Psicología

Centro MENADEL PSICOLOGÍA Clínica y Tradicional

Psicoterapia Clínica cognitivo-conductual (una revisión vital, herramientas para el cambio y ayuda en la toma de consciencia de los mecanismos de nuestro ego) y Tradicional (una aproximación a la Espiritualidad desde una concepción de la psicología que contempla al ser humano en su visión ternaria Tradicional: cuerpo, alma y Espíritu).

“La psicología tradicional y sagrada da por establecido que la vida es un medio hacia un fin más allá de sí misma, no que haya de ser vivida a toda costa. La psicología tradicional no se basa en la observación; es una ciencia de la experiencia subjetiva. Su verdad no es del tipo susceptible de demostración estadística; es una verdad que solo puede ser verificada por el contemplativo experto. En otras palabras, su verdad solo puede ser verificada por aquellos que adoptan el procedimiento prescrito por sus proponedores, y que se llama una ‘Vía’.” (Ananda K Coomaraswamy)

La Psicoterapia es un proceso de superación que, a través de la observación, análisis, control y transformación del pensamiento y modificación de hábitos de conducta te ayudará a vencer:

Depresión / Melancolía
Neurosis - Estrés
Ansiedad / Angustia
Miedos / Fobias
Adicciones / Dependencias (Drogas, Juego, Sexo...)
Obsesiones Problemas Familiares y de Pareja e Hijos
Trastornos de Personalidad...

La Psicología no trata únicamente patologías. ¿Qué sentido tiene mi vida?: el Autoconocimiento, el desarrollo interior es una necesidad de interés creciente en una sociedad de prisas, consumo compulsivo, incertidumbre, soledad y vacío. Conocerte a Ti mismo como clave para encontrar la verdadera felicidad.

Estudio de las estructuras subyacentes de Personalidad
Técnicas de Relajación
Visualización Creativa
Concentración
Cambio de Hábitos
Desbloqueo Emocional
Exploración de la Consciencia

Desde la Psicología Cognitivo-Conductual hasta la Psicología Tradicional, adaptándonos a la naturaleza, necesidades y condiciones de nuestros pacientes desde 1992.

domingo, 1 de abril de 2018

Dalai Lama-Hermanos Espirituales

"Estoy totalmente comprometido, en la promoción de la armonía religiosa. yo siempre mantengo el espíritu de Asís, para desarrollar un sentido genuino de hermandad espiritual En el campo filosófico hay diferencias pero más allá de las diferencias filosóficas y maneras de enfocar, la manera de pensar es con el mismo propósito, el mismo corazón, eso es que el individuo, el creyente se vuelva una persona llena de compasión una persona sensible" "El dinero no puede producir compasión y sin compasión, la persona no puede ser una persona feliz" - Artículo*: samsaraexit - Más info en psico@mijasnatural.com / 607725547 MENADEL Psicología Clínica y Transpersonal Tradicional (Pneumatología) en Mijas y Fuengirola, MIJAS NATURAL *No suscribimos necesariamente las opiniones o artículos aquí enlazados
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Dal mito della decapitazione di Ganesha a quello di Dioniso Zagreo squartato dai Titani, fino a qualche breve accenno sul Salvatore cristiano: morfologia del percorso iniziatico del “Figlio della Madre”, dallo “smembramento rituale” alla (re)integrazione nella non-dualità di Beatrice Udai Nath originariamente pubblicato su Turiyaimmagine: Dioniso Zagreo, affresco, Pompei La storia della nascita di Ganesha è riportata dallo Shiva Purana. La Dea Parvati si stava accingendo a fare un bagno al fiume, e aveva modellato la figura di un ragazzo dalla sporcizia prelevata dal proprio corpo: quando l’immagine prese vita, chiese al giovane di fare la guardia mentre lei faceva il bagno. Nel frattempo Shiva ritornava da Parvati, e trovava con lei un giovane sconosciuto, che gli impediva di passare. Infuriato, Shiva mozzò la testa del ragazzo, e Parvati ne fu profondamente addolorata. Per rimediare, Shiva mandò allora i suoi demoni (Gana) a prendere la testa di chiunque fosse sorpreso a dormire con il capo rivolto a nord. I Gana trovarono un elefante addormentato e riportarono dunque la sua testa. Shiva pose il capo mastodontico dell’elefante sul corpo del ragazzo e lo fece così rivivere. Shiva nominò il ragazzo Ganapati, comandante dell’esercito dei demoni, e gli concesse la prerogativa che chiunque avrebbe dovuto adorarlo prima di iniziare qualsiasi impresa. Tra le figure che abitano il mondo archetipo, il novizio, l’iniziato, il principiante, addentrandosi nel percorso spirituale, indossa una maschera e si avventura nel labirinto o nel percorso della conoscenza. Il cappuccio, la tonsura, una esclusione del volto umano precedono il momento dell’incontro con la presenza divina, al suo inizio. Il candidato si spoglia della propria identità di nascita e si offre ignoto all’ignoto, straniero in territorio sconosciuto, alla ricerca del Supremo. Così si incomincia la grande impresa della conoscenza sacra. Maschera di Dioniso circondata dai suoi attributi, mosaico, Villa Adriana, Tivoli. Una maschera rappresentava Dioniso durante i Misteri. Veniva appesa a un palo, decorato con un mantello e rami di edera. Indicava perciò la presenza e l’assenza, il limite: che oltre la rappresentazione fittizia della maschera vi è solo il senza-forma, l’asse stesso del cosmo, immobile e silenzioso. La maschera manifestava l’ambiguità di Dioniso, la sua onnipotente presenza e la sua radicale assenza, rivelando la specificità di Dioniso, il “dio dell’alterità”. La maschera è un volto e nasconde il vero volto, è figura di persona e rinuncia alla persona, nasconde e manifesta. Paradosso che, per i seguaci del culto dionisiaco, era proprio lo sguardo della maschera, lo sguardo di Dioniso, capace di indurre la trance, o l’entusiasmo, la possessione divina. Guardare i grandi occhi cavi e spalancati della maschera del dio era la chiave per perdersi nel suo enigma. Scrive Walter Otto: « Dioniso è il dio che sopraggiunge, enigmatico nello sguardo che sconvolge. Suo simbolo è la maschera, che presso tutti i popoli sta a significare l’immediata presenza di uno spirito misterioso. Egli stesso è venerato come maschera. Il suo sguardo toglie il respiro, confonde, annienta equilibrio e misura. L’uomo è colpito da follia: può essere la follia beatificante, che rapisce in ineffabili stati di trance, che libera dal peso della terra, che danza e che canta; e può essere la follia oscura, dilacerante, apportatrice di morte. » Nella teofania della maschera Dioniso manifestava l’essenza insita nel concetto stesso di divinità, quella di essere Altro dall’uomo. Egli, per antonomasia, egli era il “dio-altro”, il “dio straniero” venuto da un altrove immaginario, non geografico. Era presente, al tempo stesso, sia fuori sia dentro le città. Con l’alterità del suo sguardo l’adepto stabiliva una relazione asimmetrica, mutando il proprio stato di coscienza: usciva da se stesso (èkstasis), annullando temporaneamente la propria individualità (aphànisis: “sparizione”, “invisibilità”), e, mediante l’estesìa, introiettava il dio in uno stato entusiastico di possessione. Un altro giovane dio e Figlio, nato dalla Vergine, dal Medio Oriente giungerà a conquistare tutto l’Occidente. La sua vicenda assumerà il titolo di Persona e Volto forse più di ogni altro, e si ritroverà appeso al Legno, asse del mondo, durante la sua rappresentazione sacra della morte e della rinascita. Per l’Occidente, questo figlio della Vergine, diventerà l’unico Dio. Salvador Dali, “Christ of St. John of the Cross”, 1951. Anche Ganesha nasce dalla sola Madre, è figlio della Natura soltanto, e con la Madre trascorre una prima infanzia sulla riva di un fiume. È un bambino come ogni altro, un semplice e bellissimo figlio della polvere e del sudore di madre natura. Proprio così dice il mito, letteralmente: Ganesha nasce dal sudore e dalla polvere sulla pelle di Parvati, quindi è prodotto della materia di scarto, la materia primordiale, la sozzura con cui l’iniziato deve produrre l’oro filosofale. Finché per l’incontro fortuito con Shiva la sua testa umana cade, mozzata da un impeto d’ira del dio. Le suppliche della Madre convincono Shiva a restituirgli salva la vita, ma la sua testa è ormai perduta, e deve essere sostituita in fretta con quella di un elefante. Ecco apparire il fanciullo divino dalla testa elefantina. Adesso che la sua vita è stata spezzata e restituita dalla grazia di Shiva, egli è figlio non più della Natura, ma del Mahadeva, ed è diventato un dio egli stesso. Con lo smembramento della testa, Shiva compie un’azione iniziatica, cuore dei riti di passaggio, del motivo del “fanciullo divino”, in cui un fanciullo prodigioso è trasformato in dio: trasforma la semplice creatura, concepita solo dalla materia di scarto della natura, in una personificazione divina. A subire lo stesso destino nella mitologia greca è Dioniso, ancora neonato, ancora creatura ibrida tra il divino padre Zeus e la madre umana Semele; o quando ancora prima, nel mito cretese, Dioniso era l’oscura figura del serpente Zagreus, che viveva nascosto in una grotta. La dea Hera, gelosa del figlio di Zeus, concepito nel tradimento (sozzura/degradazione), inviò i Titani, con i volti sbiancati di cenere, per ucciderlo e farlo a pezzi. Una dea pietosa – Atena, Rea o Demetra – ne salvò il cuore ancora palpitante in un cofanetto, mentre le ossa e il cranio furono sepolte a Delfi. Zeus inghiottì il cuore di Dioniso, che era stato preservato dall’amore della Dea compassionevole, e rigenerò Zagrèus, che prese il nome di Iacco (Iakchos) o Bacco; oppure, secondo un altra versione, il cuore intatto fu dato a Semele affinché generasse un secondo Dioniso. Da questo evento, a Dioniso fu attribuito il titolo di “nato due volte”. Questo attributo è, ed è sempre stato, quello che contraddistingue l’iniziato, il “nato due volte”, rinato una seconda volta nella/per la grazia divina. Bacco non era solo il nome personale del dio, che meglio è detto appunto Dioniso, ma indicava altresì colui che è nato due volte, che è stato iniziato secondo i misteri di Dioniso. Celebre la frase di «molti agitano il tirso, ma pochi sono i Bacchi», cioè i veri iniziati. La stessa radice etimologica lega, secondo Alain Danielou, i termini Bacco e Bhakta, la forma mistica di devozione che infine cancella ogni dualità tra l’uomo e il divino. Allo smembramento rituale si sottopongono anche i monaci tibetani nel rituale del Chod (letteralmente: “taglio”), le cui origini sono probabilmente pre-buddhiste e sciamaniche. Il candidato viene portato dal maestro in un luogo isolato, tra le montagne, e abbandonato, talvolta legato a un palo sacrificale o a una roccia. Alexandra David Neel definisce il Chod «una specie di mistero macabro rappresentato da un solo attore: l’officiante». Preceduto da diversi gradi di purificazione, il rituale raggiunge il suo scopo quando il novizio, prostrato e isolato da tutto, deve affrontare i demoni, da lui stesso invocati mediante canti e suoni appropriati, e invitarli a divorare il suo stesso corpo. Durante la pratica, l’anima del praticante è visualizzata al centro del cuore, custodita da una divinità, solitamente femminile, mentre il corpo fisico è osservato come morto. In questo stato meditativo, l’iniziato separa la consapevolezza di sé dal corpo, mentre la coscienza viene custodita dalla divinità femminile. La divinità recide il cranio e quindi riduce il corpo in pezzi, mettendo la carne, il sangue, e le ossa dentro il cranio, in cui si ciberanno gli esseri immateriali, chiamati a partecipare del rito. Il rituale ha lo scopo dichiarato di portare l’iniziato a sperimentare un radicale distacco dall’identificazione con il corpo e con le istanze psichiche, e permettergli di realizzare un profondo stato di non dualità e compassione universale. L’immagine mentale della Dakini Nera, custode della coscienza/cuore dell’officiante, che sovrasta il cadavere del corpo fisico, richiama l’immagine di Kali, la tagliatrice di teste, che troneggia sul corpo di Shiva, apparentemente morto. La dea che recide, che istruisce il rito (come Hera nel mito dionisiaco) e la Dea che protegge, sono infine due momenti della stessa funzione: madre-matrigna e custode-maestra, tabernacolo del cuore sacro dell’iniziato – o Maria tabernacolo di Dio, diranno i cattolici, preposta alla conservazione del corpo e sangue del Figlio, che i devoti sono chiamati a dividere (smembrare) e mangiare. Rappresentazione di Ganesha, circa 1810. Via Wikipedia. Se quindi nella pratica comune, la figura di Ganesha presiede l’inizio di tutto, se si trova sulla porta delle case e degli esercizi commerciali, se è invocato all’inizio di ogni rituale devozionale, come prima immagine a cui rendere omaggio, il luogo di Ganesha è proprio situato sulla soglia, poiché egli È la soglia. Come la sillaba Aum, è il principio di ogni cosa, l’inizio del cammino sacro, indicando la postura mentale e spirituale con cui l’impresa che desideriamo compiere avrà successo: il sacrificio di sé, l’abbandono di ogni attaccamento e di ogni egoismo, e un saldo e cruciale affidamento della propria salvezza e continuità cosciente alla Madre divina, che custodirà il cuore del suo figlio/devoto, fino al compimento della trasformazione. Ogni opera e ogni impresa sono quindi benedette da Ganesha in quanto altrettante prove iniziatiche e occasioni di evoluzione e trasformazione spirituale, cui ostacoli saranno altrettanti mezzi di elevazione, e saranno efficacemente superati. Benedette da questo simbolo, le opere porteranno conoscenza e ricchezza, rappresentate dalla particolare cura che Ganesha riserva all’apprendimento, attività di ogni novizio, e ai molti doni che ne riceve, i dolciumi che sempre accompagnano la gioviale figura elefantina. Ganesha diviene così signore e comandante dei demoni, dei desideri che muovono l’uomo comune e che lo sottopongono alle prove della vita. Al termine delle celebrazioni per Ganesha incomincia il periodo autunnale di celebrazione dei defunti, secondo il calendario Hindu, detto Pritu Paksha. Durante i quattordici giorni della luna calante, si ricordano gli antenati invocando per loro l’elevazione ai mondi celesti e offrendo elemosina e cibo ai poveri o ai templi che ne ridistribuiranno, perché è si ritiene di offrirli così alle anime dei trapassati. Sembra quindi di riprendere nei fatti quello che l’immagine sacra aveva riassunto: il devoto è chiamato a smembrare una parte dei propri beni materiali – il nutrimento del corpo – in favore dei demoni che, in senso lato, abitano il mondo ancestrale. Le anime e le istanze da cui ereditiamo un debito karmico che muove, nel bene e nel male, i nostri progetti di vita, i successi e gli insuccessi, chiedono di dividere con noi il cibo, che si plachi la loro fame. Nel corso della vita, grazie al nostro lavoro e alla cura dei legami famigliari, presenti e passati, al nutrimento che dividiamo con essi, diventiamo consapevoli delle componenti ereditarie, e delle lunghe catene karmiche che ci legano a questo mondo, e grazie alla compassione, infine, liberati. Al termine di Pritu Paksha, che si conclude con la Luna Nuova (Amavasya), incomincia il periodo di Navaratri, le nove notti dedicate al culto della Madre divina. Come ne L’Asino d’oro di Apuleio, al termine delle sue fatiche l’iniziato può vedere direttamente la grande Dea e intonare le Sue lodi, risanato e in piena coscienza. Nella fiaba di Apuleio, Lucio perde finalmente la testa di asino, che gli era stata imposta da un incantesimo all’inizio della vicenda iniziatica, per ritrovare la sua forma umana: lo smembramento rituale è concluso, l’unità dell’iniziato è ritrovata. Finisce qui la vicenda dell’Eroe, nell’unità dell’essere, liberato dai demoni e dall’ignoranza, in adorazione dalla Madre universale. Se il Navaratri primaverile finisce con la nascita di Rama (Ram Navami), simmetricamente inverso, quello autunnale è preceduto dalla nascita del figlio/iniziato Ganesha, per terminare con la celebrazione di Durga, la vittoriosa, l’inaccessibile, colei che mette fine alle sofferenze. Dopo lo smembramento, l’integrazione, dopo la separazione e discriminazione, la compassione e l’integrazione nell’unità non duale. Approfondimenti: Filippo Sciacca, Lo sguardo di Dioniso e l’enthousiasmòs dionisiaco. Giuseppe Lampis, Maschera e daimon. - Artículo*: Beatrice Udai Nath - Más info en psico@mijasnatural.com / 607725547 MENADEL Psicología Clínica y Transpersonal Tradicional (Pneumatología) en Mijas y Fuengirola, MIJAS NATURAL *No suscribimos necesariamente las opiniones o artículos aquí enlazados
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EL NOMBRE ES: VIDA.

"Prepárate para tu nuevo nombre. Prepárate para el Rostro que habla como el rayo, pronunciando el nuevo nombre de tu exultación en lo profundo de los órganos vitales de tu alma. Prepárate para Cristo, cuya sonrisa, como el rayo, libera el canto de gloria eterna que ahora duerme, en tu carne de papel, como dinamita. " THOMAS MERTON - Artículo*: Manuel - Más info en psico@mijasnatural.com / 607725547 MENADEL Psicología Clínica y Transpersonal Tradicional (Pneumatología) en Mijas y Fuengirola, MIJAS NATURAL *No suscribimos necesariamente las opiniones o artículos aquí enlazados
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Guénon René, Considerazioni sull'Iniziazione - XXXIX - Grandi misteri e piccoli misteri

René Guénon Considerazioni sull'Iniziazione XXXIX - Grandi misteri e piccoli misteri Nei capitoli che precedono abbiamo in diverse riprese fatto allusione alla distinzione tra i «grandi misteri» e i «piccoli misteri», denominazioni prese dall’antichità greca, le quali sono però suscettibili di un’applicazione affatto generale; ci tocca adesso insistere un po’ su di essa al fine di precisar bene come vada intesa questa distinzione. Quel che innanzi tutto occorre capir bene è che non si tratta di generi diversi d’iniziazione, ma di stati o gradi di una stessa iniziazione, quando si intenda quest’ultima come qualcosa che deve costituire un insieme completo che ha da essere perseguito fino al suo termine ultimo; in linea di principio i «piccoli misteri» sono perciò soltanto una preparazione ai «grandi misteri», giacché la loro stessa conclusione non è ancora se non una tappa della via iniziatica. Se diciamo in linea di principio è perché è ben evidente che, di fatto, ogni essere può andare solamente fino al punto nel quale si fermano le sue proprie possibilità; di conseguenza certuni potranno essere qualificati esclusivamente per i «piccoli misteri», o anche solo per una porzione più o meno limitata di essi; ma ciò significa soltanto che essi non sono in grado di seguire la via iniziatica fino alla fine, e non che seguano una via diversa da quella di coloro che possono andare più lontano di loro. I «piccoli misteri»comprendono tutto quel che ha attinenza con lo sviluppo delle possibilità dello stato umano considerato nella sua integralità; essi si concludono perciò in quella che noi abbiamo chiamato la perfezione di tale stato, vale a dire in quella che tradizionalmente viene indicata come la restaurazione dello «stato primordiale». I «grandi misteri» riguardano propriamente la realizzazione degli stati sovraumani: preso l’essere nel punto in cui l’hanno lasciato i «piccoli misteri» – punto che è il centro dell’ambito dell’individualità umana –, essi lo conducono di là da quest’ambito, e attraverso gli stati sovraindividuali, ma ancora condizionati, lo portano fino allo stato incondizionato che – solo – è il vero obiettivo, ed è indicato come la «Liberazione finale», ovvero come l’«Identità suprema». Per caratterizzare rispettivamente queste due fasi si può, applicando il simbolismo geometrico[1], parlare di «realizzazione orizzontale» e di «realizzazione verticale», la prima avente per scopo di servire di base alla seconda; questa base è simbolicamente rappresentata dalla terra, che corrisponde alla sfera umana, e la realizzazione sovraumana è allora descritta come un’ascensione attraverso i Cieli, i quali corrispondono agli stati superiori dell’essere[2]. È del resto facile capire perché la seconda presupponga necessariamente la prima: il punto centrale dello stato umano è il solo in cui sia possibile la comunicazione diretta con gli stati superiori, comunicazione che si effettua secondo l’asse verticale che incontra in quel punto l’ambito umano; occorre perciò aver prima raggiunto tale centro per potere in seguito elevarsi, secondo la direzione dell’asse, agli stati sovraindividuali; e questa è la ragione per cui – adottando il linguaggio di Dante – il «Paradiso terrestre» è una tappa sulla via che conduce al «Paradiso celeste»[3]. Abbiamo citato e spiegato in altra sede un testo in cui Dante mette il «Paradiso celeste» e il «Paradiso terrestre» rispettivamente in rapporto con quelle che devono essere – dal punto di vista tradizionale – le funzioni dell’autorità spirituale e del potere temporale, vale a dire, in altri termini, con la funzione sacerdotale e la funzione regale[4]; ci accontenteremo qui di ricordare brevemente le conseguenze importanti che discendono da questa corrispondenza, dal punto di vista che ci occupa al presente. Ne risulta di fatto che i «grandi misteri» sono in rapporto diretto con l’«iniziazione sacerdotale» e i «piccoli misteri» con l’«iniziazione regale»[5]; utilizzando i termini presi dall’organizzazione indù delle caste, possiamo perciò dire che, normalmente, i primi possono essere considerati come la sfera propria dei Brâhmani e i secondi come quella degli Kshatriya[6]. Si può dire, inoltre, che il primo di questi due ambiti sia di ordine «sovrannaturale» o «metafisico», mentre il secondo è soltanto d’ordine «naturale» o «fisico», il che corrisponde in effetti bene alle attribuzioni rispettive dell’autorità spirituale e del potere temporale; e d’altro canto questo permette inoltre di caratterizzare nettamente il tipo di conoscenza a cui si riferiscono i «grandi misteri» e i «piccoli misteri», conoscenza che essi mettono in opera per la parte della realizzazione iniziatica che li riguarda: i secondi comportano essenzialmente la conoscenza della natura (intesa, questo è assiomatico, dal punto di vista tradizionale e non dal punto di vista profano, che è quello delle scienze moderne), e i primi la conoscenza di ciò che è di là dalla natura. La conoscenza metafisica pura dipende perciò propriamente dai «grandi misteri», e la conoscenza delle scienze tradizionali dai «piccoli misteri»; siccome la prima è però il principio dal quale derivano necessariamente tutte le scienze tradizionali, ne discende di conseguenza che i «piccoli misteri» dipendono essenzialmente dai «grandi misteri» e hanno in essi il loro stesso principio, così come il potere temporale, per essere legittimo, dipende dall’autorità spirituale e ha in essa il suo principio. Abbiamo parlato soltanto dei Brâhmani e degli Kshatriya, ma non bisogna dimenticare che i Vaishyapossono anch’essi esser qualificati per l’iniziazione; di fatto, troviamo dappertutto, in quanto destinate più particolarmente a loro, le forme iniziatiche fondate sull’esercizio dei mestieri, forme sulle quali non abbiamo intenzione di tornare diffusamente, poiché ne abbiamo sufficientemente spiegato altrove il principio e la ragion d’essere[7], e perché del resto ne abbiamo dovuto riparlare proprio qui in diverse riprese, inteso che è precisamente a tali forme che fa capo tutto quel che permane quanto a organizzazioni iniziatiche in Occidente. Per i Vaishya, a maggior ragione ancora che per gli Kshatriya, la sfera iniziatica che conviene propriamente è quella dei «piccoli misteri»; questa comunanza di ambito ‑ se così si può dire ‑ ha d’altronde indotto frequenti contatti tra le forme d’iniziazione destinate agli uni e agli altri[8], e, di conseguenza, relazioni piuttosto strette tra le organizzazioni dalle quali tali forme sono rispettivamente praticate[9]. È evidente che di là dallo stato umano le differenze individuali, sulle quali essenzialmente si fondano le iniziazioni di mestiere, scompaiono totalmente e non possono più avere nessuna funzione; dal momento in cui l’essere sia pervenuto allo «stato primordiale», le differenziazioni che originano le diverse funzioni «specialistiche» non esistono più, quantunque tutte queste funzioni abbiano in esso ugualmente la loro fonte, o piuttosto proprio per quello; ed è di fatto a questa fonte comune che si tratta propriamente di risalire, procedendo fino al termine dei «piccoli misteri», per possedere nella sua pienezza tutto ciò che è implicato dall’esercizio di una funzione qualsivoglia. Se prendiamo in esame la storia dell’umanità quale la insegnano le dottrine tradizionali, in accordo con le leggi cicliche, dobbiamo dire che, in origine, l’uomo ‑ allora nel pieno possesso del suo stato di esistenza ‑, aveva naturalmente per tale ragione stessa le possibilità corrispondenti a tutte le funzioni, anteriormente a ogni distinzione fra queste ultime. La divisione di tali funzioni avvenne in uno stadio più avanzato, configurante uno stato già inferiore allo «stato primordiale», ma nel quale ogni essere umano, pur non avendo più se non certe possibilità definite, possedeva ancora spontaneamente la coscienza effettiva di queste possibilità. Fu solo in un periodo di maggior oscurazione che simile coscienza si perdette; e da quel momento diventò necessaria l’iniziazione per permettere all’uomo di ritrovare, con questa coscienza, lo stato anteriore al quale essa corrisponde; è questo, di fatto, il primo dei suoi scopi, quello che essa più immediatamente si propone. Ciò implica, perché sia possibile, una trasmissione risalente, attraverso una «catena» ininterrotta, fino allo stato che si tratta di restaurare, e in tal modo, di grado in grado, fino allo stesso «stato primordiale»; e ancora, giacché l’iniziazione non si ferma qui, e inteso che i «piccoli misteri» non sono che la preparazione ai «grandi misteri», ovverosia alla presa di possesso degli stati superiori dell’essere, occorre in definitiva risalire al di là delle origini stesse dell’umanità; ed è questa la ragione per cui la questione di una origine «storica» dell’iniziazione si presenta totalmente priva di significato. La stessa cosa ‑ del resto ‑ avviene per ciò che riguarda l’origine dei mestieri, delle arti e delle scienze intesi secondo la loro concezione tradizionale e legittima, poiché essi tutti, attraverso differenziazioni e adattamenti molteplici ma secondari, derivano del pari dallo «stato primordiale», che li contiene in principio tutti, e in virtù del quale essi si ricollegano agli altri ordini di esistenza, anche al di là dell’umanità, cosa che è d’altronde necessaria perché essi possano, ciascuno al suo livello e secondo la sua misura, concorrere effettivamente alla realizzazione del «piano del Grande Architetto dell’Universo». Dobbiamo ancora aggiungere che, siccome i «grandi misteri» hanno come ambito la conoscenza metafisica pura, la quale è essenzialmente una e immutabile in ragione del suo carattere principiale, è soltanto nella sfera dei «piccoli misteri» che possono prodursi deviazioni; e questa potrebbe essere la spiegazione di non pochi fatti che riguardano certe organizzazioni iniziatiche incomplete. In linea generale, tali deviazioni presuppongono che il legame normale con i «grandi misteri» sia stato troncato, per modo che i «piccoli misteri» hanno finito con l’esser presi come fine a se stessi; e in simili condizioni essi non possono neppur più portare realmente alla loro conclusione, ma si disperdono in qualche modo in uno sviluppo di possibilità più o meno secondarie, sviluppo che, non essendo più ordinato in vista di un fine superiore, rischia conseguentemente di assumere un carattere «disarmonico», carattere che costituisce precisamente la deviazione. Sotto un altro profilo è altresì in questo stesso campo dei «piccoli misteri» ‑ e solamente in esso ‑ che la contro-iniziazione è in grado di opporsi alla vera iniziazione e di entrare in conflitto con essa[10]; quello dei «grandi misteri», che si riferisce agli stati sovraumani e all’ordine puramente spirituale, è per sua natura propria di là da una simile opposizione, di conseguenza totalmente chiuso a tutto ciò che non sia la vera iniziazione secondo l’ortodossia tradizionale. Da tutto ciò discende che la possibilità di sviamenti sussiste fintantoché l’essere non sia ancora reintegrato nello «stato primordiale», ma cessa di esistere dal momento in cui abbia raggiunto il centro dell’individualità umana; ed è per tale motivo che si può dire che colui che è arrivato a questo punto ‑ vale a dire al compimento dei «piccoli misteri» ‑ è già virtualmente «liberato»[11], anche se effettivamente «liberato» possa esserlo soltanto quando avrà percorso la via dei «grandi misteri» e abbia infine realizzato l’«Identità Suprema». [1] Si veda l’esposizione da noi fattane nel Simbolismo della Croce. [2] Abbiamo spiegato più ampiamente tale rappresentazione nell’Ésotérisme de Dante. [3] Nella tradizione islamica gli stati ai quali conducono i «piccoli misteri» e i «grandi misteri» vengono denominati rispettivamente «uomo primordiale» (el-insân el-qadîm) e «uomo universale» (el-insân el-kâmil); questi due termini corrispondono perciò propriamente all’«uomo vero» e all’«uomo trascendente» del Taoismo, da noi ricordati in una nota precedente. [4] Cfr. Autorità spirituale e Potere temporale, Luni, 1995, cap. VIII. Questo testo è il passo nel quale Dante, alla fine del suo trattato De Monarchia, definisce le attribuzioni rispettive del Papa e dell’Imperatore, che rappresentano la pienezza di queste due funzioni nella costituzione della «Cristianità». [5] Le funzioni sacerdotale e regale comportano l’insieme delle applicazioni i cui principi sono forniti rispettivamente dalle iniziazioni corrispondenti, da cui l’uso delle espressioni «arte sacerdotale» e «arte regale» per indicare tali applicazioni. [6] Su questo punto, si veda anche Autorità spirituale e Potere temporale, ediz. cit., cap. II. [7] Cfr. Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, cap. VIII. [8] In Occidente è nella cavalleria che si trovavano, nel medioevo, le forme d’iniziazione adatte agli Kshatriya, o per lo meno a quello che deve essere considerato l’equivalente più esatto possibile di questi ultimi. [9] Questo spiega, per contenerci qui a un solo esempio caratteristico, come un’espressione come quella di «arte regale» abbia potuto essere usata e conservata fino ai giorni nostri da un’organizzazione come la Massoneria, legata per le sue origini all’esercizio di un mestiere. [10] Cfr. Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, cap. XXXVIII. [11] Questi è colui che nella terminologia buddhistica è chiamato anâgamî, ossia «quegli che non ritorna» a uno stato di manifestazione individuale. ScienzaSacra - Artículo*: Pietro - Más info en psico@mijasnatural.com / 607725547 MENADEL Psicología Clínica y Transpersonal Tradicional (Pneumatología) en Mijas y Fuengirola, MIJAS NATURAL *No suscribimos necesariamente las opiniones o artículos aquí enlazados
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Bonnet : la Pâque et l’Agneau - Philosophia Perennis

Extrait de Études Traditionnelles 1982 1-3, p. 25 Le Prologue de l'Evangile de Jean s'achève par le témoignage de Jean-Baptiste au sujet d'un être (ho on) de lumière dont il ne donne pas le nom, mais qu'il qualifie de fils unique (monogènès) et de Dieu. Aussitôt après c'est le témoignage de Jean-Baptiste au sujet de lui-même, suivi d'un autre, le jour suivant : « Le lendemain, il voit Jésus venant vers lui et dit : Voici l'Agneau de Dieu, celui qui enlève le péché du monde » (1, 29). « Le (...) - Tradition chrétienne / Jésus-Christ / Jesus Cristo / Jesus Christ / Jesús Cristo / Jesus / Jesús / Cristo / Christ / Ungido / Ointed, sacrifice / sacrifício / sacrificio, anastasis / résurrection / ressurreição / resurrección / resurrection - Artículo*: Cardoso de Castro - Más info en psico@mijasnatural.com / 607725547 MENADEL Psicología Clínica y Transpersonal Tradicional (Pneumatología) en Mijas y Fuengirola, MIJAS NATURAL *No suscribimos necesariamente las opiniones o artículos aquí enlazados
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Te traje la luna | Imagen astronomía diaria - Observatorio

Te quiero tanto que te llevo la Luna. Por favor, toma antes de que este árbol quiera más. La Luna es más pesada de lo que creía. Y yo, por error, lo he cogido por el lado caliente. Pero es para ti y, por supuesto, por los que leen este APOD. Prométeme que guardarás esta imagen, nuestra imagen, en un lugar seguro. Saber que se hizo con una sola exposición bien planificada en Valladolid ( España ). Por favor, tómala y consérvala como testimonio de nuestro amor y, también, del día de los inocentes de abril. - Artículo*: Alex Dantart - Más info en psico@mijasnatural.com / 607725547 MENADEL Psicología Clínica y Transpersonal Tradicional (Pneumatología) en Mijas y Fuengirola, MIJAS NATURAL *No suscribimos necesariamente las opiniones o artículos aquí enlazados
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Un rituel des compagnons raboteurs de parquet découvert dans des archives publiques

Les découvertes de documents nouveaux sur l'histoire des compagnonnages résultent très souvent d'une succession de hasards ou soi-disant tels : enquêtant sur une marque de passage de compagnon tailleur de pierre très récemment entrée dans les collections des Archives nationales (une de ces fameuses marques dites « au quatre de chiffre »), je me suis posé la question de sa parenté éventuelle avec un compagnonnage très peu connu, celui des raboteurs de parquet. Il s'agit là d'une société compagnonnique tellement secrète que d'aucuns pensent qu'elle n'a jamais existé, tandis que la majorité se contentent d'espérer qu'elle n'existe plus, tant les abus qu'on lui attribue étaient réputés peu conformes à l'idéal d'humilité affiché par les compagnons. En vérité, jusqu'à cette découverte, je penchais moi-même pour une légende inventée par Agricol Perdiguier un jour où il aurait un peu perdu la tête. Mais ma quête à propos de cette curieuse marque de passage anonyme m'a amené à découvrir, via un célébrissime moteur de recherche, un gisement d'archives compagnonniques pour le moins étonnant, archives parmi lesquelles j'ai tout particulièrement relevé l'existence d'un rituel de réception et d'un catéchisme de ces mystérieux compagnons raboteurs de parquet. Deux aspirants et un compagnon raboteurs de parquet riflant rituellement lors de la réception. Tableau de G. Caillebotte (1848-1894), Île-de-France le Décidé, compagnon charpentier de marine du Devoir. Post complet » Original post blogged on b2evolution. - Artículo*: Jean-Michel MATHONIÈRE - Más info en psico@mijasnatural.com / 607725547 MENADEL Psicología Clínica y Transpersonal Tradicional (Pneumatología) en Mijas y Fuengirola, MIJAS NATURAL *No suscribimos necesariamente las opiniones o artículos aquí enlazados
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