentire che è proprio dell’Occidente moderno, e le cui ragioni sono senza dubbio molteplici. Non ci metteremo a cercare quale parte di responsabilità possano avere in questo gli stessi rappresentanti dell’exoterismo religioso, portati troppo sovente dal loro esclusivismo a negare più o meno espressamente tutto quel che va al di là della loro sfera; [...] ma ciò che è più stupefacente, è che coloro che si considerano qualificati per l’iniziazione possano dar prova di un’incomprensione che, in fondo, è comparabile a quella [degli exoteristi], anche se si applica in una maniera in certo qual modo inversa. In effetti, è ammissibile che un exoterista ignori l’esoterismo, anche se certamente questa ignoranza non ne giustifica la negazione; ma, per contro, non lo è che chiunque abbia delle pretese all’esoterismo voglia ignorare l’exoterismo, non foss’altro che praticamente, giacché il “più” deve necessariamente comprendere il “meno”. Del resto, questa stessa ignoranza pratica, che consiste nel considerare inutile o superflua la partecipazione a una tradizione exoterica, non sarebbe possibile senza un disconoscimento anche teorico di questo aspetto della tradizione, ed è questo che la rende ancora più grave, giacché ci si può domandare se qualcuno in cui sia presente un disconoscimento simile [...] è realmente pronto ad affrontare il dominio esoterico e iniziatico, e se non dovrebbe invece piuttosto applicarsi a capir meglio il valore e la portata dell’exoterismo prima di cercare d’andare più lontano. Di fatto, si tratta manifestamente della conseguenza di un indebolimento dello spirito tradizionale inteso nel suo senso generale, e dovrebbe essere evidente che è questo spirito che bisogna prima di tutto ripristinare integralmente in se stessi se si vuole in seguito penetrare il senso profondo della tradizione. [...] L’adesione a un exoterismo è una condizione preventiva per pervenire all’esoterismo, e, inoltre, non si deve credere che questo exoterismo possa essere rigettato quando l’iniziazione è stata ottenuta, così come le fondamenta [di un edificio] non possono essere soppresse quando l’edificio è costruito. Aggiungeremo che, in realtà, l’exoterismo, ben lungi dall’essere rigettato, deve essere “trasformato” in misura corrispondente al grado raggiunto dall’iniziato, giacché questi diviene sempre più capace di capirne le ragioni profonde, e che, di conseguenza, le sue formule dottrinali e i suoi riti assumono per lui un significato molto più realmente importante di quello che possono avere per il semplice exoterista, il quale tutto sommato è sempre ridotto, per definizione stessa, a vederne solo l’apparenza esteriore, vale a dire ciò che conta di meno quanto alla “verità” della tradizione intesa nella sua integralità».�� Dal testo che abbiamo citato si deduce che se il Blondet si fosse data la pena di studiare seriamente l’opera di René Guénon (o di riferirne onestamente?) invece di accostarla qui con il solo intento espresso di emettere contro di essa insinuazioni false e ingiuste, si sarebbe accorto che, anche solo da quanto ne abbiamo estratto noi ora, discende l’assoluta impossibilità di attribuire giustificatamente agli ambienti e agli autori che fanno le spese personali degli attacchi contenuti nel suo libro l’attributo di «iniziatici» nell’unico senso legittimo della parola, che è quello tradizionale. Quali mai di essi, infatti (sia che appartengano a gruppi di colorazione «culturale», o, a maggior ragione ancora, a gruppi di connotazione politica in senso moderno) affermano l’idea che per poter avere qualche pretesa a determinati risultati, soprattutto conoscitivi, occorre che ci si assoggetti - propedeuticamente, per così dire - alla pratica rigorosa di un exoterismo (il che per l’Occidente corrisponde a una «religione»), pratica che comporta, ovviamente, insieme a molte altre cose come la «morale», quasi totalmente scomparse dalla coscienza comune, un atteggiamento di sottomissione individuale all’aspetto «personale» del Principio e alle Leggi da Esso «inviate» agli esseri che sono situati nella manifestazione? Sicché, anche a tale proposito, emerge come la verità sia esattamente all’opposto di quanto si sostiene in questo «Adelphi» della Dissoluzione.�� A una conclusione simile si arriverebbe anche se si prendessero in considerazione ravvicinata tutte le altre occasioni in cui è questione, in questo libro, dell’opera di René Guénon; ma non pensiamo che valga la pena di proseguire nella nostra elencazione, che finirebbe per essere persino tediosa per il lettore; ci riserviamo comunque di ritornare sull’argomento se le circostanze vi si presteranno.��Ci resta però ancora da dire qualche parola su quello che noi riteniamo essere il perché del poco ordinario titolo dato a questo saggio. In una lettera privata del 21 giugno 1936, René Guénon diceva a un suo corrispondente: «Se l’adesione a un qualunque partito [politico] è in sé una cosa indifferente dal nostro punto di vista, non è tuttavia men vero che in tutti i partiti si esercitano influenze che possonoessere pericolose in quanto hanno più o meno attinenza con la contro-iniziazione, la quale insinua i suoi agenti dovunque può...». Non ci sembra totalmente fuori luogo dire che a un pericolo del genere possono essere soggette anche le attività che ruotano attorno alle case editrici, tenuto conto del ruolo, politico o di altro genere più «sottile», che la stampa ricopre in un tipo di civiltà come quella occidentale attuale.��Senonché, per poter affermare con sicurezza che si è identificato un «luogo» in cui le influenze di cui parla R. Guénon nella sua corrispondenza si esercitano per così dire «elettivamente», occorrerebbe che si appartenesse a un centro che disponga dei mezzi atti a sviluppare un’azione tradizionale di ordine profondo, capace di opporsi ad esse in modo non «mescolato»; ora, l’ipotesi che esista attualmente un tale centro all’interno di un’organizzazione tradizionale occidentale, ricordando quel che abbiamo citato di Guénon in precedenza, è da scartare; e del resto, quando di tale azione diciamo «di ordine profondo» è evidente che intendiamo esercitata da esseri in possesso di conoscenze di tipo realmente «esoterico» in senso tradizionale. Se il giudizio a cui si riferisce il libro attuale è emesso, com’è, da un punto di vista soltanto exoterico, punto di vista dal quale non è possibile operare con certezza, secondo l’espressione ricordata dal Blondet, «il discernimento degli spiriti», la natura del giudizio avrà solo la qualità di una pura illazione, com’è del resto nel carattere del libro stesso per espressa ammissione del suo autore.�� Ma c’è di più: in queste condizioni è ben possibile che la situazione vera sia all’opposto di quel che si cerca di far apparire, giacché la tecnica preferita dalle forze realmente associate alla «dissoluzione», quando si trovino di fronte a qualcosa che temono veramente, è quella di attaccarlo indirettamente, mescolando il vero al falso, il giusto all’errato, proprio come si fa in questo libro (e se abbiamo citato nella nota 4 il ruolo del Verne di cui Guénon parlava, è solo perché riscontravamo in esso un’analogia impressionante con quello del Blondet). Casi di questo genere si sono avuti non poche volte nel corso di tempi anche recenti, e, per quanto ciò possa stupire qualche lettore, un esempio patente dell’applicazione di una simile tattica antitradizionale fu l’«affare Taxil», che, come ricorda R. Guénon nella sua opera, coinvolse i resti di quella che è l’unica organizzazione iniziatica legittima che sopravviva in Occidente.�� Quel che intendiamo dire, e che deve essere ben chiaro, è questo: che la maggioranza degli autori che compaiono nel catalogo della Casa editrice che potrebbe far ora le spese di questa politica tutta speciale siano supporti di concezioni puramente profane, che taluni di essi siano il tramite di concezioni anche antitradizionali, non è cosa dubbia, e non saremo certo noi a sostenere che si tratti di cosa trascurabile; ma la realtà molto più importante che è in questione qui ed è di un tutt’altro ordine, è che tale catalogo contiene anche alcune delle opere del solo autore che, se studiato correttamente, può permettere di «leggere» il perché, il come e la vera natura del mondo moderno secondo la dottrina tradizionale, e ciò è assai temibile per la contro-tradizione[7]. L’attacco contro chi lo pubblica rappresenta perciò, a nostro modo di vedere, essenzialmente l’occasione «coperta» per un attacco contro René Guénon e contro la sua opera, come dicevamo all’inizio, e un segno evidente della fondatezza di questo nostro modo di pensare è la seguente citazione che Maurizio Blondet fa a pag. 203 di un brano di Piero Vassallo: «[...] Grazie all’opera di Calasso e alle strategie culturali di Adelphi, Guénon e lo gnosticismo escono dal ghetto. [Però] non è più il tradizionalista antimoderno, ma il fomite delle suggestioni post-moderne [?!] dalle quali ha principio la metamorfosi crepuscolare, l’involuzione mistico-dionisiaca della cultura di sinistra. Il catalogo Adelphi, è la radunata di tutti gli autodistruttori e gli sconvolti, lo spaccio di tutte le profanazioni e stupri mistici [...]. È un paradigma per la distruzione della ragione».��Ma se c’è del vero in quel che si dice nell’ultima frase - che non fa che dipingere le condizioni deplorevoli di questa nostra epoca e dei suoi prodotti «letterari»[8] - c’è qualcosa che si possa dedurre come proposta dal Vassallo, e per la sua intermediazione dal Blondet, quale alternativa a una tale situazione? Andiamo avanti con la citazione: «Il peggio è che Vassallo accusa i letterati adelphiani di fare il gioco dei potenti del mondo. “Opere che esaltano passioni sfrenate e feroci nel nome di Kali, Shiva, Dioniso, Baal, Astarte [!?]” vengono “pubblicate da case editrici controllate dagli gnomi della finanza e consacrate dalle terze pagine dei giornali che sono proprietà di grandi famiglie dell’economia”, per uno scopo preciso: diffondere “la suggestione più odiosa del neo-illuminismo, il mito del regresso”» [come tutto ciò è «intellettuale»!...].�� Il risultato perseguito sarebbe quello di «”innalzare gli ‘eletti’ [ecco riapparire l’infame confusione da noi messa in luce in precedenza] producendo nuove povertà e feroci miserie”, scrive Vassallo». [...] «Questa cultura propizia l’accettazione delle “teorie mondiali dello sviluppo zero [...]. Il sano progresso, accidente dell’Illuminismo, è in liquidazione. È come se il Ballo Excelsior si rovesciasse in triste danza tribale”» [il corsivo è nostro]. È dunque questo, emblematicamente, tutto quel che offrono i committenti di questo macchinoso, disonesto componimento per opporsi alle tendenze dissolutive che con piena ragione vedono essere in atto: il Ballo Excelsior?�� Se già avevamo avvertito puzzo di zolfo dietro l’insistenza e il compiacimento con cui si riportavano certi passi repellenti di autori citati dal Blondet, questa chiusa grottesca termina di convincerci. Una sola domanda: che cos’è che ha portato a questa situazione? Forse che non è quello che con rivelatore abuso di linguaggio viene qui denominato il «sano progresso»? Ed è anche degno di menzione il buffonesco gioco di destrezza con cui si vorrebbe far cambiare di natura all’opera di René Guénon soltanto perché un certo numero di suoi titoli sono ora pubblicati da una Casa editrice ormai «affermata» in Italia[9].�� Concludendo queste nostre annotazioni ormai già troppo lunghe, il cui tono forse un po’ particolare ha la sua spiegazione più che altro nel disgusto che provavamo leggendo il lavoro che ci è toccato esaminare, possiamo dire questo: fortunatamente questi subdoli giochi di prestigio a cui di tempo in tempo si lasciano andare taluni degli appartenenti a certi ambienti per darsi l’illusione di essere ancora «intellettualmente» vivi, non sono poi così difficili da smascherare a occhi che sappiano vedere. Una volta smascherati, essi perdono tutto il loro «potere» negativo (e questo da solo giustifica il tempo e l’impegno che si devono dedicare a esaminarli), ma, scoperti che siano, essi servono inoltre a qualcos’altro, che è più positivo: a offrire, cioè, alle persone di sano intendimento (qualcuna ce n’è ancora) l’immagine piuttosto ripugnante del «pensiero» che c’è dietro di essi. [1] Si veda, a tal proposito, l’articolo «Caccia alle streghe», di T. Masera, nel n. 26/27 (gennaio-giugno 1968) di questa rivista; si veda anche, per quanto riferentesi ad un altro autore, consonante però con le posizioni di «Renovatio»e certo non sconosciuto nei suoi ambienti, l’articolo «Entomata in difetto», sempre di T. Masera, nel n. 30 (gennaio-giugno 1969) della «Rivista di Studi Tradizionali». [2] Lontani dal potersi situare su un piano puramente dottrinale (ridicole sono le pretese che il Blondet accampa per il suo libro alla «teologia»!) che ne indurrebbe una certa costanza di direzione, questi attacchi sono infatti immancabilmente e diremmo necessariamente mutevoli, portati come sono sul terreno di «politiche» più o meno particolari e variabili, terreno dal quale i loro ispiratori sembrano incapaci di sollevarsi. La sola caratteristica ad essere sempre presente è una sorta di sordo rancore nei versi dell’opera di René Guénon, rancore che, più i loro autori diretti sembrano dotati di una certa sottigliezza, più è obbligato ad accompagnarsi a una scoperta malafede. [3] Il sottotitolo in questione è un’accozzaglia di parole destinate a impressionare solo chi ignori tutto dell’iniziazione. Le nozioni esteriori a cui si dà il nome di «cultura» sono qualcosa di eminentemente «profano», e, prodotto di quella «istruzione obbligatoria» che ha corso nel mondo moderno, non hanno nulla a che vedere con il reale sapere tradizionale, e a maggior ragione con quello iniziatico. Quanto alle «strategie», il loro studio si addice piuttosto a chi sia afflitto da una mentalità che con bel barbarismo si definisce oggi «manageriale»; esse sono quanto di più lontano esista dal modo di agire dei veri iniziati. Questo porta a concludere subito che quasi tutto quel che il Blondet considera «iniziazione» nel suo lavoro, e a cui attribuisce valenze «dissolutive», in realtà rappresenta qualcosa a cui tale nome non si può assolutamente applicare, e il tentativo di attribuirglielo costituisce una calunnia caratterizzata nei confronti della vera iniziazione. Se diciamo «quasi tutto» è perché nel libro in questione si tratta anche dell’opera di René Guénon, della Massoneria, e più in generale di dottrine tradizionali come quelle indù, il cui spirito è realmente iniziatico; ma malauguratamente il Blondet, non comprendendo nulla di quest’ultimo, snatura tali cose in modo da confonderle con le altre di cui parla e da darne un quadro completamente deformato. [4] Ciò gli dava l’illusione di poter parlare talvolta, ovviamente in modo del tutto arbitrario, «in nome della tradizione»; come quando, in una lettera alla direzione della rivista, pubblicata nel n. 4 di «Arcana» del settembre 1972, pretendeva di... portar luce su Agarthi, o Shambala, e questo attraverso un’esposizione che contiene in nuce già tutto l’impianto logico del suo recente libro. Nella sua argomentazione egli confondeva puramente e semplicemente il ruolo dell’iniziazione con quello della contro-iniziazione, rappresentate a suo dire da due «centri» opposti ma paritetici, concezione che è essa stessa antitradizionale. Nel suo libro attuale il Blondet ha corretto l’affermazione dell’esistenza dei due centri di Agarthi (trascritto ora Agartha) e di Shambala (trascritto ora Shambhala), avendo scoperto nel frattempo che il secondo termine non che il modo tibetano di indicare ciò che l’induismo esprime con il termine Agartha, e ha trasferito semplicisticamente la sua concezione dualistica dell’iniziazione... all’interno di Agartha; ma questo non è meno falso e anti-iniziatico. Per «documentare» il ruolo «dissolutore» di quella che egli vorrebbe far passare per l’iniziazione, il Blondet insiste ora nel riportare le vicissitudini più che sospette di un personaggio, il Trebitsch-Lincoln, che è da lui presentato con pretesa astuzia come in rapporto con «l’aspetto dissolutore del Centro invisibile»; si stupirà nel sapere che costui non era affatto ignoto a René Guénon, che in una lettera del 13.9.1936 così ne parlava: «Trebitsch Lincoln, che è un noto agente della “contro-iniziazione” [il corsivo è nostro], è passato anche lui attraverso più di una trasformazione successiva, ed è esmpre stato coinvolto in molteplici spionaggi; egli è stato simultaneamente al servizio dell’Inghilterra e a quello della Germania, al pari del suo collega Aleister Crowley [...]. Dopo essere diventato il “Lama Dorji-Den”, è vissuto per un certo tempo in Canada, poi è ritornato in Europa, a capo di un gruppo di “Lama” dello stesso genere (fra i quali numerosi francesi), e si è messo a raccogliere fondi per la costruzione di un monastero in Svizzera. Sospetto, da quel che posso dedurre da certe allusioni, che egli sia in rapporti piuttosto stretti con il sopraddetto “Buddha vivente”, il quale è anche lui coinvolto nel progetto del monastero buddhista. È già diverse volte che nascono progetti simili (e sempre in Svizzera), che non sono mai andati a buon fine, e si sono sempre rivelati delle truffe [...]». In un’altra lettera allo stesso destinatario (non datata): «Il particolare lavoro (rôle) di questo Verne consiste nel raccontare storie “arrangiate”, nelle quali c’è poco vero e molto falso, allo scopo di distogliere l’attenzione della gente da cose che potrebbero essere troppo imbarazzanti. Di vero, c’è che agli inizi dell’impresa di Hitler non c’è stato soltanto Trebitsch-Lincoln, ma pure Aleister Crowley e un certo colonnello Ettington [...]» [il corsivo è nostro]. [5] È vero che gli uomini su cui grava la responsabilità di questo errore di prospettiva possono difendersi sostenendo che l’hanno ereditato da altri, risalendo il corso dei secoli; ma questo non toglie nulla alla gravità della situazione da cui sono attualmente confrontati. [6] Anche il termine «dissoluzione» che compare nel titolo del suo libro è, in questo senso, preso a prestito dal Blondet all’opera di René Guénon, il quale vi fa corrispondere la tendenza caratteristica della fase conclusiva del ciclo attuale (si veda: Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, Adelphi ed., specialmente il cap. 24, «Verso ladissoluzione»). [7] A tale proposito ci sembra interessante riportare il parere di uno scrittore che non dovrebbe risultare sospetto agli autori di questo libello. Augusto del Noce, in Rivoluzione, Risorgimento, Tradizione (GIUFFRÉ Edit., Milano, 1993; pag. 556) dice fra l’altro: «Se [...] ci interessiamo particolarmente a tre suoi libri [di R. Guénon]: La Crise du monde moderne (Parigi 1927); Autorité spirituelle et pouvoir temporel(id. 1929), e soprattutto a Le Règne de la quantité et les signes des temps (id. 1945), ci troviamo davanti a prospettive sconcertanti. Così nell’ultimo libro citato, composto di saggi già apparsi in anni precedenti, e scritti astraendo da ogni preoccupazione di attualità immediata, si trovano descritte con la precisione più minuta le disposizioni spirituali, che sarebbero prevalse nei tempi successivi, e la situazione presente. Quanto di non banale fu successivamente scritto, quali che siano i punti di partenza e le intuizioni, anche le più avverse, rientra nell’orizzonte allora proposto. Non può sfuggire l’estrema importanza di questo: soltanto a partire dai princìpi della metafisica [...] tradizionale è possibile una vera interpretazione della storia contemporanea [il corsivo è nostro]. Si trova con ciò eliminato il consueto argomento che rinvia al “medioevo” tale metafisica, nella misura in cui sarebbe incapace di intendere e di spiegare la storia». [...] «La negazione dell’autorità non è momento, o conseguenza, del razionalismo; è invece sua condizione, come rifiuto di un ordine sopraumano (perché è in rapporto all’idea di ordine, che si stabilisce la distinzione tra autorità e potere), e di una facoltà di conoscenza superiore alla ragione individuale (cioè dell’intuizione intellettuale, connessa all’idea di verità eterna)». Ci pare che il poco che abbiamo potuto citare qui di questo autore, per evidenti ragioni di spazio, sia però più che sufficiente per mettere in evidenza l’onestà del modo di giudicare di qualcuno che, pur omogeneo agli ambienti dai quali provengono Gli «Adelphi» della Dissoluzione, ma pensando evidentemente in modo radicalmente diverso da quello messo in luce da tale lavoro, può terminare così: «Bastano questi primi cenni per intendere quanto il Guénon, già intorno agli anni ’30, avesse inteso come nessun altro lo sviluppo successivo della storia; e ciò indipendentemente da ogni riferimento espressamente politico, considerando anzi i fatti strettamente politici come simboli sensibili di motivazioni, altrimenti profonde». [...] «Nessuno come il Guénon ha definito il senso che assume il termine di “dissoluzione”». [8] Per quanto riguarda il «caso» di Elémire Zolla, che il Blondet delinea bene nel suo libro con un po’ di tristezza (ma noi stessi abbiamo espresso lo stesso rimpianto in uno studio recente, sia pure per ragioni del tutto diverse dalle sue), ci permettiamo di fargli notare che più di vent’anni per accorgersi dell’equivoco che soggiaceva fin dall’inizio al punto di vista di quest’altro, atipico, «parassita» dell’opera di René Guénon sono forse un po’ troppi per un intelletto ben conformato. E questo soprattutto perché una «vicinanza» di pensiero così lunga non può non lasciare tracce, come mostrano le vedute pseudo-tradizionali particolari di questo «brillante» scrittore di cui è disseminato il lavoro del Blondet, probabilmente, molte volte, a sua stessa insaputa. [9] Divertirà forse i nostri lettori leggere al proposito quel che scriveva il Vassallo in uno dei suoi articoli recensiti dalla nostra rivista nel 1968: «Il pensiero guénoniano [...] è stato costretto ad esprimersi nei ghetti delle riviste semiclandestine e delle case editrici da sottobosco, un ghetto da cui Guénon uscì solo negli ultimi anni quando l’editore Gallimard scoprì la sua opera». Diversi l’obiettivo e il paese, ma non diverso il movente! ScienzaSacra - Artículo*: Pietro - Más info en psico@mijasnatural.com / 607725547 MENADEL Psicología Clínica y Transpersonal Tradicional (Pneumatología) en Mijas y Fuengirola, MIJAS NATURAL *No suscribimos necesariamente las opiniones o artículos aquí enlazados
 

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