

Nei sistemi politici che amano definirsi “democratici” c’è sempre da qualche parte una campagna elettorale in corso o all’orizzonte, con candidati a caccia di preferenze e schieramenti apparentemente contrapposti che pretendono di ottenere una legittimazione dal basso per andare ad occupare dei posti di comando. Pretesa assurda e innaturale, perché il più non può mai derivare dal meno. Una finta rappresentazione, dunque, sempre meno credibile, come dimostra il crescente fenomeno dell’astensionismo, ma presa purtroppo ancora sul serio da troppi illusi, che continuano a prestare fiducia e riporre salvifiche speranze nell’esito di simili competizioni.
Per sfatare la falsa narrazione sull’attendibilità di questa “lotteria dei suffragi”, potrà tornare utile un confronto, apparentemente ardito ma tutto sommato veritiero, fra il sistema politico e il gioco del calcio. Infatti, quelli che agli elettori vengono presentati come contrapposti schieramenti dalle inconciliabili posizioni ideologiche e programmatiche, svolgono solo uno scoperto e misero gioco delle parti, in cui ognuno interpreta un proprio ruolo, ma sempre all’interno del medesimo copione e della stessa rappresentazione. E proprio per questo carattere di spettacolo ed esibizione che accomuna entrambi i fenomeni, l’assimilazione fra calcio e politica diventa plausibile e chiarificatrice. Perché, in fondo, i politici giocano tutti nella stessa squadra, dipendendo da un’unica proprietà ed essendo guidati dallo stesso allenatore, per puntare al medesimo traguardo ed allo stesso risultato finale; sempre a discapito dei cittadini, destinati a non toccare mai palla in una partita truccata di un campionato falsato.
Solo che, a turno, alcuni di loro se ne stanno in panchina, tenendosi però pronti a scendere in campo all’occorrenza, se il mister decide di essere più offensivo o chiudersi in difesa, privilegiando una tattica piuttosto che un’altra, applicando politiche di “destra” piuttosto che di “sinistra”. Al massimo, sarà concesso a qualcuno di giocare coi calzettoni abbassati o con la maglia di fuori, e accelerare sul diritto di perversione o difende (solo un po’) la famiglia e la religione. Insomma, sfumature e dettagli insignificanti, che non modificano l’indirizzo generale e il potere reale.
Ecco perché perfino dei (presunti) campioni sono disposti a rimanere all’opposizione (pardon, in panchina!), anche per lunghi periodi, salvo imprevedibili crisi d’astinenza che, di tanto in tanto, fanno saltare il banco. Il contratto lo prevede e la ricca retribuzione non è mai messa in discussione, per quanto si sgomiti e si ricorra a inganni e scorrettezze d’ogni tipo per approdare in prima squadra. Ma si può stare certi che tutti costoro nello “spogliatoio” – per antonomasia unito – vanno fra di loro d’amore e d’accordo, sapendo di essere sulla stessa barca e di remare nella stessa direzione. E anche se qualcuno comincia la carriera (magari partendo dalle giovanili) con le migliori intenzioni, avendo l’assurda pretesa di rappresentare un’alternativa al sistema e di mantenere le promesse fatte in campagna elettorale, una volta giunto in prima squadra non potrà fare altro che adeguarsi al modulo di gioco dell’allenatore e ai piani strategici della società, per non venir messo fuori rosa, a pane e acqua.
Per completare questo poco lusinghiero quadro, va aggiunto che anche l’arbitro (notoriamente sposato male!) recita anch’esso secondo copione la parte del garante imparziale, ma solo per la forma e per una parvenza di legalità; in realtà inesistente, essendo proprio l’ingiustizia il marchio distintivo del sistema democratico, dove non viene mai dato “ad ognuno il suo”, lasciando piuttosto sempre spazio e preminenza ai peggiori. Per cui la metafora calcistica calza a pennello nel nostro caso, con l’unica differenza che il calcio fa meno danni ed è molto più divertente dell’attuale sistema politico, che decide delle nostre vite senza alcuna autentica legittimità.
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