
Pubblichiamo per i nostri Lettori la Prefazione al saggio “Il segreto di Pulcinella. Tra sacro e profano” di Emanuela Chiavarelli e Luigi Pellini, disponibile ora per l’acquisto in prevendita sul nostro sito e ordinabile nelle librerie di tutta Italia a partire da Febbraio.
Il nuovo saggio di Emanuela Chiavarelli e Luigi Pellini, che in questa sede abbiamo l’onore e il piacere di dare alle stampe, si pone come un’analisi estremamente dettagliata e complessa della maschera di Pulcinella, andando ben oltre il contesto della Commedia dell’Arte per esplorarne le radici mitologiche ed esoteriche. L’indagine condotta dai due studiosi impone una revisione radicale e strutturale della storiografia teatrale convenzionale: l’opera infatti si configura non come una semplice monografia sulla celeberrima maschera della Commedia dell’Arte, ma bensì come un trattato di antropologia del sacro che utilizza la figura di Pulcinella come chiave di volta per accedere a un sistema sapienziale arcaico, ormai da secoli frammentato e disperso. Il saggio è incentrato su una tesi audace: il teatro, nella sua accezione originaria, non nasce come forma di intrattenimento ludico o estetico, ma al contrario come teurgia, un’operazione sacra volta a influenzare il divino e a armonizzare la comunità umana con i ritmi cosmici. L’etimologia stessa del termine, legata a theòs («spirito di un morto» o antenato divinizzato), suggerisce che la scena non fosse un luogo di finzione, ma uno spazio liminale di evocazione. In questo contesto, la maschera di Pulcinella cessa di essere un mero accessorio scenico o una caricatura sociale del proletariato napoletano per rivelarsi come un «archetipo del sapere sacro». Dietro le sue fattezze grottesche, il naso adunco e la gobba, trapelano le «confuse vestigia di un passato lontano»: gli Autori postulano che la maschera sia il relitto di una «più antica teurgia» basata sull’osservazione astronomica, sull’apparizione delle stelle e sui moti ritmici dell’universo. Pulcinella, dunque, non è un semplicemente un personaggio grottesco, ma un operatore sacro decaduto, un sacerdote di culti dimenticati che, attraverso la risata e l’inversione, continua a perpetuare, seppur forse inconsciamente, rituali di orientamento esistenziale necessari per vincere l’orrore della morte e l’assorbimento dell’Essere nel caos primordiale.

Il sottotitolo dell’opera, “Tra sacro e profano”, non indica una semplice giustapposizione, ma una dinamica di inclusione e occultamento: il profano non è interpretato come l’opposto del sacro, ma come il suo contenitore dissimulato. La figura di Pulcinella, apparentemente immersa nella trivialità, nella fame atavica e nella sessualità grottesca, custodisce il “segreto” di una sacralità primordiale che non può più essere espressa direttamente nelle forme della religione istituzionale. Il saggio di Chiavarelli e Pellini evidenzia come l’«infero Pulcinella» appartenga indubbiamente a un contesto archetipico legato alla sfera degli antichi culti misterici. La sua sopravvivenza attraverso i secoli e la sua capacità di adattarsi a contesti culturali diversi (dal teatro delle Atellane al Carnevale veronese, dai palcoscenici napoletani alle processioni del Venerdì Santo) è la prova della sua natura numinosa e indistruttibile. Il saggio suggerisce che le «sfaccettature impensabili e arcaiche» di Pulcinella siano state finora tralasciate dalla critica proprio perché celate sotto la patina del profano: l’indagine dei due studiosi si propone ora di rimuovere questa patina, mostrando come ogni lazzo, ogni movimento e ogni attributo del costume pulcinellesco risponda a una precisa logica rituale, volta a riattivare, per analogia, le forze vitali minacciate dalla stasi o dalla morte. In questa prospettiva Pulcinella diviene un daimon mediatore, un ponte gettato sull’abisso che separa il mondo dei vivi da quello dei morti, la luce dall’ombra, l’ordine cosmico dal caos primordiale.
Sebbene infatti le prime attestazioni di Pulcinella risalirebbero al XIII secolo nella Marca Veronese (Ponzinela), la sua figura secondo Chiavarelli e Pellini affonderebbe radici in tempi ben più ancestrali, connesse ai Maccus delle Atellane e, soprattutto, a contesti teurgici e misterici. La sua ineguagliabile fame e la sua comicità grottesca vengono interpretate come un riflesso della «mancanza archetipica» e dell’esorcismo dell’orrore della morte e del sacrificio primordiale («Fame è Morte», come si dirà meglio oltre), un dualismo che si ritrova nel candore del costume e nella nerezza della maschera lupina, la cosiddetta “bautta” o “moretta”. Proprio quest’ultima è cruciale nell’analisi dei due studiosi, secondo i quali essa fonde il simbolismo del lupo, associato ad Ade («Sole Nero», divinità ctonia e Antenato clanico), con la forma ‘a becco’ del gallo (pullus gallinaceus), annunciatore dell’alba e della vittoria della luce sulle tenebre. Questa fusione di lupo e gallo, opposti polari, riflette la crisi stagionale e il passaggio calendariale, riattualizzando l’antica fase in cui il Matriarcato (la Grande Madre Uccello) storicamente sfumava nel Patriarcato.

La maschera è descritta come «pelle di diavolo», sottolineando la sua connessione con la sfera infera e i riti sciamanici di trasformazione (il cosiddetto «passaggio per la pelle»), in particolar modo con quelli delle società segrete di Uomini-Lupo. La scelta della maschera lupina non è dunque meramente una scelta estetica dettata da ragioni teatrali profane, bensì, a ben vedere, rituale: il lupo è infatti l’animale totemico per eccellenza delle culture arcaiche europee, il «Signore degli Animali» nella fase della caccia, e soprattutto una creatura psicopompa, legata al passaggio tra i mondi. Indossare la pelle del lupo significava, nei riti sciamanici e nelle iniziazioni guerriere, assumere la natura della belva, divenire un «Uomo-Lupo» capace di viaggiare nelle tenebre e di interagire con le forze della morte per, in ultima analisi, sconfiggerle.
L’associazione di Pulcinella con il lupo apre uno scenario comparativo vastissimo che il saggio esplora in dettaglio. Il lupo non è solo una belva, ma una sorta di «guerriero della notte». Gli autori citano i Marut della tradizione induista e i Mairya iranici come esempi di «guerrieri-lupo» che lottavano ritualmente nelle tenebre per riscattare la luce del sole o la pioggia fecondatrice. Analogamente, in Europa, si trovano le tracce dei «lupi a due zampe», confraternite iniziatiche che mimavano il comportamento del lupo per acquisirne la forza e la capacità di attraversare i confini della morte. In ambito italico il riferimento chiave è agli Hirpi Sorani («Lupi di Sorano»), sacerdoti del Monte Soratte che danzavano sui carboni ardenti in onore dell’oscuro Apollo Sorano e della dea Feronia. Questo rito igneo, celebrato nelle Idi di Novembre, periodo di declino della luce solare, aveva una funzione magico-analogica: il fuoco calpestato dai piedi dei “lupi” serviva a potenziare il calore del sole morente, aiutandolo a superare l’inverno. Pulcinella, con la sua maschera lupesca e la sua natura ignea (spesso associata al Vesuvio e al fuoco sotterraneo), si svela come l’erede di questi sacerdoti: egli è colui che, attraversando l’abisso (il «mese del lupo», Dicembre), garantisce il ritorno della primavera.
La maschera nera di Pulcinella è dunque un «volto d’ombra», un’ipostasi dell’oscurità che copre il volto dell’attore/sacerdote, cancellandone l’identità umana per permettergli di incarnare l’archetipo. Essa è definita anche «mezza suola», un termine gergale che, secondo gli autori, allude metaforicamente al “cammino” del sole e, per estensione, al percorso iniziatico attraverso le tenebre invernali-infernali. Ecco dunque che, nel loro mirabile lavoro di ricerca e di analisi simbolica, Chiavarelli e Pellini individuano Pulcinella come personaggio mitico archetipico infero, associato all’Abisso e ai riti di trasformazione, nonché alla sintesi degli opposti, tra morte e rinascita e tra oscurità e luce. Il Carnevale, habitat naturale di Pulcinella, viene analizzato non come una festa allegra, ma come un «rito di emergenza»: esso corrisponde ai Saturnali romani e ai giorni epagomeni di altri calendari: un periodo di «tempo sospeso sul pozzo profondo del nulla», un vuoto tra la fine di un ciclo e l’inizio del successivo. In questo interregno l’ordine è sospeso, i morti (le maschere, etimologicamente connesse al termine latino masca) ritornano e il caos minaccia di inghiottire il cosmo. Pulcinella è il re di questo caos e la sua funzione è quella di gestire il disordine attraverso l’inversione rituale: il servo diventa padrone, il sacro diventa profano, l’uomo diventa donna (androginia), il digiuno diventa abbuffata.
Di più: la morfologia della maschera di Pulcinella presenta una singolarità: essa fonde la «cute lupesca» con una forma prominente e ricurva “a becco”. Questa ibridazione teriomorfa unisce due sfere simboliche apparentemente opposte ma a ben vedere complementari: il Lupo (ctonio/notturno) — che rappresenta la terra, l’abisso, le fauci divoranti della morte, l’inverno-inferno, il sole al tramonto che viene “inghiottito” dall’orizzonte o dalle forze del caos — e il Gallo (uranico/diurno) — che rappresenta il cielo, il sole rinascente e il rinnovato avvento della primavera, l’annuncio della luce, la resurrezione, la vigilanza che scaccia i demoni notturni. Pulcinella è, dunque, una sintesi archetipica di questi due opposti. Il suo naso adunco non è solo una caricatura, ma per così dire un «becco cosmico». Il nome stesso Pulcinella (o Ponzinela) deriva infatti da pullus gallinaceus («pulcino di gallo»), rafforzando il suo legame simbolico con la sfera solare e aurorale: egli è il Gallo che canta nelle tenebre del Lupo, l’annunciatore della luce/rinascita che emerge dal ventre della notte/morte. Questa dualità è espressa cromaticamente dal contrasto tra il nero della maschera (la notte, il lupo, l’abisso) e il bianco del costume (la luce, l’uovo, il pulcino).
La formula «Dal lupo al gallo», utilizzata nel testo, sintetizza il percorso iniziatico e cosmico che Pulcinella incarna. Egli non è né solo lupo né solo gallo, ma il punto di tensione e di risoluzione tra i due: la sua maschera è il luogo dove il predatore e la preda, così come la notte e il giorno, si incontrano. Il proverbio «in bocca al lupo» viene reinterpretato dagli Autori in chiave esoterica: entrare nella bocca del lupo (l’Abisso, l’Ade) non è una condanna o una maledizione, ma al contrario una necessità per la rinascita. Solo chi viene “inghiottito” dal buio può rinascere come “pulcino” di luce. Pulcinella è colui che è stato inghiottito e che è ritornato, portando con sé la conoscenza esoterica (il “segreto”) e la capacità di ridere della morte e del rischio dell’annientamento. Se il lupo rappresenta la discesa agli inferi (catabasi), il gallo rappresenta la risalita (anabasi).
Gli Autori sottolineano come il gallo sia legato alla comicità fin dal VI secolo a.C., citando vasi attici con danzatori travestiti da galli; ma, al tempo stesso, il medesimo è soprattutto un animale sacro, psicopompo (guida delle anime) e simbolo di resurrezione, associato a divinità solari come Apollo, Mitra e Abraxas. In Pulcinella, la componente “gallinacea” si manifesta nella voce: una voce chioccia, stridula, nasale, ottenuta spesso con l’uso della pivetta (uno strumento che altera la voce). Questa voce non è umana: è il «gergo degli uccelli» o la voce degli spiriti, un suono vibratorio che connette dimensioni diverse. Il saggio menziona anche il Kikirrus, il galletto buffone delle Atellane, e i Fool medievali con la cresta di gallo, tracciando una linea di continuità che vede in Pulcinella l’incarnazione del principio solare che “canta” per svegliare il mondo dal torpore dell’inverno-morte (lupo).
Il saggio istituisce inoltre parallelismi sorprendenti tra Pulcinella e figure mitologiche femminili come l’Ava Clanica dello sciamanesimo e la Baba-Jaga delle fiabe russe: quest’ultima, con la sua natura duplice donatrice e divoratrice, la sua connessione con il mondo dei morti e la sua isba (casupola) che ruota su zampe di gallina, è una “doppia” perfetta di Pulcinella. Entrambi sono guardiani della soglia, entrambi manipolano il cibo e la morte, entrambi sono legati all’uccello e al lupo. In particolare, la sezione “La bautta, il lupo e l’Ava clanica” suggerisce che la maschera di Pulcinella sia una derivazione della pelle dell’animale totemico in cui l’Antenata si manifestava. Il rito di rinascita chiamato «passaggio per la pelle» è il meccanismo che lega il neofita all’Ava, e Pulcinella, indossando perennemente questa pelle, è l’eterno iniziato o l’eterno sciamano che media tra il clan e l’Antenata.
Un altro attributo iconografico fondamentale analizzato nel saggio è il “pitale” colmo di maccheroni. Questa immagine, lungi dall’essere una semplice gag scatologica o una rappresentazione della povertà napoletana, viene ricondotta alla «mancanza archetipica» descritta nei testi vedici, dove veniva enunciato: «Tutto era avvolto dalla fame perché Fame è Morte». La fame spropositata di Pulcinella è allora la fame della morte stessa, l’insaziabilità dell’Abisso che deve divorare la vita per rigenerarla. Il pitale, in questa lettura, diventa un contenitore sacro, una parodia grottesca della «tazza di cibarie» o del calderone dell’abbondanza presente nei riti sciamanici, dove l’Antenata clanica offriva cibo all’iniziato per sancire l’alleanza tra cielo e terra. I maccheroni, simili a vermi bianchi, evocano la vita brulicante che nasce dalla putrefazione (putrefactio alchemica = Nigredo), confermando la natura di Pulcinella come agente di trasformazione della materia e dell’energia vitale.
Uno dei punti più alti dell’analisi dei due studiosi è l’esegesi della maschera napoletana di «Pulcinella a cavallo della Vecchia». Si tratta di una «maschera doppia» in cui Pulcinella appare sulle spalle di una donna anziana, spesso rappresentata con un volto grinzoso ma movenze giovanili. Gli Autori vedono in questa rappresentazione una parodia degradata, ma leggibile, di antichissimi miti misterici: specificamente, viene evocata la triade dei Misteri Eleusini, formata da Demetra (la Madre/Vecchia), Kore (la Giovane/Fanciulla) e il Rapitore (Ade/Pulcinella). La Vecchia che trasporta Pulcinella è la Terra (Demetra) che porta il peso del dio infero, oppure è la Dea che viene “cavalcata” (posseduta) dallo spirito. Ma Chiavarelli e Pellini vanno oltre, collegando questa immagine al mito arcaico di Demetra Phigalia, che fu stuprata da Poseidone mentre, in forma di cavalla, cercava la figlia perduta. Pulcinella, in questo scenario, assume il ruolo del dio stallone/rapitore che si unisce violentemente alla Dea per generare la vita. Questa maschera, allora, condensa il dramma della «sparizione della luce» e del suo recupero attraverso l’unione erotica e violenta tra il principio maschile ctonio e il principio femminile generatore.
L’indagine si estende, com’è naturale che sia, anche alla tradizione sacra del Veneto arcaico, collegando Pulcinella alla dea Rethia, un’antica divinità venetica, signora dei cavalli e della scrittura, ma soprattutto dea legata al lupo e alla «barca solare». La presenza di Pulcinella nel Carnevale di Verona come «Papà del Gnocco» non è una coincidenza, ma piuttosto la riemersione di questo substrato: quest’ultimo, re dell’abbondanza che distribuisce cibo, è il paredro della Dea, colui che presiede al banchetto funebre e nuziale che rigenera il tempo. La connessione tra Rethia, il lupo e la barca solare rinforza l’idea che Pulcinella sia un navigatore delle acque della morte, come la barca solare che attraversa l’oceano notturno/abisso.
Il saggio pone anche, come i precedenti dei due Autori — tra cui Arlecchino: dio, demone e re (2016), Dee e cavalli nei riti misterici del calendario (2019, al momento in ristampa) e soprattutto L’albero, la grotta, i santuari (2022) — un forte accento sulla dimensione “astronomica” (o, per meglio dire, “astroteologica”) di Pulcinella, collegandolo alla cosiddetta «religione delle stelle»: centrale è, a questo riguardo, il concetto di “slittamento” dei tempi e di “fallimento” dei calendari antichi. La “mancanza” e la “fame” di Pulcinella sono quindi lette come la memoria di una catastrofe cosmica: la perdita dell’Età dell’Oro dovuta allo spostamento dei punti cardinali celesti dovuta alla precessione degli equinozi. Il “punto vernale”, l’equinozio di primavera, slittando nei millenni, dai Gemelli al Toro all’Ariete, ha creato una sfasatura tra il tempo celeste e il tempo terrestre, generando l’angoscia della «fine del tempo» che il Carnevale e riti di fine anno cercano, a qualunque latitudine del pianeta, di esorcizzare. Pulcinella è il testimone di questo disordine, colui che abita il tempo fuor dai cardini e che è incaricato, facendo coincidere gli opposti che lo caratterizzano (coniucto oppositorum), di rimetterlo in sesto.
Specifiche configurazioni stellari vengono chiamate in causa dai due Autori: Aldebaran, l’occhio rosso della costellazione del Toro, viene associata alla «Sposa di Luce» o alla fanciulla divina (Side) che viene rapita o oscurata, mentre Sirio, la Stella del Cane (o del Lupo), viene connessa alla calura, alla siccità ma anche alla rinascita (la piena del Nilo). Il testo suggerisce che il mito del «Cacciatore celeste» (Orione) che insegue la preda (le Pleiadi, Aldebaran) sia una narrazione drammatizzata di questi moti celesti. Pulcinella, con la sua maschera nera, potrebbe rappresentare l’oscuramento della luce stellare o la forza (il Cane/Lupo Sirio) che “divora” la stella precedente nel ciclo precessionale. Un’altra immagine potente evocata è quella della Galassia (Via Lattea) come «Fiume-Oceano» o «Via di Stelle»: nelle tradizioni arcaiche di tutto il mondo la Via Lattea era infatti considerata il «Sentiero delle Anime» verso l’aldilà e Pulcinella, psicopompo lupesco, diventa quindi la guida su questo sentiero. La sua connessione con le Sirene (Partenope) e con il mare (Napoli) si inserisce in questa geografia sacra, le Sirene essendo le custodi dei varchi acquatici/galattici che l’anima deve attraversare per giungere salva all’Oltremondo.

La connessione tra Pulcinella e Napoli passa infatti attraverso la Sirena Partenope, in cui i due Autori riconoscono, tra le altre cose, un inequivocabile simbolo astronomico: Partenope è legata alla Costellazione della Vergine, e questa associazione rinforza il legame con la Grande Madre celeste e con i cicli agricoli (la Vergine regge la spiga, Spica). Pulcinella, compagno della Sirena, è dunque il guardiano di questa sapienza stellare radicata nella terra campana. Le Sirene sono descritte nel testo anche come «sacerdotesse-api»: l’ape è un simbolo solare e regale (il miele come «cibo di luce», incorruttibile, si ritrova in tutte le antiche tradizioni indoeuropee, da quella indiana a quella greco-romana fino a quelle celtiche e germanico-norrene), ma anche ctonio (secondo il mito di Aristeo nasce dalle carcasse). Le sacerdotesse-api sono le custodi del miele, sostanza che garantisce l’immortalità e l’ispirazione poetica. Pulcinella, nel suo aspetto di ghiottone che cerca cibo, potrebbe essere colui che cerca questo “miele” iniziatico, il segreto della vita eterna nascosto nell’alveare/abisso. Infine, il rapporto tra Pulcinella e le Sirene si configura come un «dramma sacro»: le Sirene, con il loro canto, rappresentano la conoscenza pericolosa che può distruggere l’uomo (Odisseo), ma anche la guida attraverso i sovramenzionati percorsi iniziatici acquatici e sotterranei. Pulcinella, che non teme il ridicolo né la morte, è l’unico attore che può dialogare con queste forze, trasformando il loro canto fatale in una farsa salvifica.
In conclusione, il saggio di Chiavarelli e Pellini che in questa sede abbiamo l’onore di pubblicare rivela un Pulcinella che trascende ogni classificazione teatrale: egli assurge piuttosto a monumento antropologico, ad archivio vivente di millenni di storia religiosa e culturale spesso dimenticata. Il suo “segreto”, oscillante tra sacro e profano, non è una battuta di spirito, ma una verità impronunciabile: la vita si nutre della morte, la luce nasce dal buio, l’ordine emerge dal caos. Pulcinella è il Lupo che ci inghiotte per proteggerci dal freddo dell’inverno-inferno cosmico, ma contemporaneamente è anche il Gallo che ci sveglia dall’incubo della non-esistenza; infine, è il Sacerdote che, con un lazzo e un piatto di maccheroni o gnocchi, celebra l’eterno sacramento della rigenerazione universale. In un mondo che ha dimenticato i riti, nel Carnevale veronese come in quello napoletano, Pulcinella rimane uno degli ultimi, irriducibili custodi archetipici del Fuoco Sacro, ben occultato sotto la cenere profana della Commedia dell’Arte.
[AXS007] Emanuela Chiavarelli & Luigi Pellini, “Il segreto di Pulcinella. Tra sacro e profano”
Prevendite dal 2 Gennaio 2026
Spedizioni da Febbraio 2026
AXS007
COLLANA: HÈSPEROS «Tradizioni & Miti Europei»
Prima edizione (Febbraio 2026)
206 pp.
240×170 mm
ISBN: 9791298566026
Copertina: Anonimo, Pulcinella, illustrazione
Frontespizio e segnalibro: Giandomenico Tiepolo, Pulcinella con acrobati, circa 1793, Ca’ Rezzonico, Museo del Settecento, Venezia
Appendice fotografica a colori di 27 pp.
Disponibile
Más info en https://ift.tt/MwcGV06 / Tfno. & WA 607725547 Centro MENADEL (Frasco Martín) Psicología Clínica y Tradicional en Mijas. #Menadel #Psicología #Clínica #Tradicional #MijasPueblo
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