

Siamo tutti più o meno consapevoli di un malessere generale che ci assilla, e speriamo in una svolta concreta che possa ridarci pace tranquillità e sicurezza; ma, purtroppo, questo comune sentire si divide di fronte a cause e rimedi, regnando a tale riguardo un’enorme confusione e il più totale disaccordo.
Pochissimi, infatti, prendono coscienza del fatto che la prima cura va ricercata nell’uomo, il malato del secolo.
Manca ai più il coraggio di addentrarsi nei meandri della propria coscienza, per trovare il sovrano interiore che vi giace prigioniero, imbavagliato e dimenticato; senza la forza necessaria per potersi liberare, né la voce per farsi sentire, poiché oramai da tempo sono scomparsi quei valori che, vigili sentinelle, sbarravano l’accesso all’usurpazione delle tendenze più servili.
Talvolta alcuni, forse per un innato impulso, manifestano in determinate circostanze una forza non comune che li distingue dalla mediocrità della gente, ricordando atteggiamenti che solo un cinquantennio fa si sarebbero considerati normali, equilibrati e saggi.
Se, in mezzo secolo, si è verificato nell’uomo un decadimento così rapido e radicale delle sue facoltà intellettuali, insieme ad un accentuato squilibrio generale, lo si deve attribuire, in buona parte, al nefasto orientamento che le istituzioni hanno imposto alla società: prima allontanata dallo spirito, poi indotta a credere nell’illusione che tutti possono – anzi, debbono! – avere “tutto”; il cui strumento indispensabile è il denaro, che assurge al ruolo di “sovrano” del genere umano, consentendo l’ottenimento di parziali privilegi o briciole di potere, in nome dei quali ogni valore superiore o precetto morale viene apertamente trasgredito.
L’inseguimento patologico del profitto ha prodotto inevitabili ripercussioni sul piano sottile, favorendo il dilagare dei “sette peccati capitali”, tra i quali ha assunto un ruolo rilevante l’invidia, nata da una malcelata superbia che induce a credersi al di sopra degli altri; e, a sua volta, generatrice dell’ira, fonte di irriducibili rancori e violenze efferate.
Ci lamentiamo di non aver mai abbastanza tempo, ma seguitiamo a rincorrerlo inutilmente in una folle corsa, senza fermarci a riflettere sul fatto che il nostro vagabondaggio mentale impedisce di esercitare l’attenzione e il discernimento tra i buoni propositi stabiliti e le reali azioni compiute, delle quali rifiutiamo, anche inconsciamente, di assumerci ogni responsabilità.
In un animo preso dall’agitazione, le preoccupazioni indotte da impulsi superflui – che nascano dalla propria interiorità o siano veicolati dall’esterno, cambia poco – finiscono con lo svuotare l’individuo delle già scarse energie vitali, per riempirlo con ogni sorta di turbamenti e devastarlo interiormente.
Se, nondimeno, in rari momenti riusciamo a prendere consapevolezza di essere risucchiati o coinvolti in tali stati d’animo, riconoscendoli per quello che sono, inizia subito la battaglia interiore per riappropriarsi della propria facoltà sovrana, l’unica in grado di restituirci dignità e di tenere al loro posto le pulsioni inferiori, invocate in nome di una presunta e falsa libertà.
In realtà, la liberazione non sarebbe poi così difficile, potendo anche la pur minima intenzione rettificatrice giocare un ruolo decisivo nelle scelte finali, iniziando a mettere ordine nella sfera interiore in preda al caos. Sorvegliare il proprio comportamento, per individuare tutte le occasioni in cui si agisce secondo fini egoistici, sostituendole gradualmente con piccoli atti liberi e disinteressati, può essere un primo passo.
Ma una così difficile correzione, che costituisce solo l’inizio di una svolta esistenziale, per quanto strettamente soggettiva, non può attuarsi nell’isolamento del proprio ego, del tutto incapace di giudicarsi e correggersi con obiettività; motivo per cui diventa importante il confronto e il sostegno di una Comunità, che abbia già intrapreso questo difficile percorso e cominciato ad orientare l’essere dei propri aderenti verso un Principio superiore.
Per l’epoca alla quale apparteniamo, riuscire a sottrarsi alla marea distruttrice che sta travolgendo l’umanità è compito arduo, ma, ciononostante, nella misura in cui si riuscirà a neutralizzare le correnti negative provenienti dall’esterno, perseguendo col giusto intento l’unità di pensiero e azione, in conformità con la Volontà del Cielo, si serberà la forza – come ebbe a dire J. Evola – di “mantenersi in piedi tra le rovine”, anche nell’ora più buia. Attendendo con salda Fede il sorgere del “Sol Invictus” della Nuova Era.
BarCa
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