Psicología

Centro MENADEL PSICOLOGÍA Clínica y Tradicional

Psicoterapia Clínica cognitivo-conductual (una revisión vital, herramientas para el cambio y ayuda en la toma de consciencia de los mecanismos de nuestro ego) y Tradicional (una aproximación a la Espiritualidad desde una concepción de la psicología que contempla al ser humano en su visión ternaria Tradicional: cuerpo, alma y Espíritu).

“La psicología tradicional y sagrada da por establecido que la vida es un medio hacia un fin más allá de sí misma, no que haya de ser vivida a toda costa. La psicología tradicional no se basa en la observación; es una ciencia de la experiencia subjetiva. Su verdad no es del tipo susceptible de demostración estadística; es una verdad que solo puede ser verificada por el contemplativo experto. En otras palabras, su verdad solo puede ser verificada por aquellos que adoptan el procedimiento prescrito por sus proponedores, y que se llama una ‘Vía’.” (Ananda K Coomaraswamy)

La Psicoterapia es un proceso de superación que, a través de la observación, análisis, control y transformación del pensamiento y modificación de hábitos de conducta te ayudará a vencer:

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Adicciones / Dependencias (Drogas, Juego, Sexo...)
Obsesiones Problemas Familiares y de Pareja e Hijos
Trastornos de Personalidad...

La Psicología no trata únicamente patologías. ¿Qué sentido tiene mi vida?: el Autoconocimiento, el desarrollo interior es una necesidad de interés creciente en una sociedad de prisas, consumo compulsivo, incertidumbre, soledad y vacío. Conocerte a Ti mismo como clave para encontrar la verdadera felicidad.

Estudio de las estructuras subyacentes de Personalidad
Técnicas de Relajación
Visualización Creativa
Concentración
Cambio de Hábitos
Desbloqueo Emocional
Exploración de la Consciencia

Desde la Psicología Cognitivo-Conductual hasta la Psicología Tradicional, adaptándonos a la naturaleza, necesidades y condiciones de nuestros pacientes desde 1992.

martes, 31 de octubre de 2017

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(Immagine: Remedios Varo, “Strange woman dropping a boy”). La credenza nell’esistenza di un «popolo segreto», dimorante in una dimensione altra ma sovrapposta alla nostra, cui si accede per mezzo di “portali” all’interno di montagne, colline o antichi tumuli sepolcrali, è diffusa pressoché in tutto il mondo e soprattutto nella parte settentrionale dell’emisfero (Europa e Nord America). Particolarmente ricca a riguardo è la tradizione folklorica scozzese, che fa menzione di tali entità con i nomi di Sith o «Buon Popolo», e quella irlandese, che li denomina Sidhe o Gentry. In Inghilterra sono noti come Fairies, in Francia come Fées e in Italia come Fatae (Fate). Nel foklore europeo vi sono molteplici testimonianze di uomini a cui, volontariamente o loro malgrado, è stato concesso l’ingresso nel regno sotterraneo (Fairyland) in cui il «popolo segreto» vive. In questa sede ci vogliamo concentrare su un tipo di “visite” ben preciso, quello connesso al rapimento di bambini appena nati e di donne umane da adibire a nutrici nel “regno sotterraneo”. Dettaglio dell’opera “The Legend of St. Stephen” di Martino di Bartolomeo, XV secolo. Rapimenti di nutrici e bambini Iniziamo la nostra trattazione citando un passaggio del reverendo scozzese Robert Kirk nella sua opera seminale The Secret Commonwealth (Il Regno segreto, ed. it. Adelphi), scritta sul finire del Seicento. Tra le «trasgressioni ed atti delittuosi e peccati» che i Sotterranei sono soliti compiere — ci informa Kirk —, vi è quello di «rubare nutrici per i loro figlioli, o quell’altro tipo di ratto che consiste nel portar via i nostri bambini (può essere perché sono eredi di qualche terra in quei possessi invisibili) che non ritornano mai» [pp. 32-33]. Già da questa citazione si possono estrarre diversi motivi mitici, il primo dei quali, quello della «nutrice dei fairy», è piuttosto diffuso a livello globale: lo ritroviamo in tutta Europa e in molte zone dell’Asia fino al Giappone, e addirittura sulla costa americana che si affaccia sul Pacifico. In secondo luogo, si può notare come già nel XVII secolo si ipotizzasse che i bambini rapiti dai Sotterranei fossero «eredi di qualche terra in quei possessi invisibili» ovvero, in altre parole, frutto di quelle unioni tra gli appartenenti a quel popolo misterioso e gli esseri umani di cui parla il folklore. Considerando questa ipotesi si può vedere un senso nella necessità che tali figli siano allevati con l’aiuto di madri umane: anzi, da quanto traspare dai racconti popolari scozzesi sembrerebbe che senza l’aiuto delle nutrici umane tali bambini non potrebbero sopravvivere nel loro mondo. Questi ultimi sarebbero dunque esseri ibridi, a metà tra la corporeità umana e quello stato intermedio-volatile che caratterizza i fairies nelle tradizioni popolari. E, tuttavia, si racconta che il popolo fatato non si limitasse a sottrarre i bambini, ma provvedesse finanche a sostituirli con un changeling («immagine perdurante»). Scrive Graham Hancock [Sciamani, p. 396]: «non solo le creature magiche rapivano bambini sani e felici, ma li sostituivano con esseri non del tutto umani», che gli studi etnografici e folklorici riferiscono come «magri e irrequieti, brutti e deformi, deboli ma estremamente voraci, capricciosi e sempre insoddisfatti». Alan Lee, “Changelings”. Queste caratteristiche del changeling erano conosciute anche dal folklore slavo: anche qui i «bambini sostituti» vengono descritti come voraci e aggressivi ed inoltre si dice che crescessero più lentamente e che iniziassero a camminare e a parlare più tardi della norma. Ancora: si tramanda che piangessero continuamente, dormissero male, apparissero sproporzionati nelle membra, ridessero in modo bizzarro e — addirittura, secondo alcuni racconti — qualcuno sostiene che potessero sviluppare anche delle corna. Una canzone tradizionale gaelica in particolare ricorda queste credenze: la voce narrante è quella di una fata che desidera rapire il bambino «colorito, paffuto e buono» di una donna umana, per sostituirlo con la propria progenie naturale: «Lui è il mio bambino goffo,/avvizzito, calvo e tonto,/ deboluccio e con poche qualità» [p. 396]. La tradizione irlandese relativa ai changeling vuole che «i bambini nani o deformi vengano tenuti dalle fate per essere poi dati in cambio dei bambini sani che esse rapiscono per rinnovare la propria stirpe» [p. 401], per dirlo con le parole del professor A.C. Haddon. Grazie a quest’ultimo, abbiamo modo di introdurre un concetto centrale in questo studio, quello di «rinnovamento della stirpe» o del sangue, su cui torneremo in seguito. Spiegazioni scientifiche È obbligatorio precisare che secondo la maggioranza degli studiosi moderni tali “dicerie” popolane non sarebbero altro che superstizioni causate dall’ignoranza. Essi ritengono che, sino alla fine dell’Ottocento, molte malattie fossero tanto comunemente quanto erroneamente attribuite all’inimicizia delle fate, come ad esempio l’ictus, che si credeva provocato dagli elfi, al punto che ancora oggi il termine inglese stroke altro non è che l’abbreviazione di fairy stroke, ovvero il «colpo fatato», che «ricadeva invisibilmente su vittime umane o animali, trasformandoli in una statua di legno che aveva l’aspetto della vittima, ma priva di vita e con funzioni minime» [Kafton-Minkel, Mondi sotterranei, p. 51]. Il fenomeno del changeling si sarebbe dunque potuto spiegare scientificamente come poliomelite, artrosi e altre malattie inabilitanti. Altri accademici hanno proposto la spiegazione che i changeling fossero in realtà bambini nati autistici o deformi, maltrattati dai familiari a causa di un’ignoranza sulla “vera medicina”. Eppure, leggendo le testimonianze dei secoli passati (e finanche dello scorso), sembrerebbe che, sebbene probabilmente molti casi di apparente changeling si possano interpretare in tal senso, nondimeno altri sono più ardui da decifrare col solo ausilio della medicina sperimentale. Stiamo parlando di quei casi in cui il (o, più spesso, la) testimone affermi di aver ricevuto la «visita notturna» di alcune figure ‘oscure’, che avrebbero provveduto a sostituire un bambino sano con un changeling. Cerchiamo dunque di analizzare più nel concreto alcune di queste esperienze, come tramandate dalle fonti a nostra disposizione. Arthur Rackham, “The Changeling”, 1905. Testimonianze dal XVI al XX secolo Sebbene al giorno d’oggi storie simili appartengano più all’ambito della favolistica per bambini che non a quello delle credenze effettive, nondimeno persino nello scorso secolo le cronache riportano fatti eccezionali che si possono ricondurre alle ricerche ivi in esame — non potendosi spiegare unicamente con spiegazioni “razionali” o “scientifiche”. Uno di questi riguarda una lattaia norvegese di nome Anne che aveva appena partorito un bambino sanissimo e una notte vide introdursi nella sua stanza «una donna vestita di nero» con in braccio un altro bambino. Durante l’angoscioso “incontro” Anne non si riuscì a muovere e solo in seguito scoprì che «il suo bambino non c’era più, e al suo posto c’era uno sgradevole marmocchio macilento, brutto e ‘gobbo’. Il sostituto crebbe… diventando un idiota che muggiva come un bue. Anne non rivide mai più il suo bambino» [Hancock, p. 397]. Una storia egualmente sinistra, verificatasi sull’isola di Skye, venne appresa da W.Y. Evans-Wentz nel 1908 [ibidem]: « Un’anziana balia si era addormentata davanti a un camino con un neonato sulle ginocchia. La madre, che era a letto e li fissava trasognata, a un certo punto vide con stupore entrare in casa tre strane donnine, le quali si avvicinarono al bimbo addormentato, e proprio mentre quella che sembrava la leader stava per toglierlo dal grembo della balia, l’ultima delle tre esclamò: “Oh, lasciamolo con lei, ne abbiamo già presi così tanti!” “E sia” rispose la più anziana… » Henry Fuseli, “Der Wechselbalg” [“Il changeling”], 1780. Racconti simili erano — com’è facilmente immaginabile — ancora più diffusi nei secoli precedenti. Hancock riporta un caso avvenuto in Inghilterra nel 1611, di cui si fa menzione nel corso di un processo che vedeva nelle vesti di imputata la presunta strega Susan Swapper [p. 394]: « Ai tempi di Susan era risaputo che i fairy avessero un costante e straordinario bisogno di procurarsi bambini umani di tutte le età, ma soprattutto, e sorprendentemente, neonati. Quando i visitatori apparvero, Susan era incinta e prossima al parto e per questo motivo era terrorizzata all’idea che potessero rapirla; resistette con tutte le sue forze quando “la donna con la sottoveste verde le disse: “Sue, alzati e vieni con me, altrimenti ti trascinerò via di peso”. » Susan scosse il marito cercando di destarlo dal sonno, implorandogli di venire in suo aiuto, ma questi, non vedendo affatto gli esseri di cui la moglie asseriva di avvertire la presenza, voltò le spalle e tornò a dormire. Questo caso del XXVII secolo, considerato al tempo frutto di un «patto col diavolo», ci suggerisce al tempo stesso come spesso i casi di “rapimenti” da parte dei fairies si possano analizzare, nell’ottica del XXI secolo, da una parte in correlazione ai fenomeni cd. di «paralisi nel sonno» e dall’altra con le presunte «abduction aliene» [cfr. Il fenomeno della paralisi nel sonno: interpretazioni folkloriche e ipotesi recenti]. Torneremo su questo punto nella conclusione di questo saggio. Andando a ritroso fino al Medioevo, nel folklore britannico ci si imbatte sempre più spesso in racconti di bambini rapiti da creature sovrannaturali (per esempio dalla Fata Melusina, divinità acquatica e delle fonti che ha molto in comune con i fairies), o di donne portate a Fairyland al cospetto della «Regina delle Fate» per fare da balia ai bambini del sottosuolo o per assistere alla loro nascita. Tuttavia, è interessante notare come il materiale etnologico non sia conforme nell’attribuire a tali «bambini del sottosuolo» il titolo di figli effettivi dei fairies; sembra piuttosto che [p. 395]: « Le balie che si erano recate ripetutamente a Fairyland per far venire alla luce i bambini-fairy confidarono che le madri che dovevano assistere a volte non erano fate, bensì umane che “erano state rapite precedentemente e portate a Fairyland”. » Da ciò deriverebbe che i bambini che le nutrice ‘rapite’ devono assistere nel «Paese delle Fate» non siano figli dei fairies, o quantomeno non del tutto, essendo le loro madri umane. E con ciò veniamo alla questione delle unioni “carnali” tra fairies e umani e all’ipotesi, che abbiamo già introdotto, del «rinnovamento della stirpe», o del sangue. Richard Dadd, “Puck”. «Rinnovare la stirpe» Secondo alcune credenze scozzesi, le entità del tipo dei Sith non possederebbero un’anima (qualunque cosa si intenda con questo termine), ma la potrebbero “ottenere” sposando o unendosi “carnalmente” (per quanto tale termine possa apparire in questa sede inadeguato) con un essere umano: da cui, i rapimenti e gli accoppiamenti forzati ai danni degli ospiti umani, che ugualmente secondo la tradizione folklorica servirebbero a generare una prole ibrida. Credenze di tal genere sono peraltro diffuse in diversi parti della terra, per esempio in Amazzonia o nell’estremo Oriente (Giappone, Indonesia, etc). Sebbene nel commento a cura di Mario M. Rossi (dal titolo Il cappellano delle fate), in appendice al testo di The Secret Commonwealth di Kirk nell’edizione italiana Adelphi, l’autore ipotizzi che i fairies siano in realtà [p. 218] «creature nostalgiche che vogliono l’amore degli uomini, che rapiscono i neonati proprio per raggiungere una vita più corposa, più piena», di norma gli studiosi sono più propensi a spiegare questi presunti “rapimenti” diversamente: i Sotterranei non mirerebbero astrattamente a una «vita più corposa», bensì a un vero e proprio stato organico, se così si può dire, «più corposo». In altri termini, il fine di questi rapimenti e sostituzioni di persone sarebbe il divenire più concreti, irrobustendo la propria stirpe, per così dire, con una dose di “fisicità” umana, grazie all’accoppiamento e all’ibridazione genetica. Non dunque l’ottenimento di una «anima», bensì quello di uno stato fisico «più corposo» sarebbe lo scopo dei fairies. A sostenere questa tesi sono la maggior parte degli specialisti in tradizioni popolari europee e soprattutto britanniche, tra cui il folklorista Peter Rojcewicz, secondo il quale [cit. in Hancock, p. 401]: « […] la forma più significativa della dipendenza dei fairy dai mortali riguarda chiaramente la loro evoluzione genetica. Gli umani sono indispensabili perché sani. » W.B. Yeats ne Il crepuscolo celtico scriveva che le sidhe (fate) avessero «bisogno della robustezza fisica umana», e per questo sovente seducevano e si accoppiavano con i maschi della nostra specie al fine di portare a termine delle gravidanze “ibride”, nel Regno Segreto. Anche Diane Purkiss racconta una leggenda secondo la quale «i fairy… hanno bisogno di sangue. Hanno bisogno di sangue nuovo». Dello stesso parere è Katherine Briggs, secondo la quale le fate ambirebbero a «rinvigorire la propria stirpe in decadenza con sangue fresco e vigore umano», arrivando per questo a rapire uomini, a portarli nel loro regno e a offrire loro cibi e bevande fatate, cui si riconoscerebbe il potere di trattenere magicamente tali ospiti nel Regno Sotterraneo [Bord, Fate, p. 123]. Jean Markale nel suo libro Prodigi e segreti del Medioevo [p. 112] similmente rileva: «Le fate hanno bisogno degli uomini, forse per rigenerare la propria razza minacciata di sterilità […] Sappiamo anche che rapiscono i figli umani allo scopo di farne esseri eccezionali, comunicando loro il proprio sapere e i propri poteri magici». Infine, riportiamo il parere di Hartland, secondo il quale [cit. in Vallée, Passport to Magonia, p. 105]: « The motive assigned to fairies in northern stories is that of preserving and improving their race, on the one hand by carrying off human children to be brought up among the elves and to become united with them, and on the other hand by obtaining the milk and fostering care of human mothers for their own offspring. » Tali credenze trovano la propria eco anche nell’opera del reverendo Kirk, il quale afferma che [p. 19] «questo cibo che essi estraggono da noi, vien portato a casa loro per vie segrete, come certe donne abili portano l’essenza del latte dalle vacche del loro vicino alla loro caldaia per il formaggio per mezzo d’un filo da grande distanza per arte magica». A ciò, il prelato aggiunge che i membri del «popolo segreto», con le proprie «armi», «trafiggono anche mucche ed altri animali, che si dicono usualmente “colpiti dagli elfi”: la sostanza più pura di essi, se muoiono, vien presa da questi Sotterranei per viverne, più precisamente le parti aeree ed eteree, la materia più spiritosa per prolungare la vita…» [p. 29]. Taluni, dando credito alle ipotesi di John Keel e Jacques Vallée (di cui avremo modo di trattare in futuro), connettono queste credenze riguardanti l’estrazione di ‘cibo’ da umani e animali al vampirismo. Un valido saggio a riguardo è stato redatto da Giovanni Pellegrino. Altri le collegano agli insegnamenti ermetici riguardanti quelle entità denominate «Elementari». A tal riguardo, citiamo Mario Krejis, che in Tshecundia, Ibis scrive: « Come tutti gli esseri viventi gli Elementari necessitano di nutrimento, che assorbono dai corpi umani o animali, che aiutano in una sorta di mutualismo facoltativo nella lotta per l’esistenza. […] In un certo senso si potrebbero assimilare gli elementari a dei virus astrali, che si moltiplicano nelle creature viventi trasfondendo il loro genoma e modificandone l’espressione fenotipica in modo confacente alla loro natura. Sono dunque pensieri vivi, recanti impresse qualità determinate; anime embrionali appartenenti ad una linea evolutiva non animale, ma che si avvicina piuttosto a quella vegetale. » In ciò riscontrandosi alla perfezione quel carattere aereo, etereo, volatile e intermedio (o interdimensionale) che il folklore riconosce ai fairies. Illustrazione di Richard Dadd, XIX secolo. Changeling e immagine perdurante E veniamo ora al tema che dà il nome al fenomeno: che cosa è esattamente il changeling, termine che si può tradurre in italiano come «immagine sostituta» o «immagine perdurante»? Traiamo ancora una volta le fila del discorso dall’opera summenzionata del reverendo Kirk [pp. 20-21]: « Sono ancora vive donne che raccontano di esser state portate via quando erano di parto ad allattare fairies bambini mentre al loro posto veniva lasciata una figura perdurante e vorace di loro stesse, come un loro riflesso nello specchio. Quella, come se fosse stato uno spirito insaziabile in un corpo di cui si era rivestito, da principio fingeva di divorare il corpo che [invece] astutamente portava via, e poi lasciava il corpo come se fosse spirata e se ne fosse andata di qui per morte naturale e solita. Quando il bambino è svezzato, la balia o muore, o è riportata a casa sua, ovvero le vien data la scelta di rimanere là. » Appuriamo quindi che, così come contemporaneamente alla sottrazione di un bambino veniva lasciato al suo posto un changeling, vale a dire una «figura perdurante» del rapito, quando era la donna ad essere “prelevata” per fungere da nutrice a Fairyland, nondimeno anch’essa veniva “sostituita” da una eguale «immagine perdurante», che come nel caso del changeling dei neonati appariva inizialmente estremamente vorace per poi abbandonarsi, in una fase successiva, alla progressiva decadenza. E tuttavia «quando il bambino [che noi supponiamo essere, come si è già detto in precedenza, figlio della nutrice umana e di un Sotterraneo, ndr] è svezzato», la donna rapita a questo scopo, avendo compiuto la sua funzione, può decidere di essere riportata «a casa sua», cioè nel nostro mondo, oppure di rimanere nel Regno Sotterraneo. La terza possibilità (la morte) può essere forse legata al “decadimento” della «figura perdurante» lasciata nel nostro mondo in sua vece? Un’ipotesi simile si potrebbe spiegare con le teorie globalmente diffuse (soprattutto in ambito sciamanico, ma anche nelle tradizioni orientali e nella scienza sacra dell’antico Egitto) sul corpo astrale o «doppio astrale», in contrapposizione con il corpo fisico, che fungerebbe da mero “contenitore” del primo. Ne deriverebbe che, nei casi analizzati in questa sede, è il cd. «doppio astrale» delle donne adibite a nutrici e dei bambini rapiti a giungere a Fairyland, mentre il loro «veicolo fisico» rimarrebbe in questo mondo, svuotato del pneuma che gli conferisce vita. Questo «doppio astrale» sarebbe quella che Kirk definisce «la sostanza più pura», «le parti aeree ed eteree», «la materia più spiritosa», di cui i Fairies per così dire si “nutrono”. Questa conclusione, d’altronde, è perfettamente in linea con il vastissimo elenco di esperienze estatiche provenienti dalle più disparate culture, dall’estasi sciamanica a quella delle streghe che raggiungevano «in spirito» il sabba, fino a quelle dei benandanti e dei mistici cristiani [cfr. I benandanti friuliani e gli antichi culti europei della fertilità]. In base a queste ipotesi, si potrebbe pertanto concludere che la donna rapita corresse il rischio di non poter più ritornare nel nostro mondo in quei casi in cui il «veicolo fisico», privato del pneuma per tutto il tempo in cui essa era stata ospite del regno interdimensionale di Fairyland, si fosse “degradato” irrimediabilmente: il ricongiungimento tra «corpo astrale» e corpo fisico non sarebbe stato allora più possibile e la malcapitata sarebbe stata condannata a rimanere per sempre bloccata nella dimensione altra definita nel folklore «Regno Sotterraneo» o Fairyland. I racconti popolari, d’altronde, riportano innumerevoli menzioni riguardo a persone che, rapite dalle fate, non fecero più ritorno — o che, in alternativa, tornarono nel nostro mondo dopo lassi di tempo considerevoli, a volte anche alcuni secoli (Missing Time; cfr. ancora una volta il fenomeno delle abductions). La studiosa di folklore Katherine M. Briggs interpreta queste credenze asserendo che la terra delle fate è un «mondo dei morti»: «coloro che vi entrano sono ormai morti e riportano indietro un corpo illusorio che si sgretola non appena si scontrano con la realtà» [Bord, Fate, p. 173]. A nostro parere, più correttamente, si potrebbe piuttosto ipotizzare che coloro che accedono al «regno delle fate» (e vi rimangono per un considerevole lasso temporale) una volta tornati nel nostro mondo non riescano più a riconnettere il «corpo astrale» al «veicolo fisico» che, ormai abbandonato da troppo tempo, tende a “sgretolarsi” non perché si tratti di un “corpo illusorio”, ma piuttosto perché è venuta meno per troppo tempo la connessione tra il pneuma (che si trovava “in visita” a Fairyland) e il corpo fisico che ne costituiva il “contenitore” nella nostra dimensione terrena. Brian Froud, “Pixies”. Rapimenti dei Fairies e abduction aliene Abbiamo già accennato alle corrispondenze fra rapimenti di neonati e nutrici da parte dei Fairies e abduction aliene. In questo paragrafo conclusivo faremo qualche osservazione supplementare. Nel suo libro sul «piccolo popolo», dopo aver riportato il celeberrimo caso di abduzione di Antonio Villas Boas, la ricercatrice Janet Bord rileva i punti di contatto esistenti fra la mitologia del «rinnovamento della stirpe» e le moderne ipotesi sulle abduction [Fate, p. 122]: « Taluni sostengono che gli alieni mirino a generare una discendenza in parte umana perché la loro razza si starebbe indebolendo e perciò necessiterebbero di un’immissione di nuovi geni. Alcune donne sostengono di essere state rapite e ingravidate dagli alieni, i quali in seguito sarebbero tornati per portarsi via la loro prole. » Anche Graham Hancock mette in risalto le connessioni tra i due fenomeni lontani nel tempo e nello spazio, soprattutto con riguardo alla «impossibilità del bambino-spirito di crescere, a meno che non venga allattato o dalla propria madre o da una balia». Durante queste ‘esperienze’, ai genitori umani della ‘prole ibrida’ verrebbe chiesto di tenere in braccio i propri figli (o la progenie ‘ibrida’ di altri), di allattarli, di giocarci insieme o comunque di avere con essi contatti fisici. Un resoconto di una donna ‘rapita’ [p. 364] racconta che le venne fatta abbracciare una giovane ibrida: «alla fine la ragazzina sembrava rigenerata. Si voltò verso Karen e le comunicò telepaticamente la parola “grazie”». Questa testimonianza, e molte altre dello stesso tenore, sembrano pienamente in linea con l’ipotesi, da noi precedentemente analizzata, che mette in relazione i ‘rapimenti’ di neonati e balie umane da parte del «piccolo popolo» a una loro necessità di «rinvigorire la stirpe» grazie al ‘calore’ e all’energia degli esseri umani ‘rapiti’, e a tal fine condotti nell’«altro mondo». A giudicare dalle testimonianze di rapimenti alieni, scrive Hancock [p. 362]: « […] molti UFO hanno a bordo riconoscibili sale specializzate nelle quali i neonati ibridi (e anche bambini più grandi) vengono presentati ai loro padri e madri umani. In vari riluttanti resoconti, i rapiti spiegano di essersi sentiti dire chiaramente dagli alieni che, volenti o nolenti, avrebbero dovuto occuparsi degli ibridi, e che i bambini “hanno bisogno delle loro madri… devono sapere di avere delle madri”. […] John Mack ha trovato un certo numero dei suoi pazienti con un’idea struggente di avere procreato prole ibrida “là fuori”. Questi soffrivano del terribile senso di perdita di chi viene separato dai figli, ed erano impossibilitati a incontrarli salvo rare occasioni in cui “periodicamente le madri e i padri ‘rapiti’ vengono condotti a vedere i figli ibridi e incoraggiati a tenerli in braccio e ad amarli. » Queste sale di “incubazione” in cui i bambini ibridi verrebbero cresciuti potrebbero essere messe in relazione anche con un tema dello sciamanesimo siberiano. Secondo la tradizione nord e centro-asiastica, infatti [Leggende sugli sciamani siberiani, p. 101]: « […] le anime degli sciamani inferiori vengono allevate dai demoni inferiori in speciali culle dove sono nutrite con un poppatoio; mentre le anime degli sciamani superiori vengono allevate in appositi nidi. » Potrebbe trattarsi dello stesso tipo di fenomeno indagato da prospettive e substrati culturali differenti, lontani nel tempo e nello spazio? Potremmo allora definire il “filone sciamanico” come una terza ‘tradizione’ che si aggiunge a quelle analizzate in questa sede, vale a dire il fenomeno dei rapimenti dei fairies e quello delle abduction aliene? Cercheremo di analizzare più in profondità le corrispondenze fra i tre “filoni” in futuro, nel prossimo saggio di questo ciclo. « What we have here is a complete theory of contact between our race and another race, nonhuman, different in physical nature, but biologically compatible with us. Angels, demons, fairies, creatures from heaven, hell, or Magonia: they inspire our strangest dreams, shape our destinies, steal our desires… But who are they? » – Jacques Vallée, Passport to Magonia (p. 129) Bibliografia: Janet Bord, Fate. Cronaca degli incontri reali con il piccolo popolo (Mondadori, Milano, 1999). Graham Hancock, Sciamani. I maestri dell’umanità (TEA, Milano, 2013). Walter Kafton-Minkel, Mondi sotterranei. Il mito della Terra cava (Mediterranee, Roma, 2012). Laura Knight-Jadczyk, Alien abduction, demonic possession, and the legend of the vampire, Cassioapea.org. Mario Krejis, Tshecundia, Ibis. La magia dell’anima. Introduzione all’ermetismo. (Edizioni del Cigno, Peschiera del Garda, Verona, 1999). Robert Kirk, Il Regno Segreto (Adelphi, Milano, 1993). Jean Markale, Prodigi e segreti del Medioevo (Arktos, Roma, 2013). Mario M. Rossi, Il cappellano delle fate. Appendice a Robert Kirk, Il Regno Segreto (Adelphi, Milano, 1993). Giovanni Pellegrino, Il vampirismo alla luce delle teorie di Jacques Vallée, CentroStudiLaRuna. Luciana Vagge Saccorotti (a cura di), Leggende sugli sciamani siberiani (Arcana, Padova, 1999). Jacques Vallée, Passport to Magonia. William Butler Yeats, Il crepuscolo celtico (SE, Milano, 2001). - Artículo*: Marco Maculotti - Más info en psico@mijasnatural.com / 607725547 MENADEL Psicología Clínica y Transpersonal Tradicional (Pneumatología) en Mijas y Fuengirola, MIJAS NATURAL *No suscribimos necesariamente las opiniones o artículos aquí enlazados
 

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