Psicología

Centro MENADEL PSICOLOGÍA Clínica y Tradicional

Psicoterapia Clínica cognitivo-conductual (una revisión vital, herramientas para el cambio y ayuda en la toma de consciencia de los mecanismos de nuestro ego) y Tradicional (una aproximación a la Espiritualidad desde una concepción de la psicología que contempla al ser humano en su visión ternaria Tradicional: cuerpo, alma y Espíritu).

“La psicología tradicional y sagrada da por establecido que la vida es un medio hacia un fin más allá de sí misma, no que haya de ser vivida a toda costa. La psicología tradicional no se basa en la observación; es una ciencia de la experiencia subjetiva. Su verdad no es del tipo susceptible de demostración estadística; es una verdad que solo puede ser verificada por el contemplativo experto. En otras palabras, su verdad solo puede ser verificada por aquellos que adoptan el procedimiento prescrito por sus proponedores, y que se llama una ‘Vía’.” (Ananda K Coomaraswamy)

La Psicoterapia es un proceso de superación que, a través de la observación, análisis, control y transformación del pensamiento y modificación de hábitos de conducta te ayudará a vencer:

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La Psicología no trata únicamente patologías. ¿Qué sentido tiene mi vida?: el Autoconocimiento, el desarrollo interior es una necesidad de interés creciente en una sociedad de prisas, consumo compulsivo, incertidumbre, soledad y vacío. Conocerte a Ti mismo como clave para encontrar la verdadera felicidad.

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Desde la Psicología Cognitivo-Conductual hasta la Psicología Tradicional, adaptándonos a la naturaleza, necesidades y condiciones de nuestros pacientes desde 1992.

jueves, 7 de diciembre de 2017

Bruno Rovere, L'arte della costruzione

Bruno Rovere L'arte della costruzione Rivista di Studi Tradizionali n. 93 Nel suo articolo «Le arti e la loro concezione tradizionale» René Guénon precisava che la distinzione tra le scienze e le arti «era un tempo molto meno accentuata di quanto non sia oggi; il termine latino artes era talvolta applicato anche alle scienze, e, nel medioevo, l’enumerazione delle "arti liberali" accomunava cose che i moderni farebbero rientrare o nell’una o nell’altra categoria. Già questa semplice osservazione sarebbe sufficiente a far vedere come l’arte [...] comportasse una vera e propria conoscenza, con la quale faceva in qualche modo corpo; e una tale conoscenza poteva evidentemente soltanto essere del tipo delle scienze tradizionali»[1].��Guénon aggiungeva anche che «in questi casi si trattava sempre, a gradi diversi, dell’applicazione e della messa in opera di certe conoscenze d’ordine superiore, che si ricollegavano, sempre più addentro, alla conoscenza iniziatica stessa; e, d’altro canto, la messa in opera diretta della conoscenza iniziatica riceveva anch’essa il nome di arte, come appare chiaramente da espressioni quali "arte sacerdotale" e "arte regale" [...]»[2].��Dal punto di vista tradizionale l’arte è perciò l’applicazione e la messa in opera di una scienza tradizionale, che si ricollega alla stessa conoscenza iniziatica e, di conseguenza, può altresì formare la base di un vero lavoro «operativo». Quanto al termine «costruzione», la sua origine etimologica, dal latino, è «cum», insieme, e «struere», raggruppare, per cui il suo significato letterale equivarrebbe a «composizione», o «riunione». Nell’articolo «Rassembler ce qui est épars», scritto nel 1946, René Guénon precisava: «[...] nel senso più immediato, il costruttore riunisce effettivamente dei materiali sparsi per farne un edificio che, se è veramente quel che deve essere, avrà un’unità "organica", paragonabile a quella di un essere vivente, se ci si pone dal punto di vista microcosmico, o a quella di un mondo, se ci si pone da un punto di vista macrocosmico»[3].�� In questo studio cercheremo di sviluppare l’argomento dell’arte della costruzione, partendo dalle definizioni fornite da René Guénon, e riunendo dei materiali sparsi nella sua opera.����Una delle prime osservazioni che si impongono è che, definendo l’attività del costruttore, R. Guénon precisa che si tratta del «senso più immediato», il che vuol dire che esiste altresì un senso più profondo, il quale non è contenuto nella definizione data, senso che occorre ricercare; ma, prima di affrontare questa ricerca, esaminiamo più nel particolare il «senso immediato» in questione.��René Guénon adotta in questo caso la parola «costruttore» al singolare, cosa che implica la possibilità che un solo costruttore possa portare a termine l’opera: ciò dipende evidentemente dalle dimensioni dell’edificio da erigere, e, quando si tratti di una piccola abitazione, può essere in effetti sufficiente un solo costruttore; ma quando si trattava di una cattedrale o di un tempio come quello di Salomone il numero degli operai utilizzati superava abitualmente il centinaio, talvolta anche il migliaio. In un simile caso il lavoro di una tale moltitudine di operai era diretta da un «costruttore capo», denominato, con un nome di origine greca, «architetto», il quale era il depositario delle conoscenze necessarie alla costruzione dell’edificio. Nel 1911 Palingenius scriveva: «[...] "L’Architetto è quegli che concepisce l’edificio, colui che ne dirige la costruzione" dice lo stesso F.˙. Nergal, e anche su questo punto siamo con lui perfettamente d’accordo; ma se in questo senso si può dire che egli è veramente "l’autore dell’opera", è tuttavia evidente che egli non ne è materialmente (o, in maniera più generale, formalmente) "il creatore", giacché l’architetto, che traccia il piano, non deve venir confuso con l’operaio che lo eseguisce; si tratta, secondo un altro punto di vista, della differenza esistente tra la Massoneria speculativa e la Massoneria operativa»[4].�� Ora, l’arte della costruzione, in tanto in quanto comporta sia la scienza sia la messa in opera, è tutta intera di competenza dell’architetto, e può di conseguenza venire assimilata all’«architettura». Tuttavia non è il caso di limitare la funzione dell’architetto come se fosse indirizzata alle sole costruzioni in pietra, come si potrebbe esser tentati di fare esaminando il caso della Massoneria. In effetti, René Guénon precisava che «nei testi più antichi dell’India, tutti i paragoni inerenti al simbolismo costruttivo sono sempre riferiti al carpentiere, ai suoi strumenti e al suo lavoro; [...] È assiomatico che non per questo il ruolo dell’architetto (Sthapati, che d’altra parte primitivamente è il mastro carpentiere) risulta modificato, giacché, fatto salvo l’adattamento richiesto dalla natura dei materiali usati, è sempre allo stesso "archetipo" o "modello cosmico" che egli deve ispirarsi, e questo sia che si tratti della costruzione di un tempio o di una casa, di un carro o di una imbarcazione ( in questi ultimi casi il mestiere del carpentiere non ha mai perduto nulla della sua importanza originaria, per lo meno fino all’uso del tutto moderno dei metalli, che rappresentano l’ultimo grado della "solidificazione"). Ed è anche evidente che se certe parti dell’edificio sono costruite in legno o in pietra, questo non cambia nulla – se non nella loro forma esteriore – per lo meno al loro significato simbolico»[5].�� Nella definizione da noi citata all’inizio si parla di «materiali sparsi», senza che sia precisato ulteriormente, e d’altronde René Guénon ha più volte sottolineato l’anteriorità delle costruzioni in legno nei confronti delle costruzioni in pietra: «Cosa piuttosto curiosa, è il fatto che in India non si ritrovi nessun monumento che risalga al di là di quest’epoca [...]; la spiegazione di questo fatto è tuttavia assai semplice, ed è che tutte le costruzioni anteriori erano in legno, per modo che esse sono naturalmente scomparse senza lasciar traccia; ma quel che è vero, è che un simile cambiamento nel modo di costruzione corrisponde necessariamente a una modificazione profonda delle condizioni generali di esistenza del popolo presso il quale esso è avvenuto»[6].�� «Le costruzioni, in modo ampiamente generale, furono in legno prima di essere in pietra, e questo spiega come, particolarmente in India, non si ritrovi nessuna traccia di quelle che risalgono di là da una certa epoca. Simili edifici erano evidentemente meno duraturi di quelli costruiti in pietra; per cui l’impiego del legno corrisponde, nei popoli sedentari, a uno stato di minore fissità che non quello caratterizzato dall’uso della pietra, ovvero, se si vuole, a un minor grado di "solidificazione", cosa che è in perfetto accordo con il fatto che è in rapporto con una tappa anteriore nel corso del processo ciclico»[7].�� «D’altra parte, è anche del tutto certo, e l’abbiamo detto altrove, che fra i popoli sedentari il sostituirsi delle costruzioni di pietra alle costruzioni di legno corrisponda a un grado più accentuato di "solidificazione", in conformità con le tappe della "discesa" ciclica; ma, dal momento che tale nuovo sistema di costruzione era reso necessario dalle mutate condizioni ambientali, bisognava che in una civiltà tradizionale esso ricevesse dalla tradizione stessa, per mezzo di riti e simboli appropriati, la consacrazione che sola era suscettibile di legittimarlo e quindi di integrarlo a tale civiltà, e proprio per questo abbiamo parlato al riguardo di adattamento. Simile legittimazione implicava quella di tutti i mestieri, a cominciare dal taglio delle pietre richieste per la costruzione, ed essa non poteva essere veramente effettiva se non a condizione che l’esercizio di ogni mestiere fosse ricollegato a una iniziazione corrispondente, poiché, conformemente alla concezione tradizionale, esso doveva rappresentare l’applicazione regolare dei princìpi nel proprio ordine contingente»[8]. *** Quali che siano i materiali usati, il costruttore li raggruppa «per formare un edificio che avrà un’unità»; se comparata ad altri mestieri o arti, quella del costruire si configura proprio secondo questa riduzione di una molteplicità di materiali sparsi in un’unità. Se si pensa al mestiere del vasaio o del fabbro, ci si rende infatti conto che questi artigiani hanno come scopo quello di dare una forma a una materia che è informe, e non di riunificare delle parti; per quanto ciò possa sembrare strano a un Muratore, lo stesso lavoro del tagliatore di pietre non è in sé un lavoro «costruttivo»; abbiamo visto, nel corso di uno dei passi da noi citati in precedenza, che René Guènon scriveva: «[...] tutti i mestieri, a cominciare dal taglio delle pietre richieste per la costruzione [...]»[9], e che più avanti, nello stesso scritto, precisava: «Ora, per i tagliatori di pietre e per i costruttori che utilizzavano i prodotti del loro lavoro [...]», facendo così una chiara distinzione tra i tagliatori di pietre e i costruttori.��Ma torniamo per il momento alla definizione data da Guénon quando precisa che si tratta di «formare un edificio»; un edificio, stando al significato etimologico della parola, è una casa [«aedes», in latino], un luogo di abitazione o di residenza, quale ne sia la destinazione. Abbiamo visto prima che René Guénon prendeva in esame vuoi la costruzione di un tempio, vuoi quella di un carro o di un’imbarcazione; ora, un carro o un’imbarcazione non sono luoghi di abitazione fissi, ma possono lo stesso servire da «luoghi di residenza» per l’uomo nel corso dei suoi viaggi, per cui la definizione di costruzione in quanto «formazione di un edificio» è altresì valida in questo caso. Quel che è ancor più notevole è che un simile edificio, «se è veramente ciò che deve essere, avrà un’unità "organica", paragonabile a quella di un essere vivente»: tale osservazione di René Guénon è forse ciò che è meno comprensibile per la mentalità profana, la quale non riesce a concepire che in un raggruppamento di pietre, o di altri materiali, possa esserci qualcosa di «vitale». «L’essere vivente ha in sé il proprio principio d’unità, superiore alla molteplicità degli elementi che intervengono nella sua costituzione; niente di simile avviene per la collettività, la quale non è propriamente altro se non la somma degli individui che la compongono»[10]. L’edificio in questione non è perciò la somma delle pietre che lo compongono, e d’altra parte, proprio trattando degli edifici costruiti secondo le regole tradizionali, René Guénon citava la seguente affermazione di A. K. Coomaraswamy: «il principio di una cosa non è né una delle sue parti fra le altre né la totalità delle sue parti, ma ciò per cui tutte le parti sono ridotte in un’unità senza composizione».��Tale questione dell’unità «organica» è stata brevemente accostata da Guénon in uno dei suoi primi articoli per il «Voile d’Isis», articolo nel quale egli precisava: «[...] siamo pienamente d’accordo con Albert Bernet quando dice che il "punto sensibile" deve esistere in tutte le cattedrali che siano state costruite secondo le vere regole dell’arte, e pure quando sostiene che ciò va interpretato secondo un punto di vista simbolico. A tal proposito si può fare un accostamento curioso: Wronski affermava che in tutti i corpi c’è un punto di tal genere che, quando sia compromesso, l’intero corpo è di conseguenza immediatamente disgregato, in qualche modo volatilizzato, dissociandosi tutte le sue molecole; e sosteneva di aver trovato il mezzo per determinare con il calcolo la posizione di questo centro di coesione. Non si tratta forse, soprattutto se la cosa è intesa simbolicamente, come pensiamo si debba fare, esattamente della stessa cosa del "punto sensibile" delle cattedrali? Sotto la sua forma più generale, la questione è quella di quel che si potrebbe chiamare il "nodo vitale" che esiste in ogni composto, in quanto punto di giunzione dei suoi elementi costitutivi. La cattedrale costruita secondo le regole forma un vero insieme organico, ed è questa la ragione per cui ha anch’essa un "nodo vitale". Il problema che concerne questo punto è lo stesso problema che nell’antichità era espresso dal noto simbolo del "nodo gordiano", ma certamente i massoni moderni resterebbero assai sorpresi se gli si dicesse che la loro spada può rivestire ritualmente, a tal proposito, lo stesso ruolo di quella di Alessandro [...]»[11].��Cos’è che permette che un ammassamento di pietre non sia soltanto un’entità corporea, ma abbia altresì un’«unità organica» e un «nodo vitale»? Si trova la risposta a questa domanda nelle espressioni «Costruita secondo le regole» e «se è veramente ciò che deve essere», e questo ci riporta alla «scienza» che presiedeva alla costruzione e all’aspetto più profondo e interiore della stessa arte della costruzione. *** «L’arte dei costruttori del medioevo può essere menzionata quale un esempio particolarmente significativo di tali "arti tradizionali", la cui pratica implicava d’altra parte la conoscenza reale delle scienze corrispondenti»[12] [il corsivo è nostro]. La specificazione di come questa conoscenza fosse realesembra indicare abbastanza chiaramente che non si trattasse soltanto di una conoscenza «teorica», ma ben piuttosto di una conoscenza «effettiva». Esiste in proposito un passo di René Guénon che può del resto confermare simile interpretazione: «[...] L’essere, in effetti, avendo pienamente realizzato le possibilità di cui la sua attività professionale non è che un’espressione esteriore, e possedendo così la conoscenza effettiva di quel che è il principio stesso di questa attività, effettuerà da quel momento coscientemente quanto non era prima che una conseguenza del tutto "istintiva" della sua natura; e pertanto, se la conoscenza iniziatica è nata per lui dal mestiere, questo, a sua volta, diventerà il campo di applicazione di tale conoscenza, e quindi non potrà più esserne separato. Ci sarà allora corrispondenza perfetta tra interno ed esterno, e l’opera prodotta potrà essere non più soltanto un modo qualsiasi d’espressione ad un livello più o meno superficiale, ma l’espressione realmente adeguata di colui che l’avrà concepita ed eseguita, il che costituirà il "capolavoro" nel vero senso della parola»[13]. Non è forse il caso di dire che, mentre in una via di conoscenza pura, o Jnana-marga, la realizzazione corrisponde alla stessa conoscenza, in una via legata all’azione, o Karma-marga, la corrispondente realizzazione si esprime attraverso il «capolavoro»?��Ma ritorniamo alla «scienza» implicata nell’arte della costruzione. «Il primo punto essenziale da notare a tale riguardo – scriveva René Guénon – in connessione con il valore propriamente simbolico e iniziatico dell’arte architettonica, è che ogni edificio costruito seguendo presupposti strettamente tradizionali presenta nella struttura e nella disposizione delle varie parti di cui si compone un significato "cosmico" [il corsivo è nostro], suscettibile d’altronde di una duplice applicazione, conformemente alla relazione analogica fra macrocosmo e microcosmo, riferendosi cioè sia al mondo sia all’uomo. Questo è naturalmente vero, in primo luogo, per i templi o altri edifici che hanno una destinazione "sacra" nel senso più limitato della parola; ma, inoltre, lo è pure per le semplici abitazioni umane, poiché non si deve dimenticare che in realtà non c’è niente di "profano" nelle civiltà integralmente tradizionali [...]»[14].�� In altre sedi egli precisava: «È implicito che la funzione dell’architetto non è da ciò minimamente modificata, giacché, fatto salvo l’adattamento richiesto dalla natura dei materiali impiegati, egli deve sempre ispirarsi allo stesso "archetipo", ovvero allo stesso "modello cosmico" [il corsivo è nostro]»[15], e faceva altresì allusione alla «concezione dei costruttori di cattedrali, i quali si proponevano di fare delle loro opere come una sorta di riduzione sintetica dell’Universo»[16]. Sennonché, «[...] A questo significato generale se ne aggiunge un altro ancora più preciso: l’insieme dell’edificio, guardato dall’alto verso il basso, rappresenta il passaggio dall’Unità principiale (alla quale corrisponde il punto centrale, o la sommità, della cupola, del quale tutta la volta non è in certo modo se non un’espansione) al quaternario della manifestazione elementare; inversamente, se lo si guarda dal basso verso l’alto, il senso ne è il ritorno di tale manifestazione all’Unità»[17]. E René Guénon precisava inoltre che «[...] la costruzione rappresenta la manifestazione»[18]. L’edificio, costruito secondo le regole tradizionali, era perciò una riduzione sintetica dell’Universo manifestato ed era a questo modello cosmico che l’architetto doveva ispirarsi, in virtù di una conoscenza «reale» di tale «archetipo». D’altra parte, se l’edificio era un’«imitazione» di un modello cosmico, anche l’attività dell’architetto e del costruttore era l’imitazione di un archetipo.��«In ogni civiltà tradizionale, come spesso abbiamo affermato, qualsiasi attività umana viene sempre considerata come essenzialmente derivante dai princìpi; questo, che è particolarmente vero per le scienze, lo è altrettanto per le arti e i mestieri; e vi è d’altronde una stretta connessione tra questi e quelle perché, secondo una formula che era un assioma fra i costruttori del medioevo, ars sine scientia nihil, da intendersi naturalmente nel senso di scienza tradizionale e non in quello di scienza profana, perché l’unico risultato possibile dell’applicazione di questa è la nascita dell’industria moderna. Mediante questo ricollegarsi ai princìpi, si può dire che l’attività umana viene "trasformata", per cui, invece di ridursi a quel che è in quanto semplice manifestazione esteriore (che è poi il punto di vista profano), si integra nella tradizione e costituisce, per colui che la compie, un mezzo per partecipare effettivamente ad essa, il che equivale a dire che tale attività riveste un carattere prettamente "sacro" e "rituale" [...]»[19].�� Quel che è detto in questo passo si applica a tutte le arti tradizionali, ma in altra occasione R. Guénon ha anche precisato qual è l’archetipo che il costruttore deve imitare, ed è quando egli parla dei «[...] costruttori umani, la cui arte, dal punto di vista tradizionale, è essenzialmente una "imitazione" di quella del "Grande Architetto" [...]»[20].�� Nell’arte della costruzione si ritrova perciò un duplice ricollegamento ai princìpi: da un lato l’edificio, il quale costituisce la finalità della costruzione, è un’imitazione dell’Universo; dall’altro, l’attività dell’architetto umano è imitazione dell’attività del Grande Architetto dell’Universo. Sarebbe arduo, e forse in certo qual modo fuori posto, affrontare in questa occasione l’argomento del Grande Architetto dell’Universo, sia pure utilizzando, come appoggio, le nozioni esposte su di esso da René Guénon nel corso della sua opera. Non possiamo però esimerci dal suggerire un’idea appropriata del tipo di «grandezza» del principio a cui si ricollega tradizionalmente l’attività dell’architetto umano, e questo faremo riprendendo due brani in cui Palingenius (nome con il quale Guénon firmò in gioventù alcuni suoi studi) di questa grandezza parla con inarrivata chiarezza.��«In effetti il Grande Architetto non è il Demiurgo; egli è qualcosa di più, anzi, infinitamente di più, poiché rappresenta una concezione molto più elevata: esso traccia il piano ideale che è realizzato in atto, ossia manifestato nel suo sviluppo indefinito (non però infinito), dagli esseri individuali che sono contenuti (in quanto possibilità particolari, elementi di tale manifestazione e allo stesso tempo suoi agenti) nel suo Essere Universale; ed è la collettività di questi esseri individuali, vista nel suo insieme, che in realtà costituisce il Demiurgo, l’artigiano od operaio dell’Universo»[21].�� «[...] Allâh, altro Tetragramma la cui composizione geroglifica designa in modo netto il Principio della Costruzione Universale [...]. In effetti, simbolicamente, le quattro lettere che formano in arabo il nome di Allâh equivalgono rispettivamente al regolo, alla squadra, al compasso e al cerchio, quest’ultimo sostituito dal triangolo nella Massoneria a simbolismo esclusivamente rettilineo»[22].�� Si noterà che R. Guénon distingue qui l’architetto dagli operai; di fatto, nel corso della costruzione del Tempio di Salomone erano presenti un architetto, Hiram Abi, trecento Harodim, tremilatrecento Menatzchim o Sorveglianti, e centocinquantamila operai: ora, se l’architetto umano imitava il Grande Architetto, lo stesso non può esser detto degli operai, i quali non conoscevano che una piccola parte del «piano» alla realizzazione del quale collaboravano con il loro lavoro.��«Tutte le tradizioni insistono sull’analogia esistente tra gli artigiani umani e l’Artigiano divino, in quanto tanto gli uni come l’altro operano "in grazia di un verbo concepito nell’intelletto", il che – sia osservato di sfuggita – indica nel modo più chiaro possibile il ruolo della contemplazione quale condizione preventiva e necessaria per la produzione di qualsiasi opera d’arte; e anche questa è una differenza essenziale tra la concezione tradizionale e la concezione profana del lavoro, concezione – quest’ultima – che lo riduce a essere pura e semplice azione, come dicevamo or ora, e addirittura pretende di opporlo alla contemplazione. Secondo l’espressione dei Libri indù, "noi dobbiamo costruire come i Dêva costruirono al principio"; quest’ingiunzione, che naturalmente abbraccia anche l’esercizio di ogni mestiere degno di tale nome, implica che il lavoro abbia un carattere propriamente rituale, carattere che del resto ogni cosa deve avere in una civiltà integralmente tradizionale; e non solamente questo è questo carattere rituale ad assicurare quella "conformità all’ordine" della quale parlavamo poco fa, ma si può persino dire che con tale conformità faccia una sola cosa.�� Quando l’artigiano umano imita in questo modo, nel suo campo particolare, il modo di operare dell’Artigiano divino, egli partecipa all’opera stessa di quest’ultimo in misura corrispondente, e in maniera tanto più effettiva quanto più cosciente sia di tale cooperazione; e quanto più realizzi con il suo lavoro le virtualità della sua natura propria, tanto più fa accrescere nel contempo la sua rassomiglianza con l’Artigiano divino e tanto più perfettamente le sue opere si integrano nell’armonia del Cosmo. È facile scorgere quanto ciò sia lontano dalle banalità che i nostri contemporanei hanno l’abitudine di proferire credendo di fare con esse l’elogio del lavoro; quest’ultimo, quando sia quel che dev’essere tradizionalmente – ma soltanto in tal caso – è in realtà ben al di sopra di tutto quel che essi sono in grado di concepire. Possiamo perciò concludere queste poche indicazioni – che non sarebbe difficile sviluppare quasi indefinitamente – dicendo quel che segue: la "glorificazione del lavoro" corrisponde di fatto a una verità, e a una verità di ordine anche profondo; ma il modo in cui i moderni abitualmente la intendono non è che una deformazione caricaturale della nozione che la tradizione ha di esso, deformazione che si spinge in qualche modo fino a diventare un’inversione. In effetti non è con vani discorsi che si "glorifica il lavoro", cosa che non ha neppure un senso plausibile; ma è il lavoro stesso a essere "glorificato", ossia "trasformato", quando, invece di essere una semplice attività profana, costituisce una collaborazione cosciente ed effettiva alla realizzazione del piano del "Grande Architetto dell’Universo"»[23]. Possiamo perciò affermare che mentre l’archetipo dell’architetto è il Grande Architetto dell’Universo, gli archetipi degli operai sono i Dêva, e questo d’altra parte si deduce piuttosto chiaramente dal seguente passo di Guénon: «[...] se si considerano, dal punto di vista cosmico, questi "costruttori" come gli Angeli o i Dêva [...] si deve pensare che questi lavorino sotto la direzione di Vishwakarma, che è, come abbiamo già spiegato in altre occasioni, la stessa cosa che il "Grande Architetto dell’Universo"»[24]. *** René Guénon ha più volte attirato l’attenzione, da un lato, sul rapporto di subordinazione esistente tra i «piccoli misteri» e, dall’altro, sulle relazioni che intercorrono tra l’iniziazione cavalleresca o regale e le forme iniziatiche basate sull’esercizio dei mestieri: ora, l’arte della costruzione si colloca propriamente nel campo dei «piccoli misteri», in particolare in quello delle forme iniziatiche fondate sull’esercizio dei mestieri, e Guénon non ha mai mancato di sottolineare «[...] i legami che univano l’"arte sacerdotale" e l’"arte regale" all’arte dei costruttori»[25]. Al momento della costruzione del Tempio di Gerusalemme, i «tre primi Grandi Maestri» erano Salomone, Hiram, re di Tiro e Hiram-Abi; ora, Salomone come profeta-re, Hiram, re di Tiro, e Hiram-Abi come architetto, rappresentano rispettivamente l’iniziazione sacerdotale, l’iniziazione regale e l’iniziazione di mestiere. D’altra parte, il progetto del Tempio era stato trasmesso da Davide a Salomone, il quale però, non essendo in possesso delle conoscenze indispensabili per la sua costruzione in pietra, dovette necessariamente ricorrere a operai e a un architetto stranieri, facenti parte di una popolazione di tipo sedentario. Quanto alla partecipazione del sacerdozio alla costruzione del Tempio, essa era inoltre tanto più necessaria in quanto il Tempio era destinato a essere il luogo della manifestazione divina. A quest’ultimo proposito R. Guénon precisa infatti che «gli "intermediari celesti" [...] sono la Shekina e Metatron; diremo innanzitutto che, nel suo senso più generale, la Shekina è la "presenza reale" della Divinità. Si noti che i passi della Scrittura dove ne è fatta menzione sono soprattutto quelli in cui si tratta dell’istituzione di un centro spirituale: la costruzione di un Tabernacolo, l’edificazione dei Templi di Salomone e di Zorobabel. Un simile centro, costituito in condizioni definite secondo la regola, doveva essere di fatto il luogo della manifestazione divina, sempre rappresentata come "Luce"; è curioso osservare che l’espressione "luogo illuminatissimo e regolarissimo", conservata dalla Massoneria, sembra proprio essere un ricordo dell’antica scienza sacerdotale che presiedeva alla costruzione dei templi e che, del resto, non era peculiare degli Ebrei [...]»[26].�� L’espressione «l’antica scienza sacerdotale che presiedeva alla costruzione dei templi» si ritrova piuttosto curiosamente, sotto forma invocativa, in un passo del tutto simile di un antico rituale massonico: «Che la Saggezza presieda alla costruzione del nostro edificio», e ciò indica che probabilmente essa faceva riferimento a un’epoca nella quale il legame tra l’arte dei costruttori e l’arte sacerdotale era ancora esistente. Di fatto, mentre l’espressione «arte regale» si è conservata nella Massoneria attuale, quella di «arte sacerdotale» è stata completamente dimenticata, e questo, a quanto sembra, a partire dall’epoca a cui è da far risalire la rottura dell’Occidente con il centro spirituale del mondo. A tal proposito si possono ricordare le seguenti considerazioni di René Guénon: «a lato delle espressioni "iniziazione sacerdotale" e "iniziazione regale", per così dire parallelamente a esse, si incontrano altresì quelle di "arte sacerdotale" e di "arte regale", le quali designano la "messa in opera" delle conoscenze insegnate dalle corrispondenti iniziazioni, con tutto l’insieme delle "tecniche" attinenti ai loro campi rispettivi.��Queste denominazioni si conservarono a lungo nelle antiche corporazioni; e la seconda, quella di "arte regale", ha avuto un destino abbastanza singolare, essendosi trasmessa fino alla massoneria moderna nella quale, inutile dirlo, non sussiste più, alla stregua di molti altri termini e simboli, se non come un vestigio incompreso del passato. Quanto alla denominazione di "arte sacerdotale", essa è completamente scomparsa; ciò nonostante quest’ultima si applicava all’arte dei costruttori di cattedrali del medioevo altrettanto bene quanto a quella dei costruttori di templi dell’antichità; ma a un certo punto si verificò una confusione delle due sfere, dovuta a una perdita per lo meno parziale della tradizione, conseguenza a sua volta delle usurpazioni del potere temporale ai danni di quello spirituale; e fu così che andò perduto financo il nome di "arte sacerdotale", indubbiamente nei dintorni del Rinascimento, epoca che segna di fatto, sotto ogni punto di vista, il compimento della rottura del mondo occidentale con le proprie dottrine tradizionali»[27].�� Rimarrebbe da elucidare il significato del verbo «presiedere» assegnato alla scienza sacerdotale con riferimento alla costruzione dei templi, ma sfortunatamente su questo argomento René Guénon non ha fornito particolari molto abbondanti: nel medioevo occidentale si trovano esempi di monaci «costruttori», come i Culdei e i Benedettini, ma in genere la «costruzione» in quanto tale veniva portata a termine da confraternite non sacerdotali. Stando a talune allusioni fatte da Guénon, pare che la scienza sacerdotale intervenisse soprattutto nella scelta del luogo in cui sarebbe stato eretto l’edificio sacro e in merito al suo orientamento, come si deduce dalla seguente annotazione: «Taluni indicano con precisione la metà del secolo XV come data di tale perdita dell’antica tradizione, perdita che comportò la riorganizzazione, nel 1459, delle confraternite dei costruttori su nuovi fondamenti, ormai incompleti. È opportuno notare che a partire da quest’epoca le chiese cessarono di essere orientate regolarmente, e un tale fatto ha, riguardo alla questione trattata, un’importanza molto più rilevante di quanto non si possa pensare di primo acchito»[28].�� D’altra parte, stando a una tradizione, Alberto Magno sarebbe l’autore di un libro, oggi perduto, dal titolo «Liber Costructionum Alberti», che «racchiudeva i segreti (sic!) dei Massoni operativi e forniva indicazioni sul modo di determinare le fondazioni delle cattedrali»[29]. Quale che sia la validità di una simile tradizione, essa sta per lo meno a indicare la dipendenza della scienza architetturale nei confronti della scienza sacerdotale, dipendenza la cui esistenza René Guénon ha più volte sostenuto, come nel passo seguente: «La conoscenza metafisica pura dipende perciò propriamente dai "grandi misteri", e la conoscenza delle scienze tradizionali dai "piccoli misteri"; siccome la prima è però il principio dal quale derivano necessariamente tutte le scienze tradizionali, ne discende di conseguenza che i "piccoli misteri" dipendono essenzialmente dai "grandi misteri" e hanno in essi il loro stesso principio, così come il potere temporale, per essere legittimo, dipende dall’autorità spirituale e ha in essa il suo principio»[30].�� Ora, se il rapporto dell’inferiore nei confronti del superiore si può esprimere con il verbo «dipendere», quello del superiore nei confronti dell’inferiore può di fatto essere, inversamente, espresso con il verbo «presiedere», ed è questo certamente uno dei significati che si possono assegnare alla frase «l’antica arte sacerdotale che presiedeva alla costruzione dei templi». Del resto, nel passo che contiene tale espressione si parla dell’«istituzione di un centro spirituale» che «costituito in condizioni definite secondo la regola, doveva essere di fatto il luogo della manifestazione divina». Di conseguenza, l’edificio costituiva evidentemente il contenitore corporeo, se così si può dire, di tale centro, ma per l’istituzione vera e propria del centro spirituale era necessaria una «consacrazione», la quale non poteva essere che appannaggio dell’arte sacerdotale. Nell’antica massoneria operativa la consacrazione, o sacralizzazione, dei lavori non era forse anch’essa l’appannaggio del «Brother Jakin»? *** I massoni d’oggi, e ciò da qualche secolo, non erigono più costruzioni in pietra, ma questo non toglie nulla al carattere simbolico dell’architettura e alla possibilità che venga fatto ciò nonostante un lavoro «operativo» basandosi sul suo simbolismo. Nel corso di una recensione a un libro di Charles Clyde Hunt, René Guénon precisava: «L’autore sembra assegnare alla Massoneria, come scopo principale, quella che viene da lui chiamata la "costruzione del carattere" (character-building); tale espressione in fondo non costituisce che una semplice "metafora", in luogo di quello che dovrebbe invece essere un vero e proprio simbolo; la parola "carattere" è ben vaga e, in ogni caso, non sembra indicare nulla che vada al di là del piano psicologico; si tratta perciò di qualcosa di ancora assai exoterico, mentre se si parlasse di "costruzione spirituale", la cosa potrebbe avere un senso ben altrimenti profondo, soprattutto se vi fossero aggiunte le precisazioni più propriamente "tecniche" che sarebbero facili da trarre, a simile proposito, dal simbolismo massonico, a patto che si sapesse evitare di "moralizzare" in modo puro e semplice a proposito dei simboli»[31].��È opportuno che i Massoni odierni confessino, stando a quel che è dato vedere dai loro comportamenti, teorici e pratici, che non trovano per nulla «facile» trarre «le precisazioni più propriamente "tecniche"» dal simbolismo massonico in vista di una loro «costruzione spirituale», ma se un essere della «statura» spirituale quale quella di René Guénon si è espresso in simile modo, questo significa che si tratta pure di una cosa possibile.��Uno dei possibili significati di quella che René Guénon denomina nel passo da noi citato la «costruzione spirituale», obiettivo che è certo più importante della stessa «costruzione fisica» (e che ad ogni modo «presiede» a quest’ultima) è quello di riunire e ordinare la molteplicità degli elementi costitutivi dell’individualità umana per ricondurli all’unità, e in questo modo costruire un tempio «interiore» per lo Spirito. A tal proposito è certo opportuno e utile riprendere l’annotazione seguente che R. Guénon faceva nella «Grande Triade»: «[...] la trasformazione della "pietra grezza" in "pietra cubica" rappresenta l’elaborazione che deve subire l’individualità comune per diventare atta a servire da "supporto" o da "base" alla realizzazione iniziatica; la "pietra cubica a punta" rappresenta l’effettiva aggiunta a questa individualità di un principio di ordine sopra-individuale, che costituisce la realizzazione iniziatica: quest’ultima, peraltro, può essere intesa in maniera analogica e di conseguenza essere rappresentata dallo stesso simbolo ai suoi vari gradi, dato che questi ultimi sono sempre ottenuti con operazioni fra loro corrispondenti, anche se a livelli diversi, come l’"opera al bianco" e l’"opera al rosso" degli alchimisti»[32]. Ma da quel che precede si è visto che il lavoro sulla pietra non costituisce propriamente un lavoro «costruttivo»; René Guénon precisava infatti che «la presenza di materiali preventivamente approntati è indispensabile per la costruzione di un edificio, anche se è evidente che tali materiali non potranno adempiere la funzione a cui sono destinati se non quando abbiano trovato la loro posizione nell’edificio stesso»[33].�� La costruzione implica che ogni pietra venga posta nella posizione che le è destinata, e d’altra parte «[...] la costruzione rappresenta la manifestazione, nella quale il principio appare solo come il compimento finale; e proprio in virtù di questa analogia la "prima pietra", o la "pietra fondamentale", può esser considerata come un "riflesso" dell’"ultima pietra", che è la vera "pietra angolare"»[34]. La costruzione incomincia perciò con una pietra e si conclude con una pietra, e le differenze tra le pietre si limitano alla loro forma, alla loro dimensione e al loro posto nell’edificio. Considerando ora che la Loggia è un «luogo illuminatissimo e regolarissimo» e che essa è altresì un simbolo del Cosmo, si potrà dedurre da quel che precede la necessità, perché la Loggia possa diventare un supporto appropriato per la presenza del Grande Architetto dell’Universo, della fraternità dei suoi membri, poiché essi tutti sono altrettante pietre; e della loro organizzazione gerarchica, giacché ognuno di essi deve occupare il posto che gli è assegnato, ed è differente da quello di un altro. È d’altronde questa necessità di una fraternità che possiamo a buon diritto dire «tecnica», quella che Guénon evocava al termine di uno dei suoi primi lavori sulla Massoneria, scritto nel 1910 sotto il nome di Palingenius: «Ciascuno dei membri [della Massoneria], entrando nel Tempio, deve spogliarsi della propria personalità profana, e fare astrazione da tutto quel che è estraneo ai princìpi fondamentali della Massoneria, princìpi sui quali tutti devono unirsi per lavorare in comune alla Grande Opera della Costruzione universale»[35]. Ma questo studio ci parrebbe incompleto se non si concludesse con un’ultima citazione da una delle opere di René Guénon che sottolinea il carattere veramente universale dell’arte della costruzione: «[...] cose come l’uso del simbolismo dei numeri [...], o anche quello del simbolismo "costruttivo", non sono in alcun modo esclusive di questa o quella forma iniziatica, ma rientrano invece nel novero di quelle che si ritrovano dovunque con semplici differenze di adattamento, perché si riferiscono a scienze o arti che esistono in tutte le tradizioni, e con lo stesso carattere "sacro"»[36]. [1] «Mélanges», pag. 102 dell’edizione francese. [2] «Mélanges», pagg. 103-4 dell’edizione francese. [3] «Simboli della scienza sacra», pag. 261; Adelphi Ed. [4] «Etudes sur la Franc-Maçonnerie et le Compagnonnage», Tome II, pag. 284 dell’edizione francese. [5] «Etudes sur la Franc-Maçonnerie et le Compagnonnage», Tome II, pag. 10 dell’edizione francese. [6] «La Crise du Monde moderne», pag. 20 dell’edizione francese. [7] «Etudes sur la Franc-Maçonnerie et le Compagnonnage», Tome II, pag. 9 dell’edizione francese. [8] «Simboli della Scienza sacra», pagg. 270-71; Adelphi Ed. [9] «Simboli della Scienza sacra», pag.271; Adelphi Ed. [10] «Autorità spirituale e potere temporale», pag. 54, nota 1; Luni Ed. [11] «Etudes sur la Franc-Maçonnerie et le Compagnonnage», Tome I, pag. 10 dell’edizione francese. [12] «La Crise du Monde moderne», pag. 66 dell’edizione francese [13] «Il regno della quantità e i segni dei tempi», pag. 63; Adelphi Ed. [14] «Simboli della Scienza sacra», pag. 221; Adelphi Ed. [15] «Etudes sur la Franc-Maçonnerie et le Compagnonnage», Tome II, pag. 10 dell’edizione francese. [16] «Etudes sur la Franc-Maçonnerie et le Compagnonnage», Tome II, pag. 76 dell’edizione francese. [17] «Simboli della Scienza sacra», pag. 223; Adelphi Ed. [18] «Simboli della Scienza sacra», pag. 241; Adelphi Ed. [19] «Il regno della quantità e i segni dei tempi», pagg. 59-60; Adelphi Ed. [20] «Etudes sur la Franc-Maçonnerie et le Compagnonnage», Tome II, pag. 12 dell’edizione francese. [21] «Etudes sur la Franc-Maçonnerie et le Compagnonnage», Tome II, pagg. 283-4 dell’edizione francese. [22] «Etudes sur la Franc-Maçonnerie et le Compagnonnage», Tome II, pag. 285 dell’edizione francese. [23] «Iniziazione e realizzazione spirituale», pagg. 73-4; Luni Ed. [24] «Simboli della Scienza sacra», pag. 254, l’ultima frase alla nota 15; Adelphi Ed. [25] «Il Re del Mondo», pag. 102; Adelphi Ed. [26] «Il Re del Mondo», pagg. 27-8; Adelphi Ed. [27] «Autorità spirituale e potere temporale», pagg. 32-3; Luni Ed. [28] «Autorità spirituale e potere temporale», pag. 33, nota 1; Luni Ed. [29] A. G. Mackey, «Encyclopedia of Freemasonry», vol I, pag. 159. [30] «Considerazioni sull’iniziazione», pag. 300; Luni Ed. [31] «Etudes sur la Franc-Maçonnerie et le Compagnonnage», Tome I, pag. 145 dell’edizione francese. [32] «La Grande Triade», pag. 105; Adelphi Ed. [33] «Considerazioni sull’iniziazione», pag. 329; Luni Ed. [34] «Simboli della Scienza sacra», pag. 241; Adelphi Ed. [35] «Etudes sur la Franc-Maçonnerie et le Compagnonnage», Tome II, pag. 261 dell’edizione francese. [36] «La Grande Triade», pag. 15; Adelphi Ed. ScienzaSacra - Artículo*: Pietro - Más info en psico@mijasnatural.com / 607725547 MENADEL Psicología Clínica y Transpersonal Tradicional (Pneumatología) en Mijas y Fuengirola, MIJAS NATURAL *No suscribimos necesariamente las opiniones o artículos aquí enlazados
 

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