Psicología

Centro MENADEL PSICOLOGÍA Clínica y Tradicional

Psicoterapia Clínica cognitivo-conductual (una revisión vital, herramientas para el cambio y ayuda en la toma de consciencia de los mecanismos de nuestro ego) y Tradicional (una aproximación a la Espiritualidad desde una concepción de la psicología que contempla al ser humano en su visión ternaria Tradicional: cuerpo, alma y Espíritu).

“La psicología tradicional y sagrada da por establecido que la vida es un medio hacia un fin más allá de sí misma, no que haya de ser vivida a toda costa. La psicología tradicional no se basa en la observación; es una ciencia de la experiencia subjetiva. Su verdad no es del tipo susceptible de demostración estadística; es una verdad que solo puede ser verificada por el contemplativo experto. En otras palabras, su verdad solo puede ser verificada por aquellos que adoptan el procedimiento prescrito por sus proponedores, y que se llama una ‘Vía’.” (Ananda K Coomaraswamy)

La Psicoterapia es un proceso de superación que, a través de la observación, análisis, control y transformación del pensamiento y modificación de hábitos de conducta te ayudará a vencer:

Depresión / Melancolía
Neurosis - Estrés
Ansiedad / Angustia
Miedos / Fobias
Adicciones / Dependencias (Drogas, Juego, Sexo...)
Obsesiones Problemas Familiares y de Pareja e Hijos
Trastornos de Personalidad...

La Psicología no trata únicamente patologías. ¿Qué sentido tiene mi vida?: el Autoconocimiento, el desarrollo interior es una necesidad de interés creciente en una sociedad de prisas, consumo compulsivo, incertidumbre, soledad y vacío. Conocerte a Ti mismo como clave para encontrar la verdadera felicidad.

Estudio de las estructuras subyacentes de Personalidad
Técnicas de Relajación
Visualización Creativa
Concentración
Cambio de Hábitos
Desbloqueo Emocional
Exploración de la Consciencia

Desde la Psicología Cognitivo-Conductual hasta la Psicología Tradicional, adaptándonos a la naturaleza, necesidades y condiciones de nuestros pacientes desde 1992.

martes, 10 de marzo de 2026

Il malato del secolo


arte della menzogna

Siamo tutti più o meno consapevoli di un malessere generale che ci assilla, e speriamo in una svolta concreta che possa ridarci pace tranquillità e sicurezza; ma, purtroppo, questo comune sentire si divide di fronte a cause e rimedi, regnando a tale riguardo un’enorme confusione e il più totale disaccordo.

Pochissimi, infatti, prendono coscienza del fatto che la prima cura va ricercata nell’uomo, il malato del secolo.

Manca ai più il coraggio di addentrarsi nei meandri della propria coscienza, per trovare il sovrano interiore che vi giace prigioniero, imbavagliato e dimenticato; senza la forza necessaria per potersi liberare, né la voce per farsi sentire, poiché oramai da tempo sono scomparsi quei valori che, vigili sentinelle, sbarravano l’accesso all’usurpazione delle tendenze più servili.

Talvolta alcuni, forse per un innato impulso, manifestano in determinate circostanze una forza non comune che li distingue dalla mediocrità della gente, ricordando atteggiamenti che solo un cinquantennio fa si sarebbero considerati normali, equilibrati e saggi.

Se, in mezzo secolo, si è verificato nell’uomo un decadimento così rapido e radicale delle sue facoltà intellettuali, insieme ad un accentuato squilibrio generale, lo si deve attribuire, in buona parte, al nefasto orientamento che le istituzioni hanno imposto alla società: prima allontanata dallo spirito, poi indotta a credere nell’illusione che tutti possono – anzi, debbono! – avere “tutto”; il cui strumento indispensabile è il denaro, che assurge al ruolo di “sovrano” del genere umano, consentendo l’ottenimento di parziali privilegi o briciole di potere, in nome dei quali ogni valore superiore o precetto morale viene apertamente trasgredito.

L’inseguimento patologico del profitto ha prodotto inevitabili ripercussioni sul piano sottile, favorendo il dilagare dei “sette peccati capitali”, tra i quali ha assunto un ruolo rilevante l’invidia, nata da una malcelata superbia che induce a credersi al di sopra degli altri; e, a sua volta, generatrice dell’ira, fonte di irriducibili rancori e violenze efferate.

Ci lamentiamo di non aver mai abbastanza tempo, ma seguitiamo a rincorrerlo inutilmente in una folle corsa, senza fermarci a riflettere sul fatto che il nostro vagabondaggio mentale impedisce di esercitare l’attenzione e il discernimento tra i buoni propositi stabiliti e le reali azioni compiute, delle quali rifiutiamo, anche inconsciamente, di assumerci ogni responsabilità.

In un animo preso dall’agitazione, le preoccupazioni indotte da impulsi superflui – che nascano dalla propria interiorità o siano veicolati dall’esterno, cambia poco – finiscono con lo svuotare l’individuo delle già scarse energie vitali, per riempirlo con ogni sorta di turbamenti e devastarlo interiormente.

Se, nondimeno, in rari momenti riusciamo a prendere consapevolezza di essere risucchiati o coinvolti in tali stati d’animo, riconoscendoli per quello che sono, inizia subito la battaglia interiore per riappropriarsi della propria facoltà sovrana, l’unica in grado di restituirci dignità e di tenere al loro posto le pulsioni inferiori, invocate in nome di una presunta e falsa libertà.

In realtà, la liberazione non sarebbe poi così difficile, potendo anche la pur minima intenzione rettificatrice giocare un ruolo decisivo nelle scelte finali, iniziando a mettere ordine nella sfera interiore in preda al caos. Sorvegliare il proprio comportamento, per individuare tutte le occasioni in cui si agisce secondo fini egoistici, sostituendole gradualmente con piccoli atti liberi e disinteressati, può essere un primo passo.

Ma una così difficile correzione, che costituisce solo l’inizio di una svolta esistenziale, per quanto strettamente soggettiva, non può attuarsi nell’isolamento del proprio ego, del tutto incapace di giudicarsi e correggersi con obiettività; motivo per cui diventa importante il confronto e il sostegno di una Comunità, che abbia già intrapreso questo difficile percorso e cominciato ad orientare l’essere dei propri aderenti verso un Principio superiore.

Per l’epoca alla quale apparteniamo, riuscire a sottrarsi alla marea distruttrice che sta travolgendo l’umanità è compito arduo, ma, ciononostante, nella misura in cui si riuscirà a neutralizzare le correnti negative provenienti dall’esterno, perseguendo col giusto intento l’unità di pensiero e azione, in conformità con la Volontà del Cielo, si serberà la forza – come ebbe a dire J. Evola – di “mantenersi in piedi tra le rovine”, anche nell’ora più buia. Attendendo con salda Fede il sorgere del “Sol Invictus” della Nuova Era.

 

BarCa

 

 

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Beware the Ides of March…But Ask This First


Dear Classical Wisdom Readers,

Beware the Ides of March! This upcoming Sunday is always a big day in the world of ancient history lovers, because traditionally it marks the anniversary of the assassination of Julius Caesar in 44 BC.

Gaius Julius Caesar was a Roman general, Consul, statesman, and notable author of Latin prose. He was both a conquering hero… and a dictator.

He played an essential role in the history of Ancient Rome, acting out pivotal parts in events that led to the demise of the Republic and the rise of the Empire. He invaded Britain, he changed the calendar, he wrote extensive histories, just to name a few of his accolades.

He also managed to upset enough people off to get himself seriously stabbed in the back.

It’s this latter point that folks seem to forget. Not the fact that he was assassinated (pretty sure no one forgets that), but that he was so unpopular as to warrant assassination in the first place…

The Death of Julius Caesar by Vincenzo Camuccini, c. 1805

In fact, over the years there have been plenty of comparisons between Caesar and potential contemporary parallels that seem to bring out everyone’s ire, no matter where they stand on the political spectrum. I’m sure you are thinking of at least one contender... 

But this week, as we remember Caesar, I would like to discuss not whether he is worthy of our praise or our fury, but rather whether his very existence was bound to happen.

And by natural extension, whether more like him are destined to arise...

After all, it was none other than Plato himself who suggested that political systems deteriorate in a predictable cycle.

Excessive freedom, he argued, eventually destabilizes democratic societies. Citizens begin rejecting authority and expertise. Political leaders compete by flattering the masses. Economic inequality breeds resentment between rich and poor.

At this point, the table is set, the game is stacked, and a charismatic “protector of the people” emerges.

This leader promises to defend the people, but gradually consolidates power and, after eliminating rivals and relying on loyal supporters and mercenaries, he or she becomes a tyrant.

Did Caesar cross that line? It’s difficult to say…

But I am fairly confident that his assassins were aware of Plato’s warnings… even if those ideas did not directly inspire their actions.

So this Ides of March, I ask:

Was Caesar, and those like him, inevitable?
Are they destined to appear again and again?

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And to get you started, today’s column will give you a brief introduction to the man himself and asks: Just how far did the ruler push his own perceived mortality?

Read on to discover not only Julius Caesar, but his exact spot in an incredibly pivotal moment in history…

All the best, 

Anya Leonard

Founder and Director
Classical Wisdom


ALL HAIL CAESAR

By Jocelyn Hitchcock

Julius Caesar is no stranger in history books. He has been encapsulated in plays, songs, parodies, and even Hollywood movies that paint him as a revered war general, a fearsome ruler, and one of the staunchest Romans you are sure to meet in antiquity.

He represents a catapultic change in the Roman government, serving as an emblematic figure of the Fall of the Republic (though he would personally never admit to that, of course). His successor, Octavian Augustus, was Rome’s first emperor, and ushering in centuries of single hand rule.

However, Augustus’ position would not have been possible had it not been for Caesar’s careful and meticulous testing of Roman ideals and values in the 50’s and 40’s BCE. During his life, and certainly after, speculation swirled around the General about whether or not he was touting himself as a God and/or a king. Even though the ruling style of Rome turned imperial and monarchical, during Caesar’s time the title of “King” was highly offensive and considered dangerous to the Romans. They had a sharp objection to monarchy, as they still believed their precious Republic was not dead yet.

But let’s look at how the Republic started in the first place. After the fabled seven kings of Rome, the people set up a Republic to represent the people’s needs and wishes for their land. The kings were thought of as abusive, power hungry, and corrupt. The king held absolute power and was the chief magistrate in religion, law, and military matters.

The last king, Tarquinius Superbus, was overthrown after the rape of Lucretia and her subsequent suicide. Lucretia was the wife of Lucius Tarquinus Collatinus, and the daughter of Spurius Lucretius, a Roman noble. The rape and death of Lucretia was a tipping point for the Roman monarchy, seeing as Lucretia’s rapist was the king’s son.

The uprising of Romans was a direct response to the power, greed, and corrupt nature of the existing noble family- and the forceful theft of a noble woman’s virtue was the last straw. Romans saw to it that the royal family and government were stripped and destroyed, and in its place a representative government with separation of powers would rise. The title Rex or king, was preserved only as far as religion was concerned: the rex sacrorum. The Romans harbored a hatred for the title king in any other sense.

When Caesar came into the political sphere centuries later, he was smart and cunning, and his timing was perfect. While we wish we had personal journal entries outlining Caesar’s ambitions and hopes for his political career, we are unfortunately amiss. What we do have, however, is documentation in literature and archaeology that allows us to piece together Caesar’s agenda and programmatic scheme.

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Like people in antiquity, we still find ourselves questioning, “Was Caesar considered a god by Romans while he was still alive?” “Did he want to be called a king- outright?” “Was his assassination justified in the face of the Republic?”

It is no convoluted analysis of the facts that Caesar was an excellent politician. Now, whether or not he started his career with the intent to be crowned king and deified is a whole different story.

As his power and his reputation grew during the beginning of his military career in Gaul, so did his ambition. Caesar was well aware that demanding or expecting to be made a king or living god would have been outrageous and met with indignation.

So, as any motivated politician would do, he began to create personal stepping stones and setting up certain “tests” along the way to gauge his power in Rome, presumably to lay the groundwork for posthumous deification at the least.

The first thing Caesar did was establish his military competence. After stints in Asia, Bithynia, and a victory of Mithridates VI, Caesar was elected military tribune in 72 BC. He went on to be quaestor and aedile, in which he won over the favor of both the people and his soldiers through public shows and spectator events. In 63 BC, Caesar was appointed pontifex maximus, which was secured through flagrant bribery according to Suetonius.

In 61 BC Caesar was sent to Further Spain as proprietor and returned in 60 BC, joining Pompey and Crassus in a loose coalition that would help Caesar secure the Consulship of 59 BC. This particular election was a turning point for Caesar’s career. He wanted to stand for consul in absentia and had to rely on the alliance of Pompey and Crassus to secure his interests while he was away in Gaul.

Over the next decade, this alliance was both a source of support as well as contention, ultimately leading to the civil war in 49 BC that lasted until 45 BC when Caesar returned to Rome and celebrated four triumphs (the Gallic, the Alexandrian, the Pontic, the African). The political climate in Rome at the time of Caesar’s success was defined by confusion and residual political distrust between the optimates and Caesar.

During the tumultuous years surrounding the civil war and unrest, the Roman people and the Senate grasped for any sort of normalcy and stability. To do this, what can only be referred to as dire measures were taken in order to “restore” the Republic. Caesar, as a leading politician, charismatic figure, and motivated beyond measure, received honors, both mortal and divine, that were an attempt to stabilize Rome.

To them, Caesar was a constant and a strong defending hand. These honors are what makes us question whether or not Caesar was a god, a king, and if he himself was the one to promote these.

The mortal honors, bestowed upon him by the Senate, really show just how above the rest Caesar was considered. All of these had “legitimate” political motivation behind them, but when viewed in a group, it really does seem quite suspicious. Caesar was awarded a continual consulship in the months preceding his assassination (possibly in February 44 BC), censorship for life, and the role of dictator for life. All of these were granted right before his assassination in March of 44 BC, and all of this went against the very heart and ideals of Rome.

One man held the power of the military, the people, and all of Rome. Sounds like a king so far, doesn’t it?

What’s more, Caesar was honored with a number of divine honors. These honors, that were far beyond what would be bestowed on a politician, granted a flamen, vowed to build a temple to Clementia, and declared public sacrifices be made on his birthday for his safekeeping.

We do know that Caesar wasn’t officially deified by the Senate until after his death- however, combine these divine honors with his mortal honors and we have to question:

WHAT was Caesar?

Clearly, seeing as Caesar was killed weeks after receiving his highest honors, his position was not one of “republican” values and enough people were threatened and bothered by his position to call an end to his rule. Caesar’s position was unprecedented in Rome and that cannot be overstated.

He did not call himself a king or a god…. But when looking at his honors and his rule, didn’t he? He tested the people over and over, putting out feelers for what he could get away with and then judged the crowd’s reaction. He was smart to never go over a line without sketching it out first and softly nudging the people towards it.

After his death and by the time Augustus succeeded him, the stage was set and the people were ready: Rome was no longer a Republic. And shockingly, they were okay with that.

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What Happens After Ramadan Ends | The Sufi 40-Day Retreat and Ibn Arabi's Complete Map


Ibn Arabi left a map.
In the Risalat al-Anwar — Journey to the Lord of Power — he describes what happens to the practitioner who enters khalwa: the Sufi forty-day retreat.

Watch Journey Of The Lord of Power here: https://youtu.be/APfn3hoof7w Enjoy !

Not in vague spiritual language. Stage by stage. Ten thresholds. From the mineral world to the First Intellect. A complete interior cartography of creation traversed in reverse.

This essay traces that map — what khalwa is, where it comes from, what Ibn Arabi says will appear and in what order, and what the tradition offers to someone who cannot enter a classical forty-day retreat but recognizes the mechanism from their own Ramadan.

The question the essay is really answering: what do you do with what Ramadan showed you before ordinary life closes back over it.

Detailed bibliography and further reading at the end of the video !

Read the full essay on Substack:
https://spiritualrelief.substack.com

Timestamps:
2:37 What Is Khalwa
6:28 The Sufi 40-Day Retreat (Ibn Arabi's Ten Thresholds)
16:01 Solitude In The Crowd
18:16 What You Can Do

Support the channel & access the music library:
https://www.youtube.com/channel/UCb2GDYQwKx6lYfvJCZCHx0w/join

SpiritualRelief explores Sufi mysticism and Islamic esotericism through video essays,
translations, and ambient music.

No belief required. No conversion implied.

#sufism #sufi #sufimusic #spiritualrelief #ibnarabi #rabia #ramadan #ramadhan

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Can you #guessthesong by its ending?


You may know the beginning of this #classicalmasterpiece, but can you recognise it from its ending? Is it by Beethoven, Mozart, Bach, Schumann, Brahms, Wagner, or another great composer? And what is it called? The answer will be revealed on friday on this channel. Good luck!

Please subscribe to DW Classical Music: https://www.youtube.com/dwclassicalmusic

#guessthesong #songquiz #songcontest #shortsvideo #shortsyoutube #shortsyoutubevideo #shorts #shortvideo #shortvideos #shortfeed #classicalmusic #shortsyoutube #onenote #quiz #quiztime #AndrisNelsons #LeipzigGewandhausOrchestra

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Fiódor Dostoyevski: modernidad y nihilismo


Dostoyevski, marcado por su experiencia límite ante la muerte, exploró la libertad trágica, el mal y la redención. Su obra, de raíz cristiana y antimoderna, indaga en el alma humana y denuncia la ruptura espiritual de la modernidad, proponiendo una vía hacia la luz.

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lunes, 9 de marzo de 2026

La americanización del mundo. Por Guillermo Mas Arellano


 La americanización del mundo

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Por Guillermo Mas Arellano


Para Gilles Deleuze, «La soberanía no reina más que aquello que es capaz de interiorizar». Por eso la estética, en tanto que método de interiorización de una religión secular o, si se prefiere, de una cultura, por parte de una comunidad, resulta fundamental. Lo que el Poder soberano logró con la crisis económica de 2008 fue llevar a cabo una experimentación financiera exitosa, igual que con los confinamientos de 2020 tuvo lugar una experimentación sanitaria que, en ambos casos, marcan un antes y un después en lo que Marshall McLuhan llamó «Aldea Global».

Desde que el ser humano es ser humano su existencia está regida por la lucha, esto es, eso que los griegos denominaban agón. Comer para matar, fundar la comunidad sobre un crimen sangriento, demuestra que el hombre no sólo compite con la Naturaleza por sobrevivir, sino también contra su hermano: ser humano contra ser humano. El tópico reza que nuestro bienestar material, fruto del progreso tecnocientífico, nos exime de esa cadena trófica de putrefacción y alimento debido al estrechamiento de las cargas y al ensanchamiento del horizonte, por lo menos en el ámbito material.

Pero, ¿de verdad podemos hablar de confort en un mundo de trabajos precarios e interminables listas de espera para la seguridad social? ¿En serio se puede afirmar sin a cambio ruborizarse que la cima de la civilización está contenida en la comida procesada y los retrasos en el transporte público? Aquello que nos sobra en el duro bregar diario por un subsistir digno de tal nombre, ese exceso energético que recibimos gratuitamente del cosmos, por el contrario se consagra, en la sociedad moderna, a la consecución de otro empeño no menos dificultoso: la felicidad. Esa entelequia inseparable, al menos según la concepción que tenemos de ella hoy en día (tan lejana a la aristotélica «eudemonía»), de la sociedad de consumo. Porque a pesar de todos esos bienes en los que nos regodeamos al final somos profundamente infelices.

El marco específico de la soberanía, que impone un «adentro» desde un «afuera», controla un espacio concreto fundando su operatividad en una topología distinta, de forma que es lo sagrado, a través de un mito sacrificial como la tragedia ática o la cristiana leyenda de Jesús de Nazaret, aquello que funda el perímetro dentro del que la comunidad es pastoreada. Ese umbral de paso es, para Giorgio Agamben, la excepción: «La excepción es una especie de la exclusión. Es un caso individual que es excluido de la norma general». El soberano aplica la norma a otros absteniéndose de participar en ella, ya que su propia norma es la de la Logia, esotérica, y no la del Estado, exotérica, como una vez más explica Agamben: «La excepción es la forma originaria del derecho».

El umbral entre el «adentro» y el «afuera» es lo que revela la verdadera faz del Poder soberano. La norma que rige dentro de la democracia y el Estado es la ley, que a su vez es determinada por un poder ajeno a la misma, proveniente de un agente externo, invulnerable, que es el Poder soberano. La excepcionalidad, por lo tanto, supone el límite entre el derecho y el hecho. Ese espacio, antes residual en la polis, ahora constituye el núcleo de la vida social, marcando una jerarquía absoluta en la que el Poder soberano, a salvo en el marco de su norma interna, la Logia, obliga a acatar la norma externa, el Estado, de arriba hacia abajo.

Tras los recortes de 2008 se produjo una empatía del pobre hacia el rico que, de forma casi natural, acabó llevando en la década siguiente al millonario Donald Trump, a su vez hijo y nieto de empresarios, a la Casa Blanca. Es el resultado de la etapa post-Bush que, lejos de castigar al ámbito político conservador, certificó todo un «giro a la derecha» más radical, y no moderada, como en un principio hubiese sido de esperar. Lejos de retroceder, el conservadurismo se rearmó en el contexto de una crisis financiera que terminó de fagocitar a la clase media en una escala global. Tras los recortes impuestos por esos «hombres de negro» que encarnaban al Poder soberano, y que tan solo una década después devinieron en «expertos» de bata blanca, el libre-mercado salió reforzado: «es la libertad», dicen sus defensores.

Volviendo al citado McLuhan, podemos decir que con las redes sociales el medio ha devorado por completo cualquier atisbo de mensaje. Desde el Gobierno de Ronald Reagan en adelante, pasando por George Bush padre e hijo, así como Donald Trump, detrás del Presidente existe un mismo poder profundo, soberano, que impone decisiones técnicas sin contar con el pueblo y que distrae a la plebe por medio de la pamema insulsa de las «guerras culturales» que no son, por cierto, más que otra forma de resucitar el agón clásico de la polis griega.

Con todo para ser un Imperio, los Estados Unidos de América han preferido ser una multinacional. Su respuesta ante las sucesivas crisis ha sido puramente idealista, por cuanto han sacrificado una realidad material cada vez más depauperada por un Gran Sentido que justifica su muerte ritual. Si en los años 30, tras el «crack de 1929», surgió la idea de que el Capital ha fracasado como modelo social, tras la crisis de 2008 el Capital, en cambio, salió reforzado, potenciando la noción del «self-made-man». Así es que, frente a la inacción de la izquierda, que no hizo grandes críticas y acabó cayendo en el populismo de las «guerras culturales», los defensores del libre-mercado denunciaron el intervencionismo con un creciente éxito de público neoliberal.

En un conocido fragmento que Agamben disecciona con maestría, Píndaro «describe la soberanía del nómos por medio de la justificación de la violencia». Una vez más es la violenta lógica del sacrificio aquello que refulge en el centro del Poder soberano, en tanto que se revela origen del conjunto social, su manifestación primera; y es que, a pesar de su aparente oposición, la violencia es el fundamento mismo de la justicia, en tanto que el caos violento exige de un ordenamiento sagrado, sacrificial y justo que rige su fuerza imponiendo un uso y una prohibición, un mecanismo de aprovechamiento y excedente.

Con la secularización y su nuevo orden social des-ritualizado, la excepción opera indistintamente con la violencia y el derecho, con sacrificio y justicia, amparándose justamente en un lugar liminar que le permite desplazarse entre ambos. La violencia funda y conserva un Poder soberano que domina toda una sociedad, de la que se encuentra a un tiempo dentro y fuera. Un rasgo clave en el funcionamiento del Poder soberano es la retórica apocalíptica que somete al pueblo a una amenaza constante, inconcreta, de signo eminentemente religioso, cuyos terribles efectos sólo pueden ser combatidos por una casta sacerdotal de «expertos».

El catastrofismo moviliza las más bajas pasiones del vulgo, se vuelve espectáculo sin la necesidad de abandonar el espacio de la retórica, coloniza las mentes de sus consumidores empleando una proclama ciertamente apocalíptica: es el fin de la nación tal y la conocíamos. Un discurso cuyo modelo original reza: el Fin de los Tiempos; y que, modernamente, los estadounidenses ensayaron con el Terror rojo o incluso con la amenaza de una invasión extraterrestre cuyo ámbito de influencia pronto se extiende a todas las áreas: actualidad geopolítica, debates parlamentarios, batallas ideológicas… Y demás filfas de la abstracción anunciadas con neones.

Orson Welles está hoy más presente que nunca entre blogueros y youtubers, en tanto que santo patrón de las tertulias televisivas y de los locutores consternados. Lo salvadores, según el relato surgido de la crisis de 2008, son oligarcas y tecnócratas, emprendedores y empresarios. Sólo los amigos del comercio pueden salvarnos de la catástrofe, porque vender la alternativa a un gran desastre puede ser un gran negocio. El objetivo es claro: canalizar el egregor de la indignación y proponer una solución sencilla: recuperar el esencialismo perdido, que muchas veces se ancla en un marco originario perdido, como por ejemplo la retórica de los Padres Fundadores.

La Logia, encubierta como Estado, ha sobrevivido a la Historia y sus formas políticas, como liberalismo, comunismo o monarquía. Así, entramos en el marco del Poder soberano antes de llegar a comprender sus dinámicas; de hecho, en la mayoría de casos las dinámicas del Poder soberano nunca llegan a ser comprendidas por aquellos que las sufren; y nuestra relación con el lenguaje, que es la primera herramienta de comprensión de lo real, forma parte de este esquema heredado. La capacidad de no significar, de no ser nombrado y aún así operar, es exclusiva del Poder soberano, mientras que la moneda frecuente del ganado es hablar sin decir nada, usar categorías al tiempo que se es categorizado, sin llegar a cambiar nada a partir de lo dicho, que es mera especulación.

Esta es la paradoja kafkiana explorada por Agamben y, antes que por él, por Walter Benjamin: cuando la ley pierde su legitimidad, en la excepción, su vigencia se impone más violentamente en la vida de sus ciudadanos, inaugurando una conformidad altamente efectiva entre acatamiento y transgresión de la ley, que es la propia excepcionalidad. Esta condición del Estado moderno, habitualmente tildada de «absurda», y presente en obras literarias como El Proceso (1925), es uno de los rasgos significativos de esa «nuda vida» que se ha popularizado en tiempos de americanización.


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COLABORADORES DE RENÉ GUÉNON EN LA REVISTA ÉTUDES TRADITIONNELES


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